giovedì, 18 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Ruggero Deodato, Cannibal Holocaust critica a Jacopetti
Pubblicato il 19-07-2018


Cannibal_Holocaust_Ho incontrato Ruggero Deodato nella sede dell’AIC, l’associazione degli autori della fotografia italiani, a Cinecittà. Eravamo sul set di un documentario di Giulio Laroni che vede la partecipazione, oltre a Deodato, degli autori della fotografia Daniele Nannuzzi e Davide Mancori e del critico cinematografico Luigi Sardiello. Camicia blu e jeans, la prima cosa che mi colpisce di Deodato è lo sguardo fiammeggiante e curioso. L’idea di questa intervista nasce davanti a un bicchiere di coca-cola, sorseggiato tra una chiacchiera e l’altra alla fine di quella giornata. Perché mi affascina questo maestro del cinema a cui interessa stare con i giovani e che ha voglia di parlare senza censure.

Credo che una delle principali caratteristiche del tuo cinema sia il realismo con cui costruisci le scene e le rendi ancora più vivide e perturbanti. Da cosa nasce questa esigenza?
Nasce un po’ dall’eredità del mio maestro Rossellini, con cui ho sperimentato tanto. E poi perché ho vissuto la guerra: sono nato nel ’39 e fino al ’46 me la sono passata tutta. Sono sette anni di guerra. Ho visto la Germania distrutta, ho visto i carri armati che arrivavano a Roma, ho visto la violenza. In questo periodo sono in campagna a Spoleto, dove ho passato anche l’infanzia. A quell’epoca, in campagna, mangiare gli animali era una cosa normale: ogni giorno veniva ucciso il maiale, il piccione o il coniglio. Quindi non sono nato con gli occhiali rosa; poi ho vissuto anche nei villaggi in mezzo alla giungla, con gli indios. Perciò ho visto tutte le realtà e non mi spaventa nulla. Per esempio, quando moriva un nonno o una zia si andavano a vedere a casa. Una volta anche la morte faceva parte della vita.

A partire dagli anni ’90 al cinema sono aumentate le scene violente, quelle erotiche e in generale di trasgressione. Possiamo dire che la violenza e l’erotismo sono delle componenti fondamentali del cinema?
L’erotismo è sensualità. La pornografia invece non l’accetto, la odio, come tutto ciò che è estremo. Per cui, quando la inserisco nei film, la uso solo per criticarla e per combatterla. Tuttavia mi disturba vedere certi film americani attuali dove i seni delle attrici sono fasciati. È una cosa tremenda. Sono i più grossi pornografi del mondo, ma fasciano le loro attrici; non li capisco. La violenza è una cosa che combatto. Il primo film in cui ho visto la scena di una donna violentata è stato il film di Visconti, “Rocco e i suoi fratelli”: mi ha fatto venire i brividi, però che coraggio che ha avuto a far vedere una scena simile negli anni Sessanta! Quindi se una scena non è estrema la accetto; invece, adopero le scene estreme solo come uno strumento di critica.

Nel tuo cinema mi sembra che ci sia la volontà di criticare alcuni aspetti della civiltà occidentale. Per esempio, in “Cannibal Holocaust” si parla delle civiltà cannibali, ma i veri selvaggi appaiono i quattro ragazzi occidentali che compiono efferatezze e crudeltà verso le civiltà autoctone.
Assolutamente. Quando ho fatto “Cannibal Holocaust” all’inizio mi hanno criticato tutti, ma poi hanno capito che il film era a favore degli Indios e contro il bianco, che viene mostrato mentre crea delle situazioni per fare scoop. Ho deciso di far vedere e di criticare queste cose. Cerco sempre di creare un senso di realismo e non ho paura della critica, non ho paura della censura. Adesso ci nascondono molte cose, ma poi, quando tagliano la testa a un uomo in Iraq, mettono il filmato in rete e lo vedono tutti. Una volta ho chiesto a un mio fan se per lui fosse più impressionante vedere l’immagine della decapitazione di un americano o le scene di “Cannibal Holocaust”. Lui ha risposto “Cannibal Holocaust”. Nonostante sia molto meno della realtà, a volte la finzione diventa qualcosa di più.ruggero deodato

È come se lo schermo in qualche maniera amplificasse certe scene.
Lo schermo le amplifica sicuramente, perché quello che appare sullo schermo viene esasperato con la musica, con i rumori. Infatti ho voluto ammorbidire “Cannibal Holocaust” con una musica molto romantica; e questo lo ha aiutato a diventare ancora più raccapricciante.

