sabato, 21 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Scrive Manuele Franzoso:
Concorsi scuola, situazione insostenibile
Pubblicato il 11-07-2018


Gentilissimo Direttore,

mi rivolgo a Lei nella speranza che questa lettera possa essere pubblicata (se non tutta, almeno in parte) sul Suo giornale. Non sono una persona avvezza a lamentarmi, ma la situazione in cui lo scrivente e molte migliaia di giovani ci troviamo è diventata pressoché insostenibile.

Il 10 agosto 2017 l’ex Consiglio dei Ministri ha emanato il D.M. n.616, confermato poi con la nota MIUR 27 ottobre 2017 n.29999, che prevede per gli aspiranti insegnanti nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, l’acquisizione dei 24 cfu nelle discipline antro-psico-pedagogiche e nelle metodologie didattiche, al fine della partecipazione di un concorso pubblico. Tale normativa fu studiata ed elaborata dal precedente ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli. Mi accingo, ora, a spiegare i motivi per i quali io e tanti altri aspiranti docenti siamo perplessi e delusi da questa direttiva ministeriale.

In primo luogo, i 24 cfu possono essere acquisiti solamente dietro pagamento alle Università italiane, le quali hanno la facoltà di rilasciare l’attestato di superamento degli stessi, dopo i corsi e le prove degli esami. Esami a pagamento, ben inteso. Infatti, l’Alma Mater Studiorum di Bologna ha predisposto il percorso di acquisizione dei 24 cfu facendo pagare €20,83 per ogni credito formativo, per un totale di €499,92. Tuttavia vi è da sottolineare che la stessa Università ha dato la possibilità per gli studenti che avevano già sostenuto esami simili, per denominazione e contenuti formativi, il riconoscimento. Come può notare, qui si presenta una discriminante di non poco conto: solo chi aveva la possibilità economica di pagare gli esami avrebbe avuto la possibilità di partecipare al concorso pubblico per docenti. Arriviamo così al secondo punto. Il precedente Governo non ha considerato la situazione economica-sociale di moltissimi giovani che o non lavorano, per mancanza di offerta, o che lavorano con contratti atipici e parasubordinati, causando di fatto l’impossibilità di essere retribuiti adeguatamente per il lavoro svolto e l’impedimento di pagare la tassa per l’acquisizione dei 24 cfu. Le ricordo, caro Direttore, che i giovani assunti con contratti parasubordinati e atipici sono soggetti al versamento dei contributi nella Gestione separata dell’Inps, causando dunque un minor afflusso di denaro all’erario sia ai fini pensionistici sia per l’erogazione di forme di sostegno al reddito, oltre che per altre prestazioni di vitale importanza. Inoltre, mi preme ricordare che molti giovani adulti hanno già un lavoro, spesso precario, e una famiglia da mantenere, trovandosi in difficoltà nella ricerca del tempo sia per gestire le relazioni all’interno del focolare domestico sia per studiare.

Le ho esposto fino ad ora le ragioni per cui questo D.M. è stato pensato, e mi dispiace essere così malizioso: solo per rimpolpare le casse e gli introiti delle Università italiane. La stessa Alma Mater ha confermato di aver raggiunto, per il percorso da 24 cfu, il numero di circa 9000 (novemila) iscritti. Non volendo fare i conti in tasca a nessuno, sono arrivato alla conclusione che l’Università di Bologna ha guadagnato circa €3.500.000 (tre milioni e mezzo). Questa cifra, caro Direttore, come la impiegherà l’Università? Aumentando le borse di studio per studenti meritevoli? Dimezzando le rate per gli studenti provenienti da famiglie il cui Isee è inferiore al limite? Qui mi trovo a brancolare nel buio. Tuttavia le posso assicurare che le tasse annuali per le iscrizioni alle facoltà dell’Università di Bologna sono sempre aumentate, andando così in contrasto con le disposizioni costituzionali agli articoli 33 e 34. Ciononostante la mia lettera non ha lo scopo di attaccare e contestare l’operato dell’Università di Bologna o di numerosi altri istituti di alta formazione che hanno predisposto i percorsi di formazione a pagamento.

