Scrive Nicola Comparato: Ferragosto senza stipendio per gli operai della Ferrarini

È arrivata l’estate, e con il caldo e le belle giornate, è arrivato anche il giorno preferito di tanti cittadini italiani, il ferragosto . Molte persone si preparano a questo grande giorno da tantissimo tempo, qualcun’altro altro, meno organizzato, decide all’ultimo minuto la meta da raggiungere. Ma la voglia di divertirsi e staccare la spina mette tutti d’accordo. Qualcuno andrà al mare, qualcun’altro in montagna, con la certezza di uno stipendio si possono fare tante cose. Ma il discorso non vale proprio per tutti, come passeranno il ferragosto gli operai dell’azienda Ferrarini? Da qualche mese questa grande realtà del settore agricolo e alimentare, di cui fa parte anche l’azienda Vismara, con sede a Reggio Emilia e un prosciuttificio in provincia di Parma, non garantisce più lo stipendio ai propri lavoratori, che ora si trovano in una situazione di cassa integrazione e contratto di solidarietà causata dalla crisi aziendale. Si fa fatica ad arrivare a fine a mese con un acconto del mese di agosto e due stipendi arretrati congelati, figuriamoci quanti di loro avranno la possibilità di passare un bel ferragosto in famiglia o tra amici al mare o in montagna. Chi sarà sulla spiaggia perché ha lo stipendio garantito vedrà la bandiera azzurra del bagno o quella rossa se il mare è mosso. Chi andrà in montagna vedrà il tricolore sul rifugio d’alta quota. Gli operai della Ferrarini vedranno solo le bandiere della Cgil che sventolano sul cancello e che indicano il presidio Sindacale. Anzi, non vedranno neanche quelle, perché come per magia, qualcuno le ha fatte sparire dallo stabilimento di prosciutti che si trova in provincia di Parma. Si, come per magia, la stessa magia che nel giro di un giorno fece arrivare in un battibaleno uno degli stipendi arretrati agli operai della Ferrarini in provincia di Parma quando decisero di scioperare. Lo sciopero fu annullato in seguito al pagamento, ma la situazione col tempo è peggiorata. Lunedì 20 agosto, a Langhirano, (PR), ci sarà il consiglio dei comuni presso la sala dell’Unione Montana Est. Si discuterà della crisi Ferrarini sul tavolo della politica locale.
Detto questo, buon ferragosto a tutti, specialmente agli operai della Ferrarini.

Trump e i media: da fake news a nemici del popolo?

donald-trump“Non ritengo che i media siano i nemici del popolo”. Questa l’affermazione di Ivanka Trump, figlia del presidente, in una recente intervista. Era questa l’affermazione che Jim Acosta, noto giornalista della Cnn, aveva cercato di strappare a Sarah Huckabee Sanders, portavoce di Trump, in una conferenza stampa alla Casa Bianca senza però riuscirvi. Acosta abbandonò la sala protestando la mancata conferma della Sanders.

La Sanders ha fatto il suo dovere di fedele portavoce al suo capo il quale poco dopo in uno dei suoi tweet ha reiterato di nuovo che “le fake news sono i nemici del popolo”. Il 45esimo presidente commentava

l’incontro tenuto con A.G. Sulzberger e James Bennet, il primo, editore del New York Times, e il secondo il direttore della sezione editoriali del giornale. I due giornalisti avevano avvertito il presidente che “il suo linguaggio non era solo divisivo ma sta divenendo sempre più pericoloso”. Avevano anche sottolineato che riferirsi ai media come “nemici del popolo” continua ad “ampliare le minacce ai giornalisti e condurrà alla violenza”.

Non era la prima volta che Trump attaccava i media come fake news né come nemici del popolo, un’espressione usata da leader di regimi autoritari per silenziare i loro avversari. L’espressione non è nuova. La si trova anche nell’opera drammatica Coriolano di Shakespeare. In tempi moderni, leader autoritari storici sia di destra che di sinistra, da Stalin a Mao ma anche da propagandisti nazisti, la hanno usato per denigrare e annientare i loro nemici politici, assassinarli e persino sfociare in epurazioni.

Trump attacca i media come fake news, aumentando il volume con l’espressione di nemici del popolo, echeggiando la politica di paesi autoritari moderni. Si ricorda che Trump ha sempre avuto parole di approvazione per Vladimir Putin ma anche per altri come Kim Jong-un. In quest’ultimo caso, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha espresso ammirazione per il fatto che il leader coreano a 28 anni ha assunto il potere di una nazione, ignorando però le malefatte di Kim.

A differenza di altri presidenti americani che spesso parlano di democrazia e di valori democratici non solo per gli americani ma anche come modello per il resto del mondo, Trump rimane silenzioso su questo tema. Il suo comportamento con i giornalisti era abominevole durante la campagna elettorale ed è infatti peggiorato durante i quasi due anni di mandato. Trump non esita ad additare giornalisti che non gli piacciono come Acosta al quale ha rifiutato di rispondere ad una domanda nella recente conferenza stampa di Londra con Theresa May. Trump ha identificato Acosta come parte della Cnn che considera fake news e quindi lo ha saltato accettando però di rispondere a John Roberts della Fox News, considerata da non pochi come vera fake news.