Infatti, in “Cannibal Holocaust” tu e Riz Ortolani associate delle musiche dolci a scene di grande violenza. Mi colpisce molto l’utilizzo della musica nei tuoi film.
È Ortolani che me lo ha insegnato col film di Jacopetti, “Mondo cane”: in quel film c’è una musica di una dolcezza che non finisce più, però questa musica accompagna delle scene terrificanti, che tra l’altro sono vere. Il mio film è stata un’accusa a Jacopetti. Però mi piaceva vederlo, quanta realtà che c’era!

Come ti approcci alla scelta dell’accopagnamento musicale e quanta importanza ha per te?
La musica è importantissima. Per esempio in un film di azione non accompagno mai l’azione con una musica tambureggiante o forte. Al contrario, l’addolcisco, oppure l’associo a una musica scherzosa. Non vado mai a scegliere una musica che sia abbinata perfettamente all’azione.

Quindi crei sempre un contrasto tra la musica e la scena.
Assolutamente. Creo sempre un contrasto, perché altrimenti la musica annulla quello che vediamo.

Hai dichiarato che per girare utilizzi una sola macchina da presa: a cosa si deve questa scelta?
Perché con una macchina da presa curo tutta l’immagine. Se vuoi inquadrare una donna, avrai bisogno del controluce, di una luce a volte morbida. Se utilizzi tre macchine, in una la fotografia sarà buona ma le altre due inquadrature non le potrai montare perché hanno bisogno di tutta un’altra illuminazione. Invece se devo filmare un’automobile che si capovolge, allora è chiaro che cercherò di avere una bella luce ma utilizzerò tre, quattro macchine da presa, perché poi avrò la stessa cosa.

E anche in TV giri solamente con una macchina da presa?
Assolutamente, anche quando giro la fiction uso una sola macchina.

La scelta di utilizzare una sola macchina da presa conferisce una grande forza anche perché permette di rimanere sempre all’interno dello stesso punto di vista. Cosa ne pensi?
Esatto. Inoltre odio servirmi del video assist perché devo avere l’attore davanti. Mi posiziono accanto alla macchina da presa, perché l’attore deve sentire la mia presenza.

Quali sono i registi che apprezzi di più e che ti hanno influenzato maggiormente?
A parte Rossellini, Mauro Bolognini, perché Bolognini era un regista elegante. Per lui la luce era molto importante, così come la cultura – e la cultura dell’immagine. A quell’epoca c’era l’abitudine di avere sul set un pittore che aiutava nel comporre la scena, così guardare i suoi film mi fa venire in mente dei quadri importanti. Tra i registi più colti mi piaceva Riccardo Freda. Freda era un altro che faceva film forti, ma sempre con grande cultura: se faceva un film d’epoca, realizzava uno studio preciso dei costumi e di ogni altro aspetto. Poi ci sono certi registi realisti, come Francesco Rosi. Penso a “Salvatore Giuliano” e a questo personaggio che ha fatto la storia, che tutti si ricordano. Rosi lo inquadrava nel suo habitat, da lontano, in un modo particolare. E Rosi era questo: dava questo senso di realtà che mi piaceva molto. Invece, devo dire che non mi piacciono i registi che ammorbidiscono troppo le scene: mentre Zeffirelli utilizza un po’ di preziosismi che smorzano la realtà del quadro, Visconti si immerge di più nella realtà.

