mercoledì, 21 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Albania. Storia e leggende del popolo delle aquile
Pubblicato il 30-08-2018


TIRANA,Albania,08/12/98.-Child heldind the national flag on the Demokratik Party supporter's shoulders ,on the memory of the students' strike of 8 years ago.(ANSA Photo Gent Shkullaku)

TIRANA, Albania, 08/12/98. (ANSA Photo Gent Shkullaku)

Curioso e tragico il destino del popolo albanese, che da sempre vive oppresso “dall’occupante di turno e i più elevati capiclan”. Un potere tribale, retto da “una piramidalità gelosa ed esibita” e da leggi morali che echeggiano mondi perduti.
Dai Pelasgi – i loro “padri”, per quel poco che si riesce a capire – al geniale Scanderbeg che beffò i Turchi, Re Zogu e l’occupazione fascista, passando per l’ateismo militante di Henver Hoxia e gentile signora omaggiata finanche da Madre Teresa la macedone. Una terra dove “la polizia politica sapeva tutto, controllava tutto, soffocava tutto” e poi i flirt con Urss e Cina (“Non si può certo chiamare zio il porco”), l’isolamento e l’ortodossia marxista, i piani industriali falliti, la Sigurimi che cambia nome ma non concept, la visita di Giovani Paolo II e Prodi, gli aiuti economici dell’Occidente, la nascita del Partito democratico (gemmazione del Partito del lavoro nato dalle ceneri del comunismo), Ramiz Alia (Scutari), anni ’80, cupo burocrate svezzato a Mosca critico con la perestrojka, che tentò di usare per eternare il partito e impedire la deriva del Paese, e poi Vlora 91 (“Lamerica”), le rivolte, le galere aperte, le truffe con le finanziarie tollerate da Sari Berisha, fino a Fatos Nano e oggi Edi Rama.
Una storia tormentata, un dna complesso, un po’ tragedia greca, un po’ commedia latina.
Poco meno di 3 milioni di abitanti sparsi su 28.746 km quadrati, profonde differenze antropologiche e religiose fra Nord e Sud, la gente delle coste (commerci e artigianato) e dell’interno rurale (pastorizia, allevamenti, agricoltura), divisa in quattro confessioni religiosi, nell’anno dedicato all’eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbeg (morì nel 1468, 550 anni fa), che dovrebbe rappresentare l’elemento unificante della Nazione, un saggio aiuta a leggere il loro passato e a tentare di decifrare il futuro.
”Storia del popolo albanese” (Dalle origini ai giorni nostri), di Ettore Marino (Cosenza, 1966), Donzelli Editore, Roma 2018, pp. 220, euro 26,00 entra negli interstizi più reconditi della storia dell’Albania dall’identità sfaccettata, sospesa fra Oriente e Occidente, Balcani e Mediterraneo. e dà un retroterra dialettico a un Paese dinamico e vivo di oggi, che sta nella Nato e vorrebbe far parte dell’Europa (che è nei suoi cromosomi), che da un anno ha riconfermato il riformista Edi Rama (un artista), il cui Pil cresce tumultuosamente grazie anche all’intreccio fra l’economia legale e nera, e le cui bellezze sconosciute richiamano 5 milioni di turisti all’anno in questo secondo decennio del XXI secolo. Corruzione e giustizia abborracciata, traffici sporchi, ecc. È come aver liberato un animale selvaggio.
Arbresh di Vaccarizzo Albanese, Marino ci ha messo la passione dell’appartenenza, la profondità delle radici dei padri, il pathos della memoria insonne quanto impietosa, che nulla tace, nasconde, addomestica. Attingendo col metodo più rigoroso a una bibliografia sconfinata.
Dal poeta Agolli (morto un anno fa) a Kadare, l’esito è un saggio utile, necessario, che spiega le sedimentazioni storiche di un paese amico, dipana splendori e miserie di un popolo che noi del Sud sentiamo “fratello” tante e di varie modulazioni sono le sovrapposizioni storiche e culturali.
Magari lo adottassero nelle scuole di Tirana e Valona, formatterebbe le ultime, inconsce resistenze che tarpano ali alla nuova Albania.

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