Per il presidente di un paese democratico come gli Stati Uniti malmenare verbalmente un cronista in pubblico non fa altro che incoraggiare altri leader autoritari a maltrattare i media dei loro paesi dove non è raro che i giornalisti subiscano anche conseguenze che li fanno andare a finire in carcere e a volte anche peggio. Il comportamento autoritario di Trump non fa altro che legittimare leader autoritari in altre parti del mondo dove i media non sono protetti dal primo emendamento americano che sancisce la libertà di stampa. In effetti, il comportamento di Trump dimostra disprezzo non solo per i giornalisti ma anche per la costituzione americana.

La protezione della costituzione alla libertà di stampa però non offre completa protezione ai giornalisti in America. Acosta, per esempio, deve fare uso di guardie del corpo quando svolge il suo lavoro di giornalista a uno dei tanti rally di Trump, dove non è raro che il 45esimo presidente denigri i media. Trump non ha mai detto ai suoi sostenitori di attaccare fisicamente i giornalisti ma le sue parole focose potrebbero essere interpretate in tale senso da alcuni scapestrati. Di fatti, minacce di individui che si dichiarano sostenitori di Trump sono state ricevute da non pochi giornalisti.

Bret Stephens, editorialista del New York Times, in un recente articolo, parla di minacce ricevute al telefono da uno di questi individui nel mese di maggio del 2018. Quattro settimane dopo, cinque giornalisti del Capital Gazette di Annapolis, Maryland, sono stati uccisi. Non sembra di esserci stato movente politico ma ovviamente gli incitamenti di Trump che caratterizzano i media come nemici del popolo potrebbero condurre a simili tragedie.

L’attacco di Trump ai media però non è necessariamente diretto agli individui ma fa parte della sua politica di demolire la verità che è il suo vero nemico. Si tratta di attacchi che mirano a creare un’altra realtà, una realtà che esce dalla sua bocca. In un recente comizio Trump ha infatti consigliato ai suoi fedelissimi di non credere a ciò che loro vedono scritto o riportato dai media.

L’assenza di fiducia e l’inevitabile mancanza di collaborazione con i media per Trump non è un problema perché di questi giorni si possono bypassare i giornalisti, comunicando direttamente con gli elettori. Trump ha più di 50 milioni di seguaci nel suo account di Twitter, la metà di quelli di Barack Obama, ma ne fa ottimo uso. I suoi messaggi su Twitter e quelli espressi ai suoi comizi includono però frequentemente affermazioni false o ingannevoli. Il Washington Post ci informa che negli ultimi tempi la frequenza delle bugie e le affermazioni ingannevoli di Trump sono aumentate a 16 al giorno. Nei suoi 600 giorni di presidenza Trump ha affermato il falso più di 4300 volte. Lui è infatti il più prolifico propagandista di fake news con il suo twitter account al quale vi aggiunge i frequenti comizi. I giornalisti non sono i nemici del popolo né della verità. Quando il 45esimo presidente attacca i media di fake news dovrebbe guardarsi allo specchio.

Domenico Maceri

L’Italia è con Genova

Il crollo del ponte “Morandi” ha provocato decine di vittime e numerosi feriti. Il Ponte è un passaggio obbligato per tutti quelli che passano lungo la A10, l’autostrada che costeggia tutta la Regione.
Immediatamente sono scattati i soccorsi, centinaio sono i dispersi. Una cinquantina di sfollati. Questo è il momento del lutto e del silenzio. Numerosi Comuni, in tutt’Italia e anche all’estero esprimono la loro vicinanza ai cittadini genovesi e al nostro Paese.
Il Comune di Napoli, con il Sindaco De Magistris, ha annullato la tradizionale “Notte della Tammorra” che si tiene ogni anno a ferragosto e vede protagonisti validissimi nomi della musica partenopea e meridionale. La manifestazione organizzata da Carlo Faiello avrebbe previsto quest’anno ospiti come Lina Sastri, Fiorenza Calogero e tantissimi artisti impegnati sulla ricerca etnomusicale.

Ma tantissimi sono i messaggi e le iniziative di solidarietà e di cordoglio.
In quel che dovrebbe essere il momento del silenzio e della riflessione non sono purtroppo mancati episodi di strumentalizzazione e sciacallaggio politico.
Invece si ripropone l’urgenza di implementare lo sviluppo di opere come la Tav e il potenziamento di altre infrastrutture su ferro (Tav, per esempio). Il trasposrto su gomma va affiancato immediatamente da importanti opere che rilancino un sistema di collegamenti sicuri, rapidi e in grado di garantire fiducia agli investitori.

Ma il confuso Ministro Toninelli invece di aiutare i soccorsi accusa e lancia improperi. Ma è fresco il ricordo di quando altri nel suo movimento parlavano della “favoletta del ponte che può crollare” e che invece (secondo loro) avrebbe potuto durare cent’anni. Continua la battaglia tutta rivolta al passato dei grillini che , ricordiamo, si opposero alla Gronda di Genova il cui obbiettivo consiste nell’alleggerire proprio il carico sulla autostrada A10 e sul ponte crollato.

Si continua a spacciare idee assurde e passatiste che porteranno il nostro Paese a essere sempre più inaffidabile (No Tav, No Terzo Valico..e così via (No Tap e No Pedemontana.
Propganda. Ma propaganda pericolosa. Molto pericolosa. Una battaglia contro tutto ciò che sappia di futuro.
A tutto questo oggi rispondiamo con il silenzio per il rispetto delle vittime della tragedia. Dopo occorrerà davvero una riflessione che stoppi questa corsa malata e demagogica.
Ci stringiamo attorno alle vittime e ai loro familiari.

