Gay Village Academy. Si conclude la 7^ edizione del talent arcobaleno

Gay Village Academy_Daniel Decò_Christian NastasiHanno affrontato le dive della musica come Whitney Houston, Celine Dion, Aretha Franklin; hanno addomesticato le colonne sonore e i cavalli di battaglia della storia del cinema; hanno interpretato il meglio della disco anni ’90; hanno dato sempre il meglio che potevano e in questo primo sabato di settembre sono chiamate un’ultima volta a dimostrare quanto forti siano le loro voci, in un’ultima puntata dedicata al magico mondo Disney. Sabato 1 Settembre il palco del Gay Village ospita la Finale della settima edizione di Gay Village Academy, il talent di casa che eleggerà la voce migliore tra Stella Anton, Ines Boom Boom, Irene Canino, Roxana e Simona Grazzini. A condurre i giochi ci saranno la drag singer Daniel Decò insieme a Christian Nastasi e all’ironia dell’imitatore Vincenzo DeLucia, per la regia di Manuel Minoia. A premiare la voce vincitrice sarà la folta giuria formata dall’autore televisivo Dimitri Cocciuti, il dj resident Massimiliano Brezet, l’ufficio stampa Michele Pace responsabile della comunicazione dello storico Hair Saloon “I Sargassi”, pronto ad omaggiare a nome della direttrice Rossana Scatigno, la vincitrice con una consulenza d’immagine offerta dall’International Academy Sargassi. E poi ancora la makeup designer e imprenditrice Stefania D’Alessandro, il coreografo e talent scout Federico Patrizi e infine il fashion designer Piero Ragni, direttore di Officine Creative, pronto a confezionare un abito unico per la voce più bella. E infine menzione speciale per gli assenti Arianna Mereu e Andrea Papazzoni, discografici a capo dell’etichetta Nuvole e Sole, che hanno accompagnato dal principio il talent, offrendo alla vincitrice il premio della critica, ovvero la possibilità di accedere direttamente alla fase finale di Area Sanremo.

Non solo intrattenimento e spettacolo, ma anche tanto divertimento con le notti targate Gay Village, che in un fine settimana dedicato allo stile british, ospita in console i beniamini della notte, da X.Charls a Brezet, passando per Paola Dee, Anne Cullen e infine Manuel Coby, dj frontman dell’Imperium Festival, il tutto con le voci e i volti di Giusva, Silvana della Magliana, Mario Glossa, Laura Funk e la padrona di casa KastaDiva.

I poli che non ci sono più e la Grande illusione

Ragionare come se poco o nulla fosse successo e stia succedendo equivale a non voler capire o ad avere interesse a non capire. L’attuale coalizione di governo non ha ragionevoli alternative in questa legislatura ed é probabile che duri. Sconsiglierei gli ottimisti di entrambi i fronti a scommettere sulla possibilità di un deragliamento della coalizione di governo da un lato o da quello opposto dello scacchiere politico. Questo vale per il breve, ma anche per il medio periodo. Quando due partner di governo stanno assieme per anni non si possono presentare in posizioni opposte agli elettori. Possono al massimo non presentarsi affatto, come in qualche misura é accaduto all’ex Nuovo centro-destra di Angelino Alfano. Non possono combattersi dopo essere stati alleati. Questa non sarebbe solo una contraddizione politica, ma anche logica.

Ma c’é un altro motivo che spinge alla disillusione. E cioè la fine non solo del bipolarismo, ma anche del tripolarismo. Oggi esiste un unico polo, quello costituito da Lega e Cinque stelle, con un’area ormai ridotta a una percentuale sotto il 10 per cento sul lato berlusconian-meloniano e col solo Pd, rassegnato a ricelebrare la sua ormai consueta Caporetto, sul lato opposto. Si illudono, entrambi (esclusi i renziani, che però nulla propongono), di separare i due contraenti il patto di governo, ma così facendo, e dunque non rompendo i ponti con gli uni e gli altri, finiscono entrambi per rafforzare ulteriormente la maggioranza. La cosa più naturale sarebbe che si formasse un’unica e pluralistica area che da Forza Italia arriva fino a LeU, il cosiddetto Fronte repubblicano evocato da Calenda, almeno sulle questioni di fondo che attengono la difesa della democrazia repubblicana e dei principi fondamentali della Costituzione.

Fino a che durerà la reciproca illusione dei recupero dei due alleati, questo non sarà possibile, perché l’illusione di un amore futuro sconsiglia un aspro conflitto presente. Così l’opposizione non esiste e se esiste balbetta. Berlusconi solidarizza con Salvini, suo autentico vampiro di voti, per la denuncia di un magistrato, la Guelmini, ma anche Damiano, per non dire del solito Emiliano, apprezzano Fico e parte del decreto Di Maio. Così, il bipolarismo, trasformatosi in tripolarismo, rischia oggi di aprire le porte al monopolarismo. Assortito da scampoli, a destra e a sinistra, di scarso rilievo. Il Pd non se ne rende conto o, più probabilmente, finge di non rendersene conto. Tra renziani e antirenziani la pace equivale al surplace. Non si discute nulla, non si decide nulla. Così nessuno dissente.

