giovedì, 20 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Antonello Pischedda, quell’angoscia dell’uomo di cultura
Pubblicato il 22-08-2018


Ieri se n’è andato Antonello Pischedda. Era stato mio collega al Senato nell’XI legislatura (1992-1994), ma lo conoscevo da quarant’anni, sia come militante socialista che come uomo di teatro. Aveva fatto del Teatro Civico di una città altrimenti sonnolenta come La Spezia un centro innovativo di cultura. A Genova aveva partecipato, con Lele Luzzatti e Tonino Conte, all’esperienza del Teatro della Tosse. Era stato l’impresario di Carmelo Bene. Con sua moglie Mara Baronti, scomparsa qualche anno fa, aveva diffuso in tutta Italia il teatro della narrazione. Non era nè un nano nè una ballerina: col suo fisico possente partecipò a pieno titolo a quella stagione del “nuovo corso socialista” frettolosamente archiviata da un coro di moralisti e misoneisti che individuarono “il nuovo che avanza” in effimere riforme elettorali invece che nella ricerca e nell’aggiornamento delle vecchie culture politiche. E gli capitò di approdare a palazzo Madama nel momento peggiore (almeno fino a quello che stiamo vivendo oggi). Otto anni fa era stato colpito da un ictus, dalle cui conseguenze non si era più ripreso: ma quando lo andavo a trovare mi rendevo conto che il cervello gli continuava a funzionare, il che accresceva la sua angoscia. Ieri è finita anche quella.

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