Massimo Ricciuti

Scrive Luigi Mainolfi:
Ogni anno stesse interviste, stesse parole

Non ero convinto della opportunità di  affrontare un argomento, altre volte trattato. Interviste aventi ad oggetto il rapporto Svimez, il turismo in Irpinia, il Progetto  Alta Irpinia e il Ferragosto Avellinese,  mi hanno  spinto a tornare su alcuni concetti. Intanto, di fronte alla ripetizione   delle stesse considerazioni,  come si fa a non pensare alla Poesia di Totò, ‘A livella, :0gni anno, il due novembre..”?  Si fanno le stesse fotografie, si indicano  gli stessi responsabili delle negatività, mai una riflessione scientifica. Fare sviluppo è scienza economica, oggi più di ieri. Penso che, leggere numeri  e prendere atto di un risultato sia facile, mentre intuire ciò che sta per verificarsi  e decidere cosa bisogna fare, per influenzare positivamente il futuro, sia difficile. Ci vogliono “menti presbiti”, non miopi e  conoscenze adeguate. Sbaglia chi pensa che un territorio modesto  richieda minore impegno, anzi, siccome ha più concorrenti, richiede maggiore acume culturale. I giudizi  letti sul Rapporto Svimez  sembrano la copia di quelli rilasciati  negli anni passati. Sul progetto Pilota Alta Irpinia  ho letto solo banalità e  luoghi comuni. Nessuno mi ha dimostrato di aver letto le proposte di Manlio Rossi-Doria, del 1968 e riproposte dopo il terremoto dell’80.  Spesso le ho richiamate, ma senza fortuna. Con la speranza di non sentire le stese canzoni, l’anno prossimo voglio sottoporre agli intervistati, che avranno la bontà di leggermi, alcuni  principi basilari per ottenere risultati positivi. Incominciamo dal problema Turismo. Dal 2010, c’è stato un calo del 35% delle visite.  Si sa che le persone per andare in una zona devono essere attratte. A tal fine la Regione che  non sempre è  da criticare, nel 2006 decise di finanziare gli “Attrattori turistici”, che dovevano essere presentati dalle Province. Una mia proposta, giudicata “geniale” da Marino Niola, fu scartata dalla Giunta della quale facevo parte, e fu  scelta  l’esibizione di un cantante a Gesualdo. A voi, le considerazioni.  Cosa serve, per predisporre un “Attrattore”?  Bisogna conoscere la cultura e i gusti di chi si vuole attrarre e rendere le risorse  di cui si dispone, affascinanti. Per fare ciò, ci vogliono esperti in marketing, sapendo che questa materia non è “nasometria”, ma è la sintesi di diverse discipline ( esclusa Beni culturali) . Non si può predisporre una proposta turistica, se non si conosce la natura e la capacità attrattiva delle risorse di cui si dispone, sapendo che il loro potenziale varia nel tempo, anche per concorrenza di altri luoghi.  Chi pensa che le Sagre della polpetta siano un attrattore, confonde la mentalità  dell’800 con la logica sofisticata dei potenziali turisti.  Quando si capisce che la cultura attrae più persone del vino e delle bistecche? Da Presidente della Comunità Montana Partenio, agendo nella logica di cui sopra, gli 800.000 visitatori del Santuario, del 1982, in due anni, diventarono 1.200.000, con sommo piacere e tanti ringraziamenti dell’Abate Gubitosi.  Non ci vuole uno scienziato per capire che le proposte vanno fatte conoscere con anticipo e a largo raggio.  Quelli  che si vogliono attrarre, devono conoscere a marzo l’offerta turistica e le disponibilità alberghiere o di B&B. E’ da stolti  pensare di pubblicizzare gli eventi alla vigilia del loro svolgimento. Inoltre, bisogna smetterla di pensare che ogni Comune possa provocare, da solo, flussi turistici. Ci vuole un progetto provinciale unitario. Come si fa a non inserire, nella stessa proposta turistica,  Montevergine, San Gerardo, il Laceno, i Castelli dell’Irpinia e la cultura e i “beni culturali in movimento”?  Gli attuali amministratori della Provincia e dei comuni irpini hanno fatto questa conquista concettuale? Ho l’impressione che vivono rispettando il detto “Ognuno per se e Dio per tutti” . Veniamo al Progetto Alta Irpinia. Sarei grato a chi mi indicasse un’idea, compatibile con la logica dello sviluppo. Invocare stanziamenti di risorse regionali e nazionali, investimenti, ripristino della Avellino-Rocchetta, stazione dell’Alta Velocità e cose del genere, non significa avere idee per lo sviluppo. Ai tempi della Cassa per il Mezzogiorno e dell’economia reale queste richieste avevano un senso, oggi sono obsolete e inutili. Per invertire il processo di desertificazione demografica, ci vogliono esperti di economia spaziale e di marketing territoriale, i quali partendo dalla valutazione delle risorse del territorio, non trascurando quelle culturali e artistiche, predispongano un progetto, la cui concretizzazione deve vedere impegnate le forze politiche, le associazioni di categoria e le popolazioni. La richiesta di servizi si rafforza, se si intravede sviluppo. Non è utopia. Per frenare la discesa verso il baratro, bisogna ragionare come avveniva in Romagna, alla  metà  dell’800. In tempo di “Cannibalismo globalista”, ogni territorio può fare affidamento solo sulle sue energie. Questo vale anche e soprattutto per il Mezzogiorno. Speriamo che, finalmente, spinti dalla disperazione, i meridionali non facciano sfruttare le proprie risorse da altri.