Il Pd è oggi ridotto a un fantasma che si aggira senza vita nella politica italiana. Dalle elezioni son trascorsi sei mesi e nessuno ha capito cosa abbiano in testa i suoi dirigenti. Se emergesse un’idea si scatenerebbe subito il finimondo. Sorgerebbe subito una smagliatura, un’aspra polemica. Meglio rinviare. Il non far nulla è la sola medicina per curare i conflitti. Così si è eletto un segretario pro tempore in attesa di un congresso che non è stato convocato. Siamo a Jonesco. L’unico che parla, e a ragione, è Carlo Calenda che non fa parte degli organi, mentre il povero Martina si carica sulle sue spalle un peso che non può reggere. Occorrerebbe ben altro, ma la difesa di spazi singoli e di gruppo é forse ritenuta più importante del rilancio di uno spazio politico.

Se perfino il suo fondatore, Walter Veltroni, è assalito dal dubbio che la nascita del Pd sia stata un errore, se perfino i sindaci di quel che gli resta dell’Emilia-Romagna, e addirittura autorevoli amministratori regionali, sono orientati a non presentare il simbolo del Pd alle elezioni, una riflessione sull’ipotesi del superamento di questo partito dovrà pure essere compiuta dal gruppo dirigente nazionale. Non arrivo a pensare che si ammetta, anche se di questo sono convinto, che molti suoi problemi siano diretta conseguenza del rifiuto dell’unità socialista dopo l’89, e dunque che l’autocritica parta proprio dal punto in cui dovrebbe partire. Resta il fatto che se una forza politica é al capolinea, e perfino i suoi dirigenti regionali e comunali vanno alla ricerca di vie nuove, un’altra forza deve nascere. Se la legge della politica assomigliasse a quella della fisica o anche solo a quella della logica, dovrà per forza essere così. Ma in politica emergono anche aspetti personali, di ceto, di casta, come si dice oggi, capaci di frenare quel che sarebbe logico e giusto. Il mutismo del Pd non aiuta a disinnescare il timore della prevalenza di un malcelato continuismo che serve per rassicurare un vertice ormai senza prospettive che non siano quelle di una sua temporanea sopravvivenza.

Ponte Morandi, pronta revoca per Autostrade

autostrade cdaIl governo ha avviato l’iter per la revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia, intendendo tornare al modello dello Stato gestore. Ma la società resta convinta di aver rispettato gli obblighi prescritti dalla concessione che la lega al Ministero delle Infrastrutture, anche per quanto riguarda il tratto genovese del Ponte Morandi, tragicamente crollato a metà agosto con la morte di 43 persone. Lo mette nero su bianco una nota al termine del consiglio di amministrazione della società. Immediata la replica proprio del ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli: “È incredibile sentir parlare di ‘puntuale adempimento degli obblighi’ dopo una tragedia con 43 morti, 9 feriti, centinaia di sfollati e imprese in ginocchio. Siamo all’indecenza”, twitta il titolare del Mit.
Il cda di Autostrade per l’Italia, riunito oggi per un aggiornamento sulla vicenda del crollo di Genova, ha tra l’altro “preso atto degli elementi di confutazione alla lettera del Ministero delle Infrastrutture datata 16 agosto 2018 predisposti dalle strutture tecniche della società ed ha confermato il proprio convincimento in merito al puntuale adempimento degli obblighi concessori da parte della Società”.
La lettera di riscontro ed i relativi allegati saranno inviati al Ministero nel termine assegnato, precisa la società. Il cda ed il collegio sindacale, inoltre, “hanno rinnovato il proprio cordoglio per le vittime, il dolore per i feriti e la vicinanza all’intera comunità genovese ed alle Istituzioni”. Autostrade spiega anche che durante il cda è stato fatto un aggiornamento in merito all’avanzamento delle iniziative condivise nell’adunanza del 21 agosto, “in particolare, gli aiuti alle famiglie colpite che hanno interessato più di 200 nuclei familiari, le iniziative di ripristino della viabilità cittadina, le ulteriori iniziative di agevolazione del pedaggio e l’avanzamento del progetto di demolizione e ricostruzione del ponte”.
Nel frattempo il commissario per l’emergenza e governatore ligure Giovanni Toti, presentando i termini del progetto raggiunti durante un vertice con Aspi e il sindaco di Genova Marco Bucci, ha fatto sapere: “È stato presentato il piano di demolizione preliminare del ponte Morandi da parte di Autostrade per l’Italia. Si pensa a 30 giorni di esecuzione”, ma per avere la tempistica esatta bisogna attendere il “permesso alla procura perché l’area è sequestrata”.

The End. Fotografia, dipinti su carta e incisioni fino al 30 settembre

senigalliaSenigallia – Lo SpazioArte della Fondazione A.R.C.A. ha dedicato alle ricerche in bianco e nero, di due artisti emiliani, l’incisore Enzo Bellini e la pittrice Cristina Messora e del fotografo Alessandro Gagliardini, una mostra dal titolo “The End”, che rimarrà aperta fino al 30 settembre. L’evento è stato curato da Andrea Carnevali.

Le ragioni di questa esposizione sono da ricercarsi nella rappresentazione della montagna come tema principale del racconto. Questo argomento è stato sviluppato con tre tecniche diverse: fotografia, dipinti su carta e incisione.

La fotografia di Gagliardini crea degli effetti atmosferici: il vento che si abbatte forte sulla cima del monte e stravolge la natura. “Il soffio del vento sul paesaggio visto da lontano, a prima vista, – ha detto Gagliardini sembra non avere effetti visivi, ma il rumore, le fronde degli alberi in movimento, il passaggio sulla pelle permette una vista diversa sull’osservato…Tento con queste fotografie di imprimere nello sguardo il senso del rumore e del movimento degli elementi del paesaggio che scorgo di fronte a me in una giornata ventosa… suggestioni di paesaggi al calar della sera quando il vento soffia”.

