lunedì, 15 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Lo Stato non sempre è la causa delle disuguaglianze sociali
Pubblicato il 24-07-2018


luciano pellicani

Luciano Pellicani

Luciano Pellicani, in “Il potere, la libertà e l’eguaglianza”, avanza una “teoria” riguardante l’origine e la formazione delle disuguaglianze sociali che sembra rispondere al tentativo di dimostrare la fondatezza delle tesi del neoliberismo, secondo le quali i mali dell’umanità sarebbero insorti sin dall’inizio del vivere insieme, con la formazione dello Stato.

La vera rivoluzione nella protostoria dell’umanità – afferma Pellicani, seguendo il pensiero di Pierre Clastres – non è quella compiutasi nel neolitico (considerata la prima rivoluzione agricola, tradottasi in una organizzazione tribale di esseri dediti prevalentemente ad un’attività di caccia e raccolta), bensì quella verificatasi, non con il mutamento economico (realizzato con il passaggio delle tribù stanziali di cacciatori-raccoglitori in tribù stanziali che alla caccia e alla raccolta hanno sostituito la coltivazione delle piante e l’addomesticazione degli animali), ma con l’organizzazione politica, che ha dato origine, secondo le parole di Clastres, all’”apparizione misteriosa, irreversibile, mortale”, dello Stato. Che cosa – si chiede Pellicani – poteva indurre “i membri di una società primitiva ad abbandonare il tradizionale regime di sussistenza e ad adottarne un altro dal quale non potevano ricavare che un surplus di lavoro, se non la coercizione esercitata da una forza esterna?”.

La comparsa dello Stato, secondo Pellicani, avrebbe alterato irreversibilmente la vita dell’umanità, in quanto le tribù stanziali, che attraverso di esso si organizzavano socialmente, hanno subito gli esiti negativi dell’accadimento di fatti esogeni che ne hanno alterato la struttura; all’interno di tali tribù, gli esseri umani, se tali eventi non si fossero verificati, sarebbero stati destinati ad essere per sempre uguali, in quanto insistenti all’interno di una realtà sociale statica, riproducente unicamente e semplicemente se stessa, “senza modificazioni sostanziali”. La staticità di questa forma di società tribale, sempre secondo Pellicani, sarebbe stata “il risultato di una precisa strategia”, orientata a bloccare o ad impedire qualsiasi forma di cambiamento. A causa della loro staticità e della loro chiusura verso qualsiasi tipo di innovazione, le società tribali primigenie si sarebbero, perciò, caratterizzate come “società fredde”, e non come “società calda”: le prime, incorporanti il desiderio di conservare inalterata la propria struttura di base; le seconde, sollecitate da un’elevata differenziazione dei loro componenti in caste e gruppi diversi, sempre propense a produrre “energie e divenire”.

Ciò che avrebbe caratterizzato il modo d’essere della società tribale originaria sarebbe stato il rifiuto di ogni surplus produttivo inutile e la volontà di subordinare l’attività produttiva alla sola soddisfazione del bisogno esistenziale di sopravvivenza; il risultato del rifiuto di ogni surplus inutile sarebbe stata la mancata conoscenza, da parte dei componenti di questo tipo di società, dell’attività produttiva sotto costrizione; ciò significa – afferma Pellicani – che la società tribale, in quanto società fredda, non solo non avrebbe conosciuto il dominio dell’uomo sull’uomo, ma neanche avrebbe avuto contezza di cosa fosse lo sfruttamento della forza lavoro.

Ma c’è di più, continua Pellicani; seguendo Clastres, egli afferma che la società tribale primitiva era statica perché ha voluto esserlo. Essa, con ciò, si sarebbe rifiutata di imboccare la via dello sviluppo culturale, per preservare il suo bene supremo: l’uguaglianza. La società tribale originaria, sarebbe stata perciò una società senza economia, per il rifiuto dell’economia; e, parimenti, essa sarebbe stata una società senza Stato, per rifiuto dello Stato.

Il passaggio dalla società tribale ugualitaria alla società caratterizzata da ineguaglianza sociale è stata la comparsa di ciò che viene indicato col nome di Stato, inteso come “atto di guerra”, a mezzo del quale un gruppo organizzato esterno ha fatto irruzione nella società ugualitaria, dando corso all’inizio della storia della civiltà. In altri termini, secondo Pellicani, con la comparsa dello Stato, la società tribale ugualitaria si sarebbe trasformata in “società gerarchizzata”, nella quale la vita sociale sarebbe stata sottoposta al controllo di una “minoranza organizzata”, detentrice del monopolio degli strumenti di coercizione e che, grazie a tale monopolio, avrebbe “esonerato se stessa da ogni forma di lavoro produttivo”.