Infatti, con le elezioni del 4 marzo scorso, si è arrivati alla formazione, a fine maggio, del nuovo esecutivo, il quale è composto da una maggioranza sostenuta da Movimento 5 Stelle e Lega. Una nota diffusa, pochi giorni orsono, dal nuovo ministro dell’Istruzione, On. Marco Bussetti, spiega che il nuovo piano del Ministero è di cancellare il requisito dei 24 cfu e l’abolizione dei tre anni di FIT (un tirocinio di tre anni nelle scuole per coloro che avessero superato il concorso pubblico e retribuiti con 400 euro mensili per dieci mensilità). Stando sempre alle indiscrezioni provenienti dagli ambienti governativi, pare che il concorso non sarà più nazionale ma regionale dal 2019. La domanda che sorge spontanea è la seguente: chi ci rimborserà del tempo perso a studiare e del denaro versato alle Università?

Caro Direttore, tanti giovani aspiranti insegnanti come me stanno aspettando ormai da quasi tre anni il concorso pubblico. Concorso pubblico che viene sempre, costantemente, e inesorabilmente procrastinato. Non vi sono mai regole certe sia per l’accesso alla sua partecipazione sia per l’iter che una persona deve seguire per arrivare a insegnare. Non è una questione meramente economica, giacché migliaia di aspiranti continuano a rincorrere e a pagare fantomatici percorsi formativi allo scopo di adeguarsi alle norme per la partecipazione dei concorsi pubblici per l’insegnamento (anche se non è un aspetto secondario, osservando il tessuto sociale che davanti ai nostri occhi si sta sgretolando con conseguenze nefaste per la tenuta democratica dello Stato). Siamo sempre in balia del personaggio politico di turno che quando occupa il Ministero dell’Istruzione, cambia le regole, per così dire, del gioco. Un gioco, e mi preme porne l’accetto, pericoloso per tanti motivi. Primo fra tutti, lo scoraggiamento di tanti uomini e donne che sognano, come me, di insegnare alle nuove generazioni, non perché il medico ce lo ha prescritto, ma perché sentiamo dentro di noi la “vocazione” e la passione per le discipline di cui siamo esperti. In secondo luogo, le istituzioni scolastiche, fino a prova contraria, sono il perno della trasmissione della cultura e dei valori di una società, oltre che per l’apprendimento di conoscenze e comportamenti morali. Non è tollerabile che gli studenti non possano godere di una continuità didattica, poiché molti insegnanti precari sono iscritti alle graduatorie nazionali, regionali e provinciali, e all’inizio di ogni anno scolastico si assiste a un esodo di personale docente da una regione e da una città all’altra. Dei tentativi per correggere questa tendenza sono stati effettuati con la cosiddetta riforma della “Buona Scuola” con scarsi risultati e ulteriore confusione. Ultimo, ma non meno importante, vi è da ricordare la costante migrazione di giovani italiani all’estero sia per la ricerca di un lavoro dignitoso, a livello di retribuzione e sicurezza sociale, sia per la perdita di fiducia nelle possibilità del mercato del lavoro italiano di offrire sbocchi occupazionali attinenti ai percorsi di studio compiuti. Non è mia intenzione sciorinare stime e percentuali in merito, ma i numeri parlano chiaro: lo Stato italiano investe nella formazione dei suoi cittadini per poi lasciare questa ricchezza intellettuale in mano a Paesi che accolgono i ragazzi italiani, dando vita al fenomeno dei “cervelli in fuga”. Spesso, i giovani che tentano la fortuna fuori dai nostri confini nazionali sono aspiranti docenti e ricercatori universitari.

Mi scuso per la lunghezza della lettera e capirò se non vorrete pubblicarla. Tuttavia, ho sentito l’obbligo morale di dare voce a tanti giovani adulti che come me rimangono in una sorta di “eterno limbo” per perseguire con perseveranza i propri obiettivi personali, in questo caso rappresentati dalla voglia di insegnare e di far crescere, nel senso più alto del termine, le future generazioni di italiani.

Nel ringraziarLa per la Sua attenzione, la saluto riportando una frase di Malala Yousafzai, premio Nobel per la Pace 2014: «Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo».

Manuele Franzoso

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