E’, invece, una scelta estrema per Cristina Messora dipinge le valli trasformate dall’uomo o la sommità di un monte dove l’uomo vorrebbe arrivare, scalando la pietra rocciosa.La pittrice immagina la realtà, ma si propone rigorosi obiettivi tecnici perché il risultato finale porta l’osservatore in un altro spazio, ossia quello interiore e personale.

Le acqueforti di Enzo Bellini sono il frutto della ricerca di uno spirito colto, difficile ed intellettuale che osserva i modelli del passato perché spinto dal desiderio di perfezione e di emulazione, perciò sperimenta diverse tecniche esistenti per raggiungere il risultato finale.

La vernice, che ricopre la lastra, non oppone nessuna resistenza alla punta d’acciaio. Bellini ha insistito nelle prove di stampa e ha tentato di raggiungere con il metallo risultati sempre più perfetti, riproducendo la matrice incisa col bulino o con la puntasecca, e adottando morsure multiple nella ricerca di nuovi effetti tonali

Ilva, Di Maio rompe il silenzio dopo annuncio sciopero

ilva 3Un mese di assoluto silenzio, dopo la lettera delle sindacati sull’Ilva, poi l’annuncio dello sciopero di tutti gli stabilimenti Ilva il prossimo 11 settembre per cercare di smuovere la situazione di impasse che si è creata sul futuro dell’azienda in amministrazione straordinaria. Così poche ore dopo finalmente è arrivata la risposta dal Mise.
I sindacati – comprese le segreterie generali di Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Usb- hanno appena ricevuto dal ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio la lettera di convocazione del tavolo sull’Ilva per il 5 settembre nel primo pomeriggio al ministero. Al tavolo parteciperanno la società AmInvestco, i commissari straordinari dell’Ilva e, oltre a tutti ai segretari generali e ai sindacati metalmeccanici, anche i rappresentati dei lavoratori chimici e del trasporto interessati alla vicenda per l’indotto. Convocata anche Federmanager.
“All’incontro parteciperà il ministro Di Maio”, è specificato nella convocazione come i sindacati e l’azienda avevano chiesto. Le parti sono convocate per “proseguire il confronto relativo alla cessione della società”.

Moscovici pronto per il 2019: “L’Italia corregga i conti”