Pellicani ritiene che la conclusione di tale processo avrebbe caratterizzato “la genesi e lo sviluppo di tutte le civiltà”, con la discesa dalla libertà alla schiavitù; fatto, questo, che avrebbe segnato una “vera e propria catastrofe morale”, in quanto la transizione verso la società complessa caratterizzata dalla presenza dello Stato avrebbe significato l’abbandono della società ugualitaria e l’ingresso “nella società divisa in dominatori e dominati, padroni e servi, sfruttatori e sfruttati”. Pertanto, la comparsa dello Stato avrebbe legittimato l’affermazione secondo cui lo Stato sarebbe nato quando è stata fatta “una scoperta di fondamentale importanza per lo sviluppo delle civiltà: gli uomini potevano essere addomesticati come gli animali e la loro energia poteva essere metodicamente impiegata per scopi ad essi estranei”; tutto ciò sarebbe stato compiuto, tramite lo Stato, dalla minoranza organizzata, non attraverso la sottrazione dell’eccedenza produttiva, ma ricorrendo alla costrizione dell’attività lavorativa.

In tal modo, lo Stato avrebbe organizzato la totalità della vita di tutti i componenti la società, costringendoli a produrre “quelle eccedenze di beni indispensabili per mantenere le minoranze esentate dal lavoro”; inoltre, estirpando, con l’uso della violenza, tutte le forze che potevano “alterare” l’ordine grazie ad esso creato, lo Stato avrebbe agito come “un agente di immobilizzazione della società”. Questa, a partire dal trionfo della logica dispotica, sarebbe stata così “ingabbiata” nelle strutture statuali e condannata a muoversi indefinitamente “entro il recinto della Sacra Immutabile Tradizione”.

Cosa ha significato tutto ciò per la storia successiva dell’umanità? Per Pellicani, il fatto che la società sia stata rigidamente costretta nella “camicia di forza” delle istituzioni repressive dello Stato avrebbe vanificato qualsiasi tentativo di render meno costrittiva la vita sociale e più condivise e partecipate le regole del vivere insieme, sino a configurare come utopistico, infine, qualsiasi “progetto socialista” volto a soddisfare la pretesa, secondo le parole di Josésé Ortega y Gasset, di “estendere il senso di comunità e la giustizia a tutta quanta la vita economica”. Persino il programma di garantire a tutti le stesse condizioni di partenza attraverso politiche di ridistribuzione – afferma Pellicani – si sarebbe rivelato “irrealizzabile” o, più precisamente, “realizzabile solo abolendo la famiglia”; ma abolire la famiglia avrebbe significato imboccare un percorso autoritario, in fondo al quale non avrebbe potuto esservi che “l’estinzione della libertà individuale”.

In sostanza, la conclusione di Pellicani non può che essere una: anche la civiltà moderna cui è pervenuta l’umanità, malgrado le tante rivoluzioni occorse (comprese le ultime, quelle capitalistica e welfarista) è basata sul lavoro servile, ovvero “sulla ingiustizia istituzionalizzata”; ciò significa che, nonostante si sostenga, in tutte le sedi e in tutte le forme, che l’ideale della società moderna è il conseguimento della “fruizione universale del diritto all’autorealizzazione”, è inevitabile che essa (la società moderna) sconti la contraddizione di assistere, nonostante l’ideale professato, alla condanna di ingenti masse dei propri cittadini a lavori obbligati, ripetitivi e alienanti.

E’ verosimile l’analisi compiuta da Pellicani sull’origine e sul ruolo dello Stato nella storia dell’umanità? Quale alternativa viene proposta per il riscatto degli uomini dalla gabbia nella quale essi sarebbero stati costretti dallo Stato? Nessuna; perché l’analisi di Pellicani non è altro che una condanna, senza se e senza ma, dello Stato, ridotto a pura e semplice “gabbia”, con cui l’uomo, sin dall’inizio della storia della civiltà, è stato costretto in schiavitù. Ciò che, in particolare, non è condivisibile dell’analisi di Pellicani è il fatto che egli, seguendo Clastres, non consideri, come “fattore” dinamico della la rivoluzione agricola occorsa 11-10 mila anni fa, la percezione, da parte dei soggetti che componevano la società tribale ugualitaria, di poter migliorare le proprie condizioni di sopravvivenza, con il passaggio ad una forma organizzativa del vivere insieme che avesse consentito di produrre direttamente e in modo più conveniente ciò di cui avvertivano il bisogno.

