mercoledì, 19 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Luigi Covatta – Via dal presente
Pubblicato il 07-07-2018


Nel suo numero di giugno Mondoperaio ha cominciato a pubblicare diversi materiali finalizzati alla rigenerazione di un’area riformista nel nostro paese, ed oggi apre un primo confronto fra quanti li hanno elaborati.

Il nostro convegno, programmato da tempo, si svolge in coincidenza con l’Assemblea nazionale del Partito democratico, convocata pochi giorni fa. La circostanza priva il dibattito di alcune presenze, ma ci offre in compenso l’occasione – davvero preziosa – di non ridurre il confronto alle logiche interne a quel partito: le quali, com’è evidente, non sono tali da poter rappresentare l’universo dell’area riformista nel nostro paese.

Via dal presente non è una fuga dalla realtà, e non è neanche una delle tante scorciatoie illusorie verso il Sol dell’avvenire. E’ invece un comportamento coerente con l’etica della responsabilità, anche se apparentemente risponde all’etica dell’intenzione.

Per governare, ha scritto De Rita nell’introduzione al Mese del sociale di quest’anno, bisogna innanzitutto “avere una visione e una cultura della lunga durata”: anche se “può apparire quasi provocatorio” parlarne “in una società come l’attuale dove domina il presentismo (l’appiattimento all’oggi senza alcuna scansione di passato e futuro)”.

In secondo luogo, secondo De Rita, governare significa “provvedere ad un incardinamento della politica nei processi reali in corso”.

Infine occorre “elaborare una strategia di coinvolgimento dei tanti e sempre più articolati soggetti sociali”.

L’esatto opposto, cioè, dell’orizzonte che si era dato il sistema politico nato a metà degli anni ’90 del secolo scorso ed ora in via di disfacimento: che aveva rinunciato alla visione in nome della “fine delle ideologie” (espressione sintetica per accomunare tutte le culture di lunga durata all’ideologia marxista, effettivamente arrivata al capolinea); che prescindeva dai processi reali in corso (a cominciare da quelli prodotti dalla globalizzazione); che ignorava l’incipiente scomposizione della società novecentesca.

Secondo Ernesto Galli della Loggia (Corriere del 27 giugno), per quanto riguarda la sinistra è la fine di una storia “cominciata male, in modo ambiguo e pasticciato, 25 anni fa: una forte matrice comunista mai rivisitata e indagata ma semplicemente rimossa, un vantato innesto con un cattolicesimo politico di tutte le tinte, e infine la costruzione di un Pantheon di presunti antenati messi insieme come un mazzo di carte”.

Si potrebbe aggiungere che quella che stiamo vivendo in Italia è anche la fine della storia dei “compagni di scuola”, per riprendere il titolo di un bel saggio di Andrea Romano sugli eredi del Pci: quelli che avevano pensato che cambiare le regole del gioco avrebbe risparmiato ai postcomunisti una riflessione sulla propria identità.

Questo, probabilmente, è il vizio d’origine dello stesso Partito democratico: aver confuso la “vocazione maggioritaria” con il sistema elettorale maggioritario, che garantiva comunque una rendita di posizione, vincenti o perdenti che si fosse, a prescindere dalla capacità di esercitare un autentico potere di coalizione, ed a prescindere soprattutto dalla capacità di difendere le proprie politiche di governo anche dall’opposizione, come stiamo vedendo anche in queste settimane.

Una rivista è una rivista, non è un partito. Ma mi auguro che la sua presenza nel dibattito pubblico possa aiutare la nascita, qui in Italia, di quel partito dei riformisti che non nacque al Lingotto una decina d’anni fa.

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