pierremoscovici-465x390L’Ue comincia a mettere le mani avanti avvertendo l’Italia sul bilancio 2019. Il commissario Ue per gli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, in un’intervista ha affermato: “Con l’Italia inizieremo presto le discussioni sul bilancio per il 2019. Alla luce di alcune dichiarazioni, le discussioni rischiano di non essere facili, ma farò di tutto perché siano costruttive malgrado il tono in alcuni casi scortese di queste affermazioni e malgrado l’orientamento di bilancio che fanno presagire. È nell’interesse dell’Italia controllare il debito pubblico. Lo sforzo richiesto è dello 0,6% del Pil. Si tratta di un ritorno alla normalità dopo lo sforzo ridotto previsto quest’anno sulla scia di una ripresa più solida e delle necessità di ridurre l’indebitamento, che è al 132% del Pil. Ci aspettiamo uno sforzo strutturale corposo. L’Italia non può lamentarsi della Commissione europea. Quest’ultima è sempre stata al suo fianco per sostenere la crescita. Il Paese è di gran lunga quello che più ha beneficiato di flessibilità di bilancio, secondo le nostre regole. Nel corso degli anni, abbiamo tenuto conto di circostanze eccezionali: la sicurezza, i terribili terremoti, l’emergenza migratoria. Chi fa un processo alla Commissione fa un processo assurdo alla luce dei fatti. All’Italia nel 2018 è chiesta una riduzione dello 0,3% rispetto allo 0,6% del Pil previsto dalle regole. Uno sforzo dimezzato a causa della fragilità della ripresa. Secondo le nostre stime di maggio è possibile che questo sforzo non venga raggiunto. È possibile che la situazione sia evoluta da allora. Le prossime previsioni sono attese in novembre. Naturalmente incoraggio il governo a fare in modo che l’esecuzione del bilancio sia prudente e rispettosa degli impegni dell’Italia in modo da minimizzare i rischi di deriva dei conti quest’anno. È un messaggio che ho trasmesso al ministro dell’Economia Giovanni Tria, un interlocutore che ritengo serio e ragionevole. Il 3% del Pil non è un target, ma un tetto. L’obiettivo è risanare il debito, come ho già detto. Un disavanzo superiore al 3% del Pil provocherebbe difficoltà che non voglio neppure immaginare”.
Al giornalista che gli ha chiesto se sia possibile un’uscita dall’euro dell’Italia, Moscovici ha risposto: “Non voglio cadere nella fiction politica. Mi interessano piuttosto le discussioni che avrò con il governo italiano. Non risparmierò sforzi per definire un percorso di bilancio che sia europeo e di beneficio all’Italia. Ciò detto, le dirò una mia convinzione. Nessuno esce dall’euro proprio malgrado. Se si creano le condizioni per uscire dall’euro significa che in realtà è ciò che si vuole. Non bisogna essere ipocriti. L’euro prevede il rispetto di regole. Non rispettare le regole, significa voler uscire dall’unione monetaria”.
Alla domanda conclusiva se crede che vi siano dirigenti politici che riflettono la possibilità di uscire dall’euro, Moscovici ha risposto: “Non sono in Italia. Osservando da lontano, non posso escluderlo totalmente”.
Ma nel frattempo, il rialzo dei tassi di interesse sui titoli di Stato italiani verificatosi da metà giugno potrebbe costare 113 milioni quest’anno e 1,4 miliardi nel 2019 secondo i calcoli fatti dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani guidato da Carlo Cottarelli, che il 14 giugno scorso aveva già stimato, partendo dalle aste di fine maggio, un costo aggiuntivo di 785 milioni nel 2018 e di 3,7 miliardi nel 2019. Complessivamente, se si prende a riferimento il periodo maggio-agosto, l’aggravio per il bilancio pubblico è di 898 milioni nel 2018 e di 5,1 miliardi nel 2019, per un totale di 6 miliardi.
Nell’asta di Btp decennali di ieri, il Tesoro ha piazzato 2,25 miliardi di euro sul mercato, ma il rendimento è schizzato al 3,25% rispetto al 2,87% dell’asta di un mese fa. Si tratta del livello più alto da marzo del 2014. In rialzo anche i tassi di interesse sul Btp a 5 anni, salito al 2,44%, in rialzo di 63 punti base.
Ma neanche l’economia procede secondo le aspettative di un anno fa. Nel secondo trimestre dell’anno l’economia italiana è cresciuta dello 0,2%, confermando il rallentamento segnato con la prima stima. I dati sono stati comunicati dall’Istat in base alle stime definitive sui conti economici del periodo aprile-giugno. Nel primo trimestre il Pil aveva registrato un rialzo dello 0,3%. L’Istat ha rivisto al rialzo la prima stima sulla crescita tendenziale dell’economia italiana. Nel secondo trimestre 2018 il Pil è aumentato dell’1,2% rispetto allo stesso periodo del 2017, contro il +1,1% reso noto dall’Istituto di statistica il 31 luglio scorso in base alle stime provvisorie. A dieci anni dall’inizio della crisi economica, il Pil italiano ha perso il 5,3%. Il confronto è con il primo trimestre 2018, quando si toccò il massimo storico. Nonostante il rallentamento rispetto ai primi tre mesi dell’anno, la fase di espansione dell’economia italiana prosegue da 16 trimestri consecutivi.
Nel fronte occupazionale, qualche leggero miglioramento è collegato alla precarietà. A luglio il tasso di disoccupazione è sceso al 10,4% (-0,4 punti percentuali su base mensile). Diminuisce anche quello giovanile che si attesta al 30,8% (-1,0 punti). E’ quanto rileva l’Istat. Dopo il calo di giugno, la stima degli occupati a luglio registra ancora una lieve flessione (-0,1% su base mensile pari a -28mila unità). Il tasso di occupazione rimane stabile al 58,7%.
La diminuzione congiunturale dell’occupazione è interamente determinata dalla componente femminile e si concentra nella fascia di età 15-49 anni, mentre risultano in aumento gli occupati ultracinquantenni. Nell’ultimo mese si registra una flessione per i dipendenti permanenti (-44mila), mentre crescono in misura contenuta i dipendenti a termine e gli indipendenti (entrambi +8mila).
A fronte del calo degli occupati e dei disoccupati, a luglio si stima un aumento degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,7% pari a +89mila). L’aumento coinvolge le donne (+73mila) e gli uomini (+16mila) e si distribuisce tra i 15-49enni. Il tasso di inattività sale al 34,3% (+0,3 punti percentuali).
Nonostante la flessione registrata negli ultimi due mesi, nel trimestre maggio-luglio 2018 si stima una consistente crescita degli occupati (+0,7% rispetto al trimestre precedente, pari a +151mila). L’aumento ha interessato entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età pur concentrandosi principalmente tra gli ultracinquantenni (+123mila). Sono aumentati nel trimestre i lavoratori a termine (+113mila) e gli indipendenti (+54mila) mentre registrano un lieve calo i dipendenti permanenti (-16mila).
Rispetto ai vincoli oggettivi della congiuntura economica e dell’elevato debito pubblico che non consentono all’attuale governo la realizzazione del cosiddetto ‘contratto’, penta stellati e leghisti inevitabilmente porteranno avanti un inasprimento della politica antieuropeista con la conseguente uscita dell’Italia dall’Euro prima e dalla Ue dopo. Ma gli italiani dovranno essere avvertiti che dopo l’uscita dall’Unione europea non si starà meglio. Potrebbero verificarsi situazioni analoghe a quelle già esistenti in alcuni Paesi dell’America Latina. Poi, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, oggi il Governo non sembrerebbe guidato dal Presidente del Consiglio ed il ministro dell’economia non sembrerebbe sufficientemente ascoltato. Sembra, invece che il Governo sia guidato dai due vicepremier come se fossero i consoli della Repubblica dell’antica Roma.