Luigi Mainolfi

Disubbidienza civile contro il pregiudizio della ministra no vax

Sono sempre stato affascinato, fin dalle scuole inferiori, dai progressi della scienza. Mi ha impressionato scoprire che anni e secoli di sperimentazioni in campo scientifico e in campo medico hanno consentito enormi passi avanti al genere umano, che malattie che un tempo erano mortali sono state debellate, e che quasi tutti gli esseri umani erano orgogliosi degli enormi successi della ricerca. Se il mondo avesse avuto paura della ricerca e della scienza, saremmo al medioevo, guarderemmo con sospetto ai boschi e ai suoi abitanti, ci chiuderemmo in casa sbarrando le porte al primo canto di una civetta, ritenendolo presagio di funeste sventure.

Pensavo che tutto questo fosse normale, ma non avevo ipotizzato (mea culpa) l’arrivo di una ministra grillina alla Sanità, che abbracciando in pieno le teorie, senza alcun fondamento scientifico, del cosiddetto popolo “no vax”, si sarebbe inventata delle disposizioni, tra l’altro confliggenti con il disposto che prevede per le regioni competenze in materia sanitaria, in base al quale non è più obbligo vaccinare i bambini per l’ingresso nelle scuole. Se la solerte grillina Grillo (guarda caso, si chiama proprio così) abbia valutato l’impatto dei suoi atti, non è dato sapersi. Ma tant’è. Basterà una bella autocertificazione, ergo, un pezzo di carta da formaggio su cui un genitore si prenderà la responsabilità di attestare l’avvenuta vaccinazione e il gioco è fatto. Con buona pace della sicurezza e dei coscienziosi genitori in regola con i progressi della scienza.

Le disposizioni grilliche hanno subito provocato la sollevazione dei presidi che, a ragione, hanno cercato di spiegare problemi e difficoltà nell’applicare il pensiero della ministra. Ma c’è di più. Nessuno, ad esempio, ha pensato al ruolo delle amministrazioni locali nella gestione delle emergenze sanitarie. E allora, gentile ministra Grillo, dato che è diventato ormai di moda prendersela con i sindaci, mi dice che responsabilità avrebbe un primo cittadino, sulla base delle sue scriteriate direttive, se un bambino non vaccinato, entrato in un asilo nido comunale, facesse dilagare un’epidemia? Andrebbe diritto in galera, in quanto autorità sanitaria, o potrebbe appellarsi alla sua intelligenza e lungimiranza?

Sa, siamo stati abituati a pensare che non si scherza con le vite dei bambini, ma non so se lei la pensa uguale, o se forse, in ottemperanza alle sue convinzioni no vax, è pronta a sacrificare generazioni intere di quella che potrebbe essere la nostra meglio gioventù. Io un’idea ce l’ho. Contro la sua incompetenza, potrebbe servire solo la disubbidienza civile. Legge o non legge.

Leonardo Raito

Il “presentismo” come causa del peggior populismo

giuseppe_de_ritaIl XX secolo è stato caratterizzato dal fatto che capitalismo e democrazia sono stati “coniugati” attraverso uno stretto rapporto tra politica e società; il XXI secolo, invece, con l’approfondimento e l’allargamento della globalizzazione, sembra destinato a connotarsi in termini del trionfo di un capitalismo che, ridimensionando la democrazia, sta causando una cesura sempre più profonda tra politica e società. Rimuovere questa cesura significa, affermano Giuseppe De Rita e Antonio Galdo, in “Prigionieri del presente. Come uscire dalla trappola della modernità”, costituisce oggi una priorità ineludibile, se si vuole ricuperare la politica alla sua funzione originaria e realizzare così le condizioni per un’”alba di una nuova vita”.

“L’uomo occidentale è in piena crisi antropologica. Non riesce più a governare la modernità e ha smarrito la sua bussola più preziosa: il rapporto con il tempo lineare, l’unico in grado di riservare la nostra identità. Da qui la sottomissione a un eterno presente, il tempo circolare, frantumato in un’incessante sequenza di attimi. Una forma di nuova schiavitù”. Il tempo, sottolineano gli autori, è per sua natura lineare, perché si sviluppa secondo un continuum che dalle radici del passato porta l’uomo alla progettazione del proprio futuro; riducendo il tempo ad un andamento circolare, se ne snatura la linearità e lo si priva di significato, allontanando l’uomo dal sentiero della storia.

Accade così che l’uomo diventi vittima del “presentismo”, del quale soffre le conseguenze negative, sia nella sfera privata che in quella pubblica; il tempo circolare lo spinge a “rattrappirsi” nell’”io”, soffrendo dei limiti di un progresso tecnologico declinato “con le categorie del tempo presente”, quindi ad una velocità cui l’uomo non è abituato, sul piano economico, politico e antropologico.

Sul piano economico, il tradizionale conflitto tra capitale e lavoro ha assunto nuove forme, anch’esse determinate dal tempo presente. Il capitale ha cessato d’essere motivato all’investimento, risultando invece prevalentemente orientato alla ricerca della rendita; mentre il lavoro, la cui difesa è stata al centro dell’attività politica per gran parte del Novecento, sta subendo una riduzione dei diritti acquisiti, congiuntamente ad una restrizione delle garanzie del welfare realizzato.