Che ricordi hai di Riccardo Freda?
Freda era un personaggio molto scarno, freddo, lucido. Era un piacere uscire insieme perché sapeva tutto di tutto. Con lui era sempre un rimprovero: non verbale, ma nello sguardo. Mi ricordo che quando mi seguiva al montaggio, si metteva tutti i pezzi di pellicola intorno al collo. E quando mi diceva “dammi il primo piano di Genoveffa!”, io dovevo consegnarglielo. Ma contavo prima i pezzi che aveva intorno al collo e guai se gli davo quello sbagliato! Era così: un rimprovero continuo, però quei rimproveri li ho apprezzati. Tuttavia, quando è andato a ritirare il premio dell’Accademia di Francia, a Palazzo Medici, ha chiamato solo me; questo mi ha fatto piacere perché è stato un riconoscimento. E anche Rossellini mi riconosceva sempre tutto quello che facevo con umiltà, perché non discutevo mai di niente e ai grandi piacciono le persone di questo genere.

Se dovessi dirne uno, quale sarebbe il film che hai amato di più?
Forse “Rocco e i suoi fratelli”, perché è una tragedia “greca” straordinaria, perfetta. Però mi piace anche “Oltre il giardino” con Peter Sellers, è un film bellissimo. Passo da un genere all’altro ma, per esempio, la fantascienza non mi piace; con l’eccezione di “Blade runner”. In quel film non si vedono le pareti levigate, lisce, che non esisteranno neanche nel 3000. C’è la materia, c’è una realtà che mi piace.

Recentemente hai collaborato con Giulio Laroni. Come maestro del cinema, cosa ne pensi del suo modo di girare?
Mi piace vederlo lavorare perché è uno che ci crede, perché è uno tranquillo, non è uno che se la tira. Mi ha invitato per un doumentario, un’intervista, però lui aveva organizzato tutto come un film. Questo mi fa pensare a quando mi chiamano gli americani per fare “The Barbarians”: quando me lo offrono per telefono io sono abbastanza freddino; ma se mi chiamano per fare la pubblicità di una sedia io vado in brodo di giuggiole. Mi hanno chiamato per fare la pubblicità di una sedia e questa è stata una cosa che mi ha inebriato, perché quando fai pubblicità devi tirare fuori tutta la grinta per esaltare l’oggetto. A volte arrivi all’apice del professionismo, ma ti lasci sfuggire una cosa del genere. Giulio Laroni mi piace come persona perché va fino in fondo e qualsiasi cosa abbia tra le mani la fa con professionismo. È stato bravo. Mi ha ricordato un po’ un regista a Lecce che mi ha chiamato a febbraio, stava facendo il suo primo film e voleva che io girassi una scena come regista. Questo regista ha fatto i più grandi videoclip musicali dei cantanti famosi e ha un istinto per l’immagine che è notevole: abbina i colori, le cose, tutto. Mi ricorda un po’ Giulio. Ora si deve solo sperare che si possa arrivare ancora perché il cinema sta morendo completamente.

Qual è un augurio che faresti al cinema attuale?
È difficile fare un augurio per il cinema di oggi perché la gioventù di oggi è completamente cambiata e non so se potranno raccogliere qualcosa di positivo. Non vanno più al cinema, se non a vedere quelle robacce di fantascienza che a me non piacciono, o i mostri, ma poi non sanno raccontare una storia giusta, vera. Non stanno più con la bocca aperta ad ascoltare, come facevano una volta. Sai dove vivo un po’ meglio? Quando vado nei festival. Perché nei Festival incontro la gente che ama il cinema e la cultura dei film passati. Giro in tutto il mondo e in quegli ambienti vedo sempre persone interessate, che si stupiscono ancora di quello che è stato fatto prima. Quindi lì sono felice. Ma non vedo più positività nei giovani di oggi.

Quali sono i progetti cinematografici che hai in cantiere?
Ho realizzato un bellissimo film due anni fa, “Ballad in blood”, e l’hanno tacciato di essere un film d’autore, un Deodato d’autore. Ora ho un progetto: è un film sui giovani, perché vorrei combattere un po’. Un film sui miei “nemici” giovani, “nemici” perché non è facile comunicare con loro. L’ultima generazione è cambiata: sono arrabbiati. E hanno ragione. Sai che cosa è successo? Hanno la covata facile in casa, ma poi aprono la televisione e vedono lo sconvolgimento della società con le guerre e l’odio… e allora dicono: “Ci hanno preso in giro?”.

Tanja Trampus

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