TIRARE DRITTO

Salvini premierMatteo Salvini appare sicuro e tranquillo, nonostante siano arrivate nuove accuse a suo carico per la questione della Nave Diciotti. “Rischio 30 anni di galera per avere difeso il diritto alla sicurezza degli Italiani? Sorrido, lavoro ancora di più e tiro dritto” scrive sui canali social il ministro dell’Interno, commentando l’aggravarsi della sua posizione e di quella del suo capo di gabinetto Matteo Piantedosi. Ma non è la sola imputazione che grava sul capo del Ministro. Tra qualche giorno (il 5 settembre) è attesa anche la sentenza del Tribunale del riesame di Genova in merito al sequestro dei conti del Carroccio a seguito della condanna per truffa ai danni dello Stato a carico di Umberto Bossi e Francesco Belsito.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, afferma preoccupato: “Se il prossimo 5 settembre il Tribunale del riesame deciderà di requisire tutti i futuri proventi che affluiscono nelle casse della Lega, e che sostanzialmente sono i versamenti dei parlamentari e dei consiglieri, allora il partito non potrà più esistere perchè non avrà più soldi”. Giorgetti ha spiegato che “i soldi che avevamo sono stati presi dalla magistratura, quindi noi non abbiamo più niente, in questo momento”.
La decisione del Tribunale potrebbe mettere un punto definitivo al Partito del Senatur che senza un soldo è destinato a morire, ma secondo indiscrezioni del Corriere, il vicepremier sarebbe già pronto a una soluzione alternativa, ovvero mettere insieme tutto il centrodestra in unico partito. Tuttavia una soluzione, come ricordato da Lettera 43, era stata già trovata: “la Lega ha già tentato in diversi modi di garantire la sopravvivenza del partito anche dopo l’eventuale sequestro, secondo i magistrati facendo transitare soldi dalle casse nazionali a quelle regionali. Non solo: la Lega sono già due partiti, ad esempio, nelle dichiarazioni per il due per mille: la Lega Nord e la Lega Salvini premier”.
Ma per il segretario del Partito Socialista, Riccardo Nencini, in realtà lo scopo del Capo del Viminale sarebbe altro, in effetti il divario con i cinquestelle al Governo non sembra voler diminuire. Inoltre sempre secondo un deputato citato dal Corriere tutto avverrebbe dopo le elezioni di maggio: “Dopo le elezioni europee di maggio, potrebbe avere un senso. Con in mano risultati abbaglianti, senza più una concorrenza nel centrodestra, Salvini potrebbe verosimilmente tentare la corsa alla presidenza del Consiglio da solo”.
“Salvini si è sempre lasciato aperte due strade. Lo fa anche oggi con il lancio del progetto di un partito unico di destra: opa su Forza Italia, indebolita, e sulla Meloni, partito in crisi. Se riceve un no, offre un alibi ai tanti eletti berlusconiani per trasmigrare sotto le sue bandiere, prosegue nell’alleanza coi grillini, la condiziona. Se riceve un si, potrebbe puntare a elezioni anticipate spostando l’asse della coalizione sulla destra radicale. Comunque vada, Berlusconi è in un angolo”. È quanto si legge in un post su Facebook di Riccardo Nencini, segretario del Psi. “Non vedo perché la sinistra riformista non debba valutare la possibilità di costituire in Italia un vasto fronte sostenuto dalle culture popolare e socialista (aperto anche a Forza Italia). Proprio la strada tracciata da Turati un secolo fa. Lo avessero ascoltato…”, ha concluso.

Nel frattempo la Procura di Agrigento ha trasmesso ai pm di Palermo il fascicolo d’indagine sul ministro dell’Interno Matteo Salvini e sul capo di gabinetto Matteo Piantedosi, indagati per il trattenimento illegale dei migranti soccorsi dalla nave Diciotti. A portare gli atti del procedimento, che entro 15 giorni la Procura di Palermo dovrà trasmettere al tribunale dei ministri con eventuali richieste, anche istruttorie, sarà la Guardia costiera a cui i pm agrigentini hanno delegato l’inchiesta.