Sul piano politico, il presentismo sta compromettendo i “pilastri” della democrazia rappresentativa, separando la politica dalla società, che divengono due mondi tra loro incomunicabili e sempre più distanti; di conseguenza, la loro residua comunicazione, ispirata all’”ora e subito”, impedisce di tener conto “di quanto si è detto ieri” e fa sparire ogni interesse “per ciò che potrebbe accadere domani”.

Sul piano antropologico, infine, l’allontanamento dell’uomo dal sentiero della storia – affermano De Rita e Galdo – sta segnando la sconfitta dell’umanesimo, poiché il presentismo schiaccia, sia l’uomo in quanto singolo, sia la società della quale egli è parte, in modo tale da estraniali da ogni progettazione per il futuro.

Un’”alba per una nuova vita” potrà sorgere solo se, in luogo del presentismo, sia l’uomo che la società saranno in grado di dare risposte adeguate alle conseguenze negative originate dalla globalizzazione; conseguenze riguardanti, da un lato, la sicurezza, intesa come garanzia della conservazione e del potenziamento dei diritti acquisiti, e dall’altro lato, la possibilità di poter fare affidamento su un benessere crescente, inteso come capacità di assicurare alle generazioni future condizioni esistenziali non inferiori a quelle delle generazioni del passato.

L’uomo e l’umanità potranno avere successo nel contrastare le conseguenze negative indotte dalla globalizzazione, solo se sapranno trovare il modo di superare i limiti dell’”economia presentista”. Questa, a parere degli autori, ha il suo “mantra nella formula ripetuta ossessivamente dai manager più importanti e più pagati del mondo: ‘creare valore’”. Questo “mantra” evoca il breve periodo, che costituisce il paradigma di riferimento della moderna attività finanziaria, quindi il suo sopravvento sull’economia reale.

L’avvento della primazia della finanza sull’economia reale è valsa a consegnare “il primato ai mercati finanziari […] sempre più guidati dagli algoritmi e dai software”; nel mondo capitalistico a decisioni decentrate, le scelte economiche a livello micro e macro, nazionali e internazionali, “sono diventate così ostaggio di oscillazioni misurate in termini di giorni, ore, minuti”, consentendo al “presente” di condizionare l’intero funzionamento stabile dell’economia, che per invertire le fasi negative del processo economico dovrebbe disporre, invece, di progetti innovativi di medio-lungo periodo. Accade così che il “presentismo economico” orienti verso il basso la distribuzione del prodotto sociale, a favore di gruppi sempre più ristretti e, date le crescenti disuguaglianze distributive, a scapito dell’inclusione sociale.

Sul tronco di siffatta economia, in Italia, – affermano gli autori – si è innestato il crescente numero dei rentiers, per i quali “gli imperativi di una società che mira a proteggersi attraverso lo scudo della rendita, diventano un’ossessiva tendenza alla moltiplicazione del risparmio, inteso come cash, denaro liquido disponibile da far fruttare, e a un mutamento negli stili di vita ispirato a una voglia di sicurezza e a orizzonti temporali di breve termine”.

L’espansione del risparmio, per il finanziamento di operazioni orientate alla ricerca della rendita, comporta che il patrimonio accumulato non sia più diretto a finanziare attività produttive, ma ad alimentare una nuova forma di “economia sommersa”, molto diversa da quella formatasi nel recente passato. Allora, il sommerso era il protagonista di un’espansione caotica di un sistema di piccole e medie imprese, che ha portato all’”esaltazione” del “piccolo è bello” e all’industrializzazione diffusa nel territorio; quello attuale, invece, manca di esprimere “nuovi e originali percorsi di crescita economica”, mostrando solo segnali di una chiusura a riccio del “corpo sociale”: ieri, il sommerso guardava al futuro, oggi “ha l’occhio spento sul presente”. Ciò penalizza soprattutto le nuove generazioni, e sebbene la situazione italiana sia comune alla maggioranza dei Paesi occidentali ad economia di mercato, la disoccupazione giovanile in Italia è tra le più alte.

La penalizzazione, tuttavia, ha colpito l’intera società italiana, anche per via dell’impatto diretto esercitato, in modo sempre più profondo, dal progresso scientifico e tecnologico, a causa della continua “distruzione” delle opportunità lavorative che esso sta provocando; A ciò la “politica presentista” cerca di porre rimedio attraverso un crescente aumento della precarizzazione del lavoro. Inoltre, la politica, sottomessa all’immediatezza, sta perdendo cognizione del fatto che l’aumento del benessere dell’Italia è stato realizzato – sostengono De Rita e Galdo – attraverso la “spinta di due motori, oggi entrambi inceppati; il primato della politica e l’inclusione sociale, con un ‘ascensore’ in continuo movimento verso l’alto”.