A ben considerare, la società agricola si è affermata, non a seguito del compiersi prioritariamente di una rivoluzione politica, imposta dall’esterno, implicante l’apparizione dello Stato e, con esso, della perdita dell’uguaglianza tra i componenti la società, ma come conseguenza del mutamento economico perseguibile con l’abbandono della staticità della società tribale ugualitaria. La rivoluzione politica è stata un “posterius, non un “prius”, rispetto al mutamento economico verificatosi con l’abbandono della sussistenza fondata sull’attività di caccia e raccolta. La comparsa dello Stato, in questa prospettiva è spiegabile come conseguenza dell’aumento della complessità della società agricola, che ha imposto la necessità di istituzioni volte a regolare la disuguaglianza che veniva via via formandosi a seguito del continuo aumento della popolazione, reso possibile dal miglioramento delle condizioni materiali.

Il mutamento economico, indotto dalla crescita continua della popolazione, ha prodotto, da un lato, un aumento della divisione del lavoro e, dall’altro lato, la consapevolezza dell’utilità della formazione di istituzioni che giustificassero la divisione della società in classi, alcune dedite all’esecuzione dei lavori più usuranti, altre alle attività di direzione e comando, o alle attività di “propaganda ideologica” per la conservazione dell’ordine costituito. Si è trattato di un processo durato millenni, che, pur in presenza di un continuo e lento miglioramento delle condizioni del vivere insieme, ha consolidato la disuguaglianza sociale che l’avvento delle società agricola era valsa ad affermare e a regolare con l’organizzazione politica e la nascita dello Stato.

Tuttavia, per legittimare la loro condizione, le classi egemoni (formatesi spontaneamente o anche a seguito di atti di conquista), hanno dovuto destinare una quota del prodotto sociale “estorto” alla soddisfazione degli stati di bisogno delle classi subalterne; per cui, se da un lato ciò ha concorso a reiterare la posizione subalterna delle classi sfruttate, dall’altro lato, ha contribuito ad “indebolire” la posizione delle classi alte; favorendo, man mano che aumentava la complessità della vita sociale, l’espansione della rappresentanza delle classi subalterne e consentendo a queste ultime di aumentare il loro “peso” nell’esercizio della “funzione fiscale”. Si è avvivati così all’organizzazione del moderno Stato sociale di diritto, la cui forte rappresentatività degli interessi di tutti componenti della società ha comportato che le decisioni con le quali veniva stabilito il livello della tassazione fossero molto più omogenee (o vicine) a quelle dei singoli componenti la società, di quanto non lo fossero quelle che potevano essere prese dalle classi egemoni, fossero esse rappresentate da un ex “signore della guerra”, da un Faraone, Re o Imperatore.

Lo Stato, quindi, lungi dall’essere stato la “gabbia” nella quale gli uomini sono stati costretti per subire la disuguaglianza tra classi egemoni e classi subalterne, la differenziazione sociale non è stata irreversibile ed assoluta, in quanto la società nata con la rivoluzione agricola è sempre stata caratterizzata da una dialettica che ha visto nel tempo la “società civile” contrapporsi allo Stato; contrapposizione, questa, che, nella sua forma più evoluta e moderna, aspira a conseguire attraverso la democrazia un continuo e giusto equilibrio tra libertà, uso efficiente delle risorse e equa distribuzione del prodotto sociale, al fine di rendere possibile, pur in presenza di disuguaglianze condivise, l’aspirazione di tutti all’autorealizzazione. Lo Stato, quindi non è la “gabbia” che tiene in schiavitù gli esseri umani che vivono in società organizzate politicamente; esso, al contrario, è lo strumento che, se gestito democraticamente, consente alle società civili di difendersi contro chi, per il proprio tornaconto, vorrebbe ricondurre gli uomini, attraverso l’abolizione dello Stato, all’originaria posizione di schiavitù, dalla quale essi, dopo dure lotte millenarie, sono riusciti a riscattarsi.

Gianfranco Sabatini

 

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