Accordo nucleare iraniano, conseguenze alla denuncia

trump-rohaniIl presidente statunitense Donald Trump ha di recente denunciato l’accordo sul nucleare iraniano, che il proprio Paese aveva firmato, nel 2015, soprattutto per iniziativa del suo predecessore Barack Obama, assieme ai Paesi del Consiglio di sicurezza dell’ONU, più la Germania. Egli ha anche annunciato che gli USA faranno partire al più presto nuove sanzioni contro l’Iran, al fine di scongiurare che “il regime che sostiene il terrorismo in tutto il Medio Oriente possa arrivare alla bomba nucleare”.
Per giustificare e rafforzare la decisione di rinunciare all’accordo, Trump ha anche sostenuto, riguardo alle intenzioni nucleari dell’Iran, di “avere le prove definitive che quelle di continuo manifestate da Teheran sono bugie”; egli ha fatto riferimento alla denuncia pubblica fatta dal primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, in occasione della quale sono stati mostrati documenti e prove fornite dal Mossad. Ciò ha spinto Trump a concordare sull’esistenza di un programma per il nucleare militare degli iraniani, sebbene nessun osservatore internazionale abbia individuato nei documenti esibiti una qualche violazione di quanto previsto nel Piano d’Azione Congiunto Globale (Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA), concordato a supporto dell’attuazione dell’accordo stipulato.
Durante la presidenza di Barack Obama, l’Iran e gli altri mediatori internazionali avevano raggiunto un accordo sulla risoluzione dell’annoso problema del programma nucleare dell’Iran: con l’accordo e l’adozione del piano congiunto d’azione globale, era stata decisa la rimozione delle sanzioni economiche e finanziarie contro l’Iran, precedentemente decise dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.
Il Piano congiunto prevedeva che il programma nucleare iraniano potesse continuare esclusivamente per scopi pacifici e comportasse un miglioramento nei rapporti internazionali. Questi adempimenti erano stati visti come un pilastro fondamentale del processo di pacificazione internazionale e di stabilità regionale, per via del fatto che l’Iran avrebbe rinunciato a dotarsi di armi nucleari. In ogni caso, l’accordo del 2015 permetteva alla Repubblica Islamica di continuare nella propria attività di ricerca nucleare in ambito scientifico, contestualmente alla cessazione di tutte le sanzioni internazionali a cui era stata sottoposta.
Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo è stato criticato dall’ex presidente Barack Obama, che ha messo in evidenza le possibili conseguenze negative che possono derivare dalla decisione di Trump; ciò in quanto, secondo Obama, la denuncia dell’accordo potrebbe “incoraggiare il regime già pericoloso, minacciare i nostri alleati di devastazione e rappresentare un rischio inaccettabile per la sicurezza dell’America; inoltre – ha aggiunto Obama – potrebbe dare il via ad “una corsa agli armamenti nella regione più pericolosa del mondo” e se le restrizioni sul programma nucleare iraniano dovessero andare perdute, “avvicineremo il giorno in cui ci troveremo davanti ad una scelta: vivere con questa minaccia o lottare per prevenirla”.
L’accordo sul nucleare ha rappresentato il vanto dell’amministrazione degli USA prima di Donald Trump; su di esso, Obama aveva fondato, a livello internazionale, buona parte della sua credibilità, soprattutto perché l’accordo gli aveva consentito di definire le regole della geopolitica della sua amministrazione nei vari scacchieri del mondo nei quali gli USA erano coinvolti. L’opposizione, sia interna che esterna, però, aveva criticato fortemente quest’operazione, definendola un’inaccettabile resa a un nemico dell’America; in particolare, una parte cospicua del Congresso degli Stati Uniti e Israele si erano dichiarati contrari a un alleggerimento delle sanzioni comminate all’Iran dagli Stati Uniti, mentre la comunità internazionale, in larga parte, aveva accolto con favore il “disgelo” nelle relazioni fra i due Stati.
Anche il Presidente iraniano, Hassan Rouhani, dal canto suo, ha condannato la scelta di Trump, affermando che il proprio Paese continuerà a rispettare l’accordo nucleare, anche senza la partecipazione degli Stati Uniti, e che continuerà a conservare le buone relazioni instaurate dopo l’accordo del 2015 con gli altri firmatari. Rouhani ha però aggiunto che Teheran si riserva di decidere, se continuerà ad essere minacciata dai nemici regionali e dagli USA, l’eventuale rilancio del programma per l’energia atomica.
E’ indubbio che la denuncia unilaterale, da parte degli USA, dell’accordo sul nucleare sia destinato ad alterare il precario equilibrio di potenza che era stato possibile raggiungere nel 2015 tra i principali attori regionali (Iran, Israele, Turchia, Arabia Saudita, Emirati ed Egitto); in conseguenza di ciò, sarà inevitabile l’avvio di una spirale che aumenterà il rischio di una guerra regionale, destinata, non solo a conservare la garanzia della stabilità delle rotte commerciali che attraversano il Medio Oriente, ma anche a minare la sicurezza dello Stato ebraico e a rendere altamente probabile il pericolo di una guerra, per via delle numerose “trappole di Tucidide” delle quali è cosparsa ora l’area mediorientale.
Di tutto ciò ne è prova il fatto che, da tempo, Arabia Saudita ed Emirati puntino a rovesciare il regime delle Repubblica Islamica iraniana. La presunta destabilizzazione, da parte dell’Iran, delle relazioni tra i diversi Paesi dell’area e la minaccia alla sicurezza di Israele sono, in realtà, solo il pretesto degli Stati Uniti per continuare a garantirsi la tradizionale posizione dominante all’interno della principale area fornitrice di risorse petrolifere.
Non casualmente viene osservato che, con la sua decisione, Donald Trump abbia voluto riproporre la dottrina dei “pilastri gemelli” di Richard Nixon: Iran e Arabia Saudita. Questi due Paesi, in quanto principali produttori di petrolio, erano stati messi in concorrenza tra loro dall’amministrazione Nixon, creando un contesto loro favorevole e inducendo Riyad a nutrire il sospetto che gli USA volessero mettere l’Arabia Saudita in una posizione di secondo piano; fatto questo che ha spinto Riyad a cercare di consolidare la propria supremazia, creando le premesse della situazione attuale.