Questo inceppamento sta causando la separazione della politica dalla società; ciò vale a travolgere i “presidi più importanti della politica del tempo lineare, radicata nella memoria e con lo sguardo proiettato verso il futuro: le istituzioni”. La distorsione di queste ultime sta svuotando l’istituto della rappresentanza democratica, spesso sostituito “dalla personalizzazione sfrenata di una fasulla democrazia diretta”; via via che la società e la politica dell’immediatezza si divaricano, per effetto della perdita del ruolo delle istituzioni come cerniera tra le due “sfere” (della società e della politica), si sta espandendo il tanto deprecato populismo, il quale non nasce a seguito della crescente separazione del popolo dalla politica, ma per l’inadeguata capacità di questa nel dare risposte ai problemi connessi all’aumento continuo della complessità nella società contemporanea.

Se si fosse voluto evitare il distacco della società dalla politica, quest’ultima – a parere di De Rita e Galdo – si sarebbe dovuta tradurre “nella ricerca faticosa e costante di mediazioni, sintesi, compromessi”. Al contrario, la semplificazione resa possibile dal presentismo ha imposto una politica priva della valutazione realistica dei problemi; fatto, questo, che ha dato luogo a due sentimenti collettivi, la “rabbia e la nostalgia”, oggi prevalenti all’interno di quelle società la cui politica, non riuscendo ad intercettarli e ad affievolirli, è chiamata a confrontarsi con il populismo.

La “rabbia” è dovuta alla frustrazione di chi ha perso la percezione della sicurezza sociale ed economica che la politica del passato aveva per un lungo periodo di tempo assicurato; il diffuso risentimento causato da questa perdita di sicurezza porta i soggetti che ne sono vittime ad affidarsi al “capopopolo di turno”, che li orienta contro l’attività politica, accusata di inefficienza, perché prona ai diktat dei mercati finanziari. La “nostalgia”, invece, è dovuta al fatto che gli stessi soggetti, dopo aver interiorizzato un forte senso di insicurezza, sono portati a rimpiangere ciò che non sono riusciti a realizzare nel passato. In entrambi i casi – sostengono gli autori – viene “negata la necessità del tempo e della profondità, elementi essenziali della democrazia”, con la conseguenza che si afferma, come pensiero unico dominante, “l’immediatezza di una presunta, autentica volontà popolare”.

Contro chi critica la sottomissione della politica al tempo presente si potrebbe obiettare, osservano De Rita e Galdo, che il progresso scientifico e tecnologico, proprio delle società capitalistiche attuali, giustifichi la velocità e la semplificazione dell’attività politica presentista, perché giudicata idonea ad assicurare al sistema sociale una leadership politica all’altezza dei problemi del mondo globalizzato. Gli autori negano che ciò corrisponda al vero; la velocità e la semplificazione dell’attività politica può tutt’al più servire a catturare e a consolidare il consenso elettorale nei momenti di crisi, ma il presentismo che la caratterizza ne costituisce il suo punto di debolezza ineliminabile.

Il presentismo, infatti, non valutando realisticamente i problemi sociali che nascono dal cambio d’epoca in corso, non è per sua natura veritiero, perché manca di una visione appropriata del futuro; quest’ultima dovrebbe essere fondata su un insieme di progetti collocati dentro un unico orizzonte temporale, mentre l’immediatezza degli obiettivi, nutrendosi spesso di “bugie, o comunque di una ricorrente distorsione della realtà”, può solo suggerire un’attività politica non rispondente ai sentimenti di frustrazione e di nostalgia, che danno la spinta alla diffusione del populismo. L’affabulazione del presentismo, quindi, è la madre di tutte le peggiori forme di populismo.

In conclusione, secondo De Rita e Galdo, il mondo capitalistico retto da regimi democratici si trova ora “nel mezzo di un cambio d’epoca, con orizzonti che eccitano per la portata dell’innovazione e con l’incubo di una crisi di civiltà, e soltanto la politica può darci le bussole per attraversare il deserto del cambiamento”; le società capitalistiche occidentali sono senz’altro coinvolte in una crisi, la cui irreversibilità però non è affatto scontata.

Il superamento della crisi dipende dalla capacità della politica di ricuperare il suo antico collegamento con la società, impedendo che il populismo, il nuovo spettro che si aggira per il mondo, possa ulteriormente consolidarsi. Ciò però presuppone, non una continua attività di demonizzazione, qual è quella con cui in Italia si cerca ora di esorcizzare il pericolo del populismo, ma l’elaborazione di un progetto per il futuro, in grado di offrire all’intera società il senso di una sicurezza sociale ed economica che la politica non ha sinora saputo affrontare.

Non è accettabile che, per sconfiggere la presunta irrazionalità del populismo, non si sappia sostenere altro che la validità di una politica presentista, solo perché questa è ritenuta idonea a garantire il facile accesso ai mercati finanziari internazionali, per approvvigionare lo Stato delle risorse che da troppo tempo esso non sa reperire al proprio interno. L’eccessiva preoccupazione di salvaguardare la fiducia sulla quale i creditori esteri devono poter contare nei confronti dell’Italia, non è di per sé uno dei motivi, se non il più importante, che giustifica la tesi secondo cui la causa del populismo è la mancanza di progettualità della classe politica, la cui azione dall’avvento della globalizzazione non ha saputo evitare la deriva del presentismo e la comparsa dei capipopolo?

