lunedì, 24 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Scrive Massimo Ricciuti:
La parola che manca
Pubblicato il 11-07-2018


Ok, siamo nella società definita “post-thrut”. Siamo inondati da una mare di “fakes” che puntano alla costruzione di un mondo che non c’è. Ovviamente per costruire “il mondo che non c’è” è in atto un terribile tentativo di minare le fondamenta di quello che attualmente c’è…
Dalla questione migratoria , i cui numeri e i cui flussi sono oggettivamente distanti da quelli comunicati e “narrati” dai nostri esponenti di governo, alle ricette economiche di matrice populista. Tutto il fenomeno, tra l’altro, si infrange sulla contraddizione che certo una risposta “solidale e cooperativa” certo non può venire da altri Paesi “sovranisti” e velati di nazionalismo.
Ma c’è di più. Il punto è che ormai la “Percezione” dei fenomeni si è imposta sul “Principio di Realtà”.
Una dei possibili metodi per ben descrivere accadimenti sociali potrebbe essere proprio la linguistica.
Ripeto qui una storiella che mi porto dietro sin dai tempi dell’università..e che trovo quanto mai attuale.
La storia è questa.
Un giorno Levi-Strauss (l’antropologo, per intenderci) si imbatté in una notizia piuttosto curiosa. Nell’Oceano Pacifico vi era un’isoletta meravigliosa. Paesaggi incantevoli, mare straordinario, vegetazione ricca, terra buona per l’agricoltura, uomini forti e donne bellissime. Un’organizzazione sociale perfetta come un orologio. Ciascuno si dedicava alle attività che più riteneva consone alle proprie attitudini, pesca, caccia, arare i campi, educare i bambini, costruire un minimo di infrastrutture necessarie per garantire e migliorare la qualità della vita e la mobilità delle persone e della merci (tutte rigorosamente naturali). Eppure nonostante tutto questo vi era uno sbalorditivo numero di suicidi!
Come mai? Quali le cause se tutto esa così perfetto?
Levi-Strauss ovviamente si recò subito sul posto dove rimase quasi un anno. Studiò bene l’organizzazione del lavoro, si preoccupò di verificare empiricamente se tutto ciò che aveva letto fosse davvero corrispondente alla realtà…. In effetti tutto era meravigliosamente straordinario. Un vero e proprio paradiso terrestre! Ma qualcosa effettivamente continuava a non quadrare. La gente moriva. Eppure vi era cibo, vi era armonia, tutto era accogliente! Forse fin troppo… Allora il “nostro” cercò di imparare bene l’idioma locale. Si immerse nella vita sociale, ne condivise le abitudini, lo stile di vita, e una volta acquisita una sufficiente padronanza del linguaggio interloquì sempre di più con i “medici” locali… studiò le “cure” usate…analizzò le tipologie delle varie patologie…e si accorse che ve ne era una estremamente ricorrente e non diversa da quelle tipiche del mondo occidentale e “civilizzato”. La depressione!
Nonostante quel paradiso la “gente” aveva smesso di essere considerata come “persona”, la comunità si prendeva cura di tutti e trattava tutti con lo stesso affetto, la stessa dedizione, la stessa premura, lo stesso metodo…. Ma il “singolo”? Dov’era il “singolo”?
Quando qualcuno stava male il “medico” chiedeva “ma dove è che hai male”? e il paziente, indicando un punto indefinito all’interno del tronco, “qui..ho male qui…” e di conseguenza il “medico” “ma qui dove? Il fegato? La pancia? Il cuore?” …ma ahinoi le domande erano troppo specifiche e le risposte molto relative….
Ecco che Levi-Strauss ebbe il colpo di genio!
In quell’idioma mancava la parola che potesse descrivere, e quindi nominare, comunicare e curare la malattia del “singolo”. Il disagio interiore. La legittimità di un bisogno “altro” rispetto a quelli comuni perché specifico, “proprio”, “unico” , “distintivo”. E come si cura il malessere interiore? Con la parola! Ecco la spiegazione.

Questa storiella ci insegna tante cose. Innanzitutto che solo dando un “nome” alle cose esse possono vivere socialmente. Due. Oltre si bisogni collettivi , sottotraccia, ci sono i desideri dei singoli. E vanno riconosciuti e legittimati.
Se volessimo darne una lettura ancora più calata nella dimensione politica allora dobbiamo rileggere un po’ di cosucce e renderci conto che solo da un dialogo costante tra il riformismo socialista e la cultura liberale più avanzata potremmo individuare gli ingredienti per “curare” di volta in volta malesseri sempre diversi perché “unici”.

Niente di nuovo. È sempre la vecchia storia. Ma occorre comunque ricordarla.

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