Abdolrasool Divsallar, ricercatore presso l’IMESS, l’Institute for Middle East Strategic Studies di Teheran, in “L’Odio arabo spinge Teheran sull’orlo della guerra” (Limes, n. 7/2018), afferma che sinora “molto si è detto e scritto sul perché l’Iran sia percepito come una minaccia degli Stati arabi del Golfo”; tuttavia, continua Divsallar, meno si è detto “sul perché l’Iran vede le politiche dei suoi vicini arabi come potenziali minacce”. Comprendere, perciò, come Teheran percepisca le intenzioni degli Stati arabi, specie Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, a parere del ricercatore iraniano, è altrettanto decisivo per capire le circostanze che concorrono a stabilire lo status qui nell’area mediorientale.
In questo quadro, secondo Divsallar, il progressivo squilibrio militare venutosi creare negli ultimi anni costituisce la causa principale dell’instabilità delle relazione tra gli Stati dell’area. Gli Stati arabi del Golfo – afferma il ricercatore – hanno avuto accesso ad armi avanzate statunitensi ed europee, guadagnando “un enorme vantaggio bellico sull’Iran, in termini sia quantitativi sia qualitativi”. Di conseguenza, il crescente squilibrio militare è diventato l’elemento principale delle preoccupazioni iraniane, non tanto per le intenzioni dei sauditi, quanto perché “gli iraniani sanno che il loro apparato bellico [dei sauditi] è tarato sulla minaccia statunitense”.
Proseguendo la sua analisi, Divsallar disvela il reale motivo per cui Trump ha preso la recente decisione di “uscire” dall’accordo sul nucleare iraniano: lo “scontro di visioni tra Paesi arabi e Iran sulla presenza americana nel Golfo non è una novità. L’Iran vede un eventuale ritiro delle forze statunitensi come l’occasione per esercitare ciò che considera una legittima autorità nella regione. Viceversa, gli Stati arabi desiderano che l’America resti per controbilanciare Teheran”. Sebbene la convergenza di interessi tra Arabia Saudita e Stati Uniti non abbia mai sorpreso l’Iran, lo status quo è improvvisamente cambiato: “Riyad ed Emirati, tramite i loro gruppi di pressione a Washington, hanno spinto gli Stati Uniti a uscire dall’accordo sul nucleare e a inasprire l’isolamento internazionale della Repubblica Islamica, al fine di cambiarne il regime”.
Può darsi che i gruppi di pressione dei quali parla Divsallar siamo riusciti realmente ad esercitare una qualche pressione perché l’America uscisse dall’accorso sul nucleare, ma la natura degli interessi in gioco spinge a considerare il fatto che Donald Trump, sorretto dalla volontà nazionalistica di perseguire il solo interesse economico del proprio Paese, abbia valutato necessario rilanciare l’offensiva contro la Repubblica Islamica. A parere di Dario Fabbri, esperto di America e Medio Oriente, in “L’America all’assalto dell’Iran” (Limes, n. 7/2018), Trump ha rilanciato l’offensiva contro la Repubblica Islamica, non perché “durante la campagna elettorale si fosse divertito a definire come il ‘maggior accordo della storia’ quello siglato da Obama. Né per soddisfare la destra evangelica, parte integrante del suo elettorato e prossima a Israele”; piuttosto perché, “giunto alla Casa Bianca in una congiuntura molto diversa da quella attraversata dal suo predecessore, Trump ha saputo incarnare lo Zeitgeist [spirito del tempo]”; ovvero, Trump ha compreso che la Repubblica Islamica era tornata ad occupare nell’area mediorientale una posizione di vantaggio, soprattutto a seguito dell’intervento russo in Siria.
A parere di Fabbri, a determinare la denuncia americana dell’accordo nucleare sarebbe stato l’intervento della Russia in appoggio del presidente siriano al-Asad; tale appoggio, pur avendo contenuto le mire espansive in Siria dello stesso Iran, non avrebbe tuttavia impedito alla repubblica Islamica di “mantenere intatto il proprio spazio di dominio geopolitico (seppure in coabitazione temporanea con la Russia)”. La nuova situazione venutasi a creare con la stabilizzazione di al-Asad in gran parte del territorio siriano, è stata valutata pericolosa dalla superpotenza americana; di qui la necessità per la nuova amministrazione degli USA di “stracciare il trattato atomico”, considerato non più adeguato alla difesa degli interessi dell’America.
Tutto ciò è avvenuto senza che gli alleati europei dell’America fossero informati, perché gli Stati Uniti, di fronte alla percezione dei propri interessi mediorientali esposti al pericolo di una possibile destabilizzazione degli equilibri di potenza, non hanno esitato ad agire unilateralmente, mostrandosi indifferenti alle possibili divergenze che la loro condotta Avrebbe potuto determinare nei rapporti con i loro alleati tradizionali.
Sul piano geopolitico, tuttavia, gli USA hanno mostrato interesse a coinvolgere Ankara e Mosca nella loro azione di contenimento della repubblica Islamica: riguardo alla Turchia, essi, secondo Fabbri, si sarebbero addirittura dichiarati disposti, sia a tollerare le crescente indipendenza del Paese dalla Nato, sia a sacrificare l’intesa con i curdi del Rojava (un movimento curdo-siriano per la realizzazione di forme di democrazia diretta da proporre ai Paesi mediorientali, in alternativa ai regimi dittatoriali ed a quelli teocratici); per il coinvolgimento della Russia, invece, Trump, nel suo recente incontro in Finlandia con Putin, si sarebbe dichiarato disposto a sospendere, sia pure parzialmente, le sanzioni anti-russe e a “congelare” la questione ucraina, a patto che “Mosca si impegni a contrastare la presenza persiana in Siria e ad adoperarsi per creare una zona cuscinetto nei pressi delle alture del Golan, così da rafforzare la sicurezza di Israele”.
Nella prospettiva di poter “ammansire” le mire politiche di Ankara e di Mosca, ma soprattutto facendo affidamento sull’interesse della Russia, sia per l’affievolimento delle sanzioni economiche che stanno pesando negativamente sulla sua economia, sia per una legittimazione sul piano internazionale dell’occupazione della Crimea, Trump spera che in questo modo la Repubblica Islamica, all’interno del Medio Oriente, possa essere “abbandonata al suo destino”; ovvero, che contro di essa possano essere create le condizioni per provocare un cambio del regime degli Ayatollah.
Nei prossimi mesi sarà possibile verificare se gli Usa potranno avere successo nella loro politica nazionalistica; al riguardo – osserva Fabbri – il punto cruciale consisterà nel conservare, a un basso livello d’intenti, i rapporti ostili da sempre esistenti tra i Paesi dell’area, impedendo così che la situazione, per iniziativa unilaterale dell’America, degeneri in una guerra aperta; se ciò accadesse, gli esiti di un “conflitto caldo” non mancherebbero di espandersi rapidamente a livello globale, con ripercussioni destinate a destabilizzare lo status quo attuale, già di per sé precario, a causa della “guerra doganale” in atto.