Gianfranco Sabattini

 

Quel ponte crollato su Genova

Una prima responsabilità della immane carneficina, al momento 35 morti e moltissimi feriti, dovuta al crollo del Ponte Morandi dell’A10 a Genova, in prossimità di Sampierdarena, deve essere cercata negli errori della società Autostrade che aveva il compito della manutenzione e che solo pochi anni fa nel corso di un dibattito svoltosi nel capoluogo ligure aveva sostenuto: “Il ponte Morandi potrebbe star su altri cento anni, con la manutenzione adeguata”. Cos’é accaduto? Perché ë crollato? Quale manutenzione é stata o non é stata fatta? Comodo investire sulle autostrade, puntare a guadagni anche leciti, aumentare il costo dei pedaggi, e poi lasciare in condizioni evidentemente critiche e pericolose una struttura fondamentale nel pieno centro di una città.

La seconda responsabilità, sia pure politica, é dei comitati No Gronda. Figurarsi se poteva mancare un altro comitato del no a un’opera pubblica, anzi a un insieme di infrastrutture che avrebbero dovuto sostituire parte di quelle esistenti in una città particolare come Genova, stretta tra monti e mare e costretta ad accavallare le sue strade e i suoi ponti. Il nuovo tracciato autostradale di 61 chilometri dovrà rappresentare la nuova autostrada che attraverso Genova collegherà l’A26 all’A10, con andamento prevalentemente sotterraneo, 23 gallerie e 13 nuovi viadotti. Sul ponte Morandi si é aperta la sfida. Abbatterlo e ricostruirlo oppure semplicemente ristrutturarlo? Il movimento No Gronda, composto e appoggiato dai Cinque stelle, e che contesta l’insieme dell’opera ha scritto: “Ci viene poi raccontata, a turno, la favoletta dell’imminente crollo del ponte Morandi, come ha fatto da ultimo anche l’ex presidente della Provincia, il quale dimostra chiaramente di non avere letto la relazione conclusiva del dibattito pubblico presentato da Autostrade”. Da restare di stucco dopo la strage. Una profezia tragicamente e irresponsabilmente smentita.

Ma chi sono questi pazzi che si battono contro le opere pubbliche? Chi sono questi cultori del no che hanno invaso il paese, senza prendere atto dei dati scientifici e affidandosi all’umore di chi non vuole cantieri dinnanzi a casa. Sono gli stessi che marciano in Piemonte contro la ferrovia ad alta velocità, gli stessi che non vogliono un gasdotto fondamentale per l’Italia e l’Europa che non intende dipendere da Putin. Ma costoro forse vogliono proprio dipendere dal nuovo zar. Sono gli stessi che hanno buttato nell’immondezzaio l’accordo sull’Ilva che il ministro Calenda riuscì a concertare. Sono gli stessi che vogliono i vaccini non obbligatori. Il tema é inquietante. E attiene al rapporto tra progresso scientifico e tecnologico e politica. Se i no-tutto vogliono continuare a procedere verso la decrescita felice, cioè in un mondo bucolico di trecento anni fa che precedeva la rivoluzione industriale, se non vogliono strade, autostrade, ferrovie, gasdotti, fabbriche, gli italiani presto o tardi (mi auguro il prima possibile) daranno loro un calcio in culo.

Genova. Nencini: “Accanto a morti e a famiglie”

genova ponte“Genova: comincerà presto il balletto delle responsabilità. Ma i ponti non devono cadere e basta. Oggi accanto ai morti, ai feriti e alle loro famiglie. Stretti a Genova”. Così in un tweet il segretario del Psi, Riccardo Nencini commenta la tragedia di Genova dove è crollato un viadotto dell’autostrada A10. Il bilancio ancora provvisorio è  di decine di morti e feriti. Tra le vittime c’è anche un bambino di 10 anni. L’incidente, avvenuto poco prima di mezzogiorno, è dovuto probabilmente a un cedimento strutturale del viadotto, che sovrasta il torrente Polcevera e uno dei quartieri più popolosi della città. Al momento della tragedia, sulla zona si stava abbattendo un violento nubifragio.

I soccorritori hanno trovato diversi mezzi schiacciati sotto le macerie con persone morte all’interno. I mezzi coinvolti sarebbero decine. Diverse auto sono incastrate e schiacciate tra le macerie del ponte mentre alcuni mezzi pesanti sono finiti nel torrente Polvecera.

Due dei feriti gravi per il crollo del ponte sono stati travolti nelle loro abitazioni schiacciate dalla struttura. Lo riferiscono fonti mediche dall’ospedale San Martino. Dei due non si conoscono le generalità. Si tratta di una donna di circa 75 anni intossicata dai fumi a seguito di un incendio che ha interessato la sua abitazione dopo il crollo del ponte. Un uomo sui 30 anni ha un importante trauma toracico e un grave trauma cranico. Un terzo ferito, un uomo di 46 anni della Repubblica Ceca, è in codice giallo.