Cucchi, il film su quel carcere che non piace alla Polizia

ilaria-cucchi-alessandro-borghiVenezia 75 fa scalpore, ma stavolta portando alla luce uno dei casi di ingiustizia del nostro Paese e indirettamente anche il sistema detentivo inumano che qui vige.
Alla prima a Venezia “Sulla mia pelle”, il docufilm sulla storia di Stefano Cucchi, ha strappato sette minuti di applausi a scena aperta, dai critici, dagli spettatori e dalla famiglia di Stefano. Ma il videoracconto della vicenda, che arriverà nelle sale a processo ancora in corso, non è piaciuto affatto ai sindacati delle divise, sentiti dal quotidiano Il Tempo, il quale riporta anche che la pellicola è stata finanziata per 600 mila euro dallo Stato.
Nonostante il regista, Alessio Cremonini, abbia più volte ribadito che lo scopo del film è quello di “raccontare e non giudicare”, le forze dell’ordine si sono infuriate. Il Cocer, il “sindacato” dei carabinieri ha dichiarato che con un processo ancora in corso “ci sarebbe da indignarsi se si accertasse che il film è stato prodotto con il contributo dello Stato.”
Gianni Tonelli, parlamentare della Lega, ex segretario del Sindacato Autonomo di Polizia (Sap), ha protestato in un’intervista al quotidiano Il Tempo: “Mi chiedo: si può mandare in mezzo mondo un film che dà allo spettatore un’idea non suffragata da sentenze?”.
Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi, ha partecipato alla proiezione alla Mostra del Cinema di Venezia e ha detto: “Vorrei incontrare il ministro e vedere lui che abbassa lo sguardo”. Immediata è stata la replica del ministro Salvini: “Vedrò volentieri il film su Stefano Cucchi e incontrerò, se è loro desiderio, la famiglia al ministero per ascoltare le loro ragioni e spiegare cosa farò da ministro”.

La paura di perdersi

E se, dico se, a tutto ciò che sta accadendo dessimo un senso prepolitico? Ok. Salvini è pronto a issare la bandiera nera su Palazzo Chigi (anche se è Ministro degli Interni, ma è un dettaglio). Ok. Salvini incontra Orbàn e tra di loro si chiamano “eroi”, e con Putin e Trump una pacca sulla spalla e via, come si fa tra veri uomini. Va bene. Il disegno di lanciare un’opa sull’Europa per destrutturarne le fondamenta liberali e rivolte al futuro è palese ed era già un punto strategico dell’asse con il M5S che fu.

Per tutta l’estate abbiamo visto Salvini a dorso nudo per tutte le spiagge di Italia a  dire “ci penso io a difendervi da chi vuole strapparvi l’identità” (per non parlare dei due Fontana che dicono cose del tipo “le donne tornino a fare le mamme..etc etc.”). Tutto agosto passato non a fare il Ministro degli Interni ma a prodursi in una serie di proclami che da un lato hanno avuto come risultato l’emergere della parte peggiore degli istinti maschili dall’altro una straordinaria  (e voluta) perdita di investimenti stranieri, aumento vertiginoso dello spread e crollo della fiducia del nostro Paese. Le dichiarazioni scioviniste, le minimizzazioni degli episodi di violenza, l’emergere di una cultura machista da primo novecento ci fanno pensare anche a un altro aspetto…..

Questo rincorrere un’identità smarrita, anzi, cancellata, di più…..rubata serve a alimentare un odio che travolgerà chi lo prova , ed è, inoltre la spia di un’estrema insicurezza verso sé stessi. In particolare ciò che emerge è un’Italia dove il “maschio”  si sente terribilmente sopraffatto dagli eventi della contemporaneità e dove l’emancipazione liberale, la concorrenza, la libertà, il movimento, la “gettatezza” della vita, i mutamenti sociali e del lavoro hanno definitivamente azzerato l’ego maschile di un Paese che adesso vuole ritornare indietro di mille anni sui diritti civili in nome della Cristianeità (ma quale?) e del passato rurale dove erano ben chiari le divisioni dei ruoli e dei sessi.

E così, come sempre, il maschio rivela tutta la propria incapacità a affrontare il mondo che cambia al punto di fermare il treno e di far scendere tutti.

E mentre l’occidente (e non solo) si è mosso per anni verso l’emancipazione e i diritti civili (che comportano responsabilità e doveri), il “piccolo uomo” smarrito è ritornato da mammina per reclamare “L’uomo forte!”. Ma chi?

Massimo Ricciuti