TRAGEDIA A GENOVA

crollo_ponte_morandi_genovaVigilia di Ferragosto di lutto, verso le 11.50 in pieno traffico crolla il ponte Morandi di Genova sull’A10. Sarebbe stato un cedimento strutturale a provocare il crollo di parte del viadotto Morandi, ma al momento i soccorritori stanno cercando di salvare gli ultimi superstiti del grave incidente. Tra le 19 vittime trasferite al Policlinico San Martino c’è anche un bambino di 10 anni che è stato identificato ma sul cui nome vige il massimo riserbo. Diciassette corpi sono già stati identificati, mentre numero dei feriti continua tragicamente a salire. Le ricerche proseguiranno anche di notte, così come annunciato dai Vigili del fuoco. Al momento della tragedia, sulla zona si stava abbattendo un violento nubifragio.
Sono rimaste in piedi, invece, le campate laterali del viadotto che sovrastano, oltre ad Ansaldo Energia, almeno quattro grandi condomini con decine e decine di appartamenti.
In via precauzionale sono state sgomberate alcune palazzine più vicine alla parta di ponte che non è crollata.
“E’ una catastrofe quella che ha colpito Genova e l’Italia intera. Su persone e famiglie inermi si è abbattuta una disgrazia spaventosa e assurda”. Lo ha scritto in una nota Sergio Mattarella. “Il primo pensiero, mio come di tutti gli italiani, va alle vittime, ai feriti, alle sofferenze e alle angosce dei loro familiari – ha aggiunto il presidente della Repubblica -. A quanti oggi piangono per i loro cari, desidero esprimere il più sentito cordoglio, la mia vicinanza e, insieme, la solidarietà della Repubblica”.
“I nostri pensieri vanno alle vittime, ai loro familiari e a tutto il popolo italiano. La Francia è vicina all’Italia in questa tragedia e rimane pronta ad apportare tutto il sostegno necessario. #Genova #Gênes”.
Questo il tweet del presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron a seguito del crollo del viadotto autostradale.
“Genova: comincerà presto il balletto delle responsabilità. Ma i ponti non devono cadere e basta. Oggi stretti ai morti, ai feriti, alle loro famiglie. Vicini a Genova”, ha scritto su Facebook il segretario del Psi, Riccardo Nencini.
La Procura di Genova “è pronta a aprire un fascicolo per omicidio plurimo e disastro colposi” a carico di ignoti perché “ancora non conosciamo il perimetro della tragedia”. Lo ha detto il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi.

Dio perdona loro, non sanno quello che fanno

Dopo l’ordine impartito ai mercati da Di Maio di non aggredire l’Italia, dopo i pasticci su Tav, Tap e Ilva, dopo gli ossimori sui vaccini (l’obbligo flessibile) é arrivato lo stop sul taglio alle pensioni superiori ai 4mila euro. La Lega preferirebbe un prelievo di solidarietà, evidentemente transitorio, perché ha dato una fugace letta ai pareri della Corte costituzionale e anche a quello, recente, del Consiglio di Stato, sulla delibera attorno ai vitalizi degli ex deputati, il cui riconteggio, su base contributiva integrale, deve essere transitorio, proporzionale e razionale. La delibera Fico é invece definitiva, toglie senza alcun criterio di proporzionalità e non equipara affatto gli ex deputati agli altri pensionati giacché a nessuno di loro viene ricalcolata la pensione su base interamente contributiva.

I Cinque stelle, invece, cantano vittoria, sempre, anche quando le buscano sonore. Sembrano quei pugili che alzano le braccia in segno di vittoria alla fine di un match che li ha visti perdenti. E’ evidente che un riconteggio applicando il contributivo integrale per tutte le pensioni superiori ai 4mila euro introduce non solo un’ulteriore disparità con gli altri pensionati (per di più con un sistema introdotto retroattivamente) ma i prelievi saranno notevoli per chi ha maturato 4mila euro e poi diverranno sempre meno consistenti più la cifra (e dunque i contributi) aumentano. Un prelievo, non solo non transitorio, ma nemmeno proporzionale dunque. Anzi, proporzionale all’incontrario.

Con una certa apprensione, Brunetta ha parlato di terrore, attendiamo i contenuti della legge di stabilità dove i conti dovranno rassicurare i mercati. Torniamo al punto. Viviamo nell’epoca della globalizzazione e il supposto sovranismo è oggi la più pericolosa delle utopie. Il nostro debito é per il trenta per cento in mano agli stranieri che investono in Italia 800 miliardi in Bot e Cct e altrettanti in Bond e obbligazioni private. I mercati fanno dunque affluire in Italia circa 1600 miliardi all’anno per mantenere il nostro debito e la nostra economia. Si può pensare all’autarchia, si può solo vaneggiare di complotto se gli investitori stranieri, che amministrano denaro di cittadini, di banche (dunque di risparmiatori), di fondi privati preferiscono investire altrove perché lo trovano più conveniente o meno rischioso?

Che segnale può mandare un governo del genere agli investitori stranieri, se la strategia é quella di aumentare la spesa corrente (sterilizzando l’Iva, introducendo i primi vagiti di Flat Tax e reddito di cittadinanza e facendo andare gli italiani in pensione più tardi) bloccando gli investimenti che producono Pil e occupazione, e dunque aumentando ancora il debito e il deficit? Ma che razza di segnale è mai questo? Il ministro Tria o ha la forza di impedirlo e si determineranno reazioni politiche di non poco conto nei due contraenti il contratto, o sarà costretto lui a dimettersi. Il vero problema italiano, che persiste tuttora, é costituito dalla crescita troppo bassa rispetto a quella degli altri paesi europei e da una conseguente troppo alta disoccupazione soprattutto giovanile. Chiunque non affronti con decisione questi due problemi, ovviamente collegati tra loro, produce danni all’Italia. Se al posto di un Pd sempre all’angolo e del povero Martina, un simbolo alla sofferenza del condannato a morte, ci fosse un soggetto nuovo, aggressivo, competente, capace di interloquire con le categorie sociali e coi cittadini, il futuro dell’Italia si aprirebbe a nuovi squarci di vita e di speranza.