venerdì, 19 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Fognini colpisce ancora, il ritorno di Alexander Zverev in America
Pubblicato il 09-08-2018


Fognini

Fabio Fognini: un talento nero messicano per l’Italia che mette ko in finale l’argentino Juan Martin Del Potro (che poi, per problemi al polso, si ritirerà e salterà il torneo di Toronto). Fuori John Isner, il ritorno di Andy Murray e il trionfo di Alexander Zverev. I ritiri dello stesso britannico (prima per le ‘maratone notturne’ all’Atp di Washington e poi anche dal successivo Atp di Toronto, per seguire i suoi tempi di recupero fisici lunghi dopo il ritorno dalla prolungata assenza per l’intervento all’anca di inizio anno, in gennaio scorso) e di Serena Williams (‘per motivi personali’ alla Rogers Cup); infine il ‘cambio generazionale’ con l’invasione dei Next Gen. Intanto, nel femminile, si fanno largo la Kuznetsova e la Buzarnescu rispettivamente al Wta di Washington e al Wta di San Josè. Su questi binari si è articolata l’ultima settimana di tennis precedente agli importanti appuntamenti dell’Atp di Toronto e del Wta di Montréal (meglio noto come Rogers Cup).

All’Atp di Los Cabos Fabio Fognini si presenta con delle treccine, che ha dovuto sfoggiare a seguito di una scommessa persa -ha spiegato in conferenza stampa-. Tuttavia quello che è emerso, non è solo e non tanto il suo look diverso, ma il talento messo in campo dal campione azzurro. Il ligure è parso molto ispirato, a tratti persino ingiocabile, con un’esecuzione ben riuscita da tutti i punti di vista. Può a ben ragione essere definito un talento dunque nero, per la carnagione molto abbronzata che presentava; messicano per il fatto di aver vinto in Messico (dopo il trionfo a Bastad in Svezia). Raccoglie l’eredità del trionfo di Matteo Berrettini della settimana precedente (a Gstaad in Svizzera). Dunque per entrambi è una sana competizione e uno stimolo continuo che si mette in moto per tutti e due, il fatto di primeggiare in maniera equilibrata e tenere alti i colori azzurri. Con la vittoria all’Atp di Los Cabos Fognini sale di una posizione nella classifica mondiale, attestandosi al n. 14 del ranking mondiale. Insegue sia la top ten (molto vicina per lui, un obiettivo non da escludere da qui a fine anno) e il suo best ranking (la posizione n. 13 del mondo, che dovrebbe riuscire a raggiungere in questo 2018, come accadde nel marzo del 2014). Soprattutto la carica gli deriva dal riuscire a competere con dei top players a pari livello. In finale a Los Cabos batte niente poco di meno che Juan Martin Del Potro per 6/4 6/2. Nel primo set l’argentino era avanti 3-0, il ligure non solo ha rimontato sino al 3-3, ma ha fatto break, si è portato sul 4-3, ha tenuto il servizio ed è andato a condurre per 5-3; poi il favorito (in quanto prima testa di serie del seeding) ha manutenuto il proprio servizio e, al successivo turno, l’azzurro (e testa di serie n. 2 del tabellone) ha chiuso il primo set; più in discesa il secondo; Fabio con il rovescio e le palle corte ha fatto ciò che voleva, si è divertito anche ad accelerare e lasciare andare il dritto a tutto braccio, anche con buone percentuali alla battuta. Ineccepibile e nulla da dire né criticare. Sembrava una sorta di Monfils azzurro (con le treccine e la carnagione scura, anche se mancavano alcuni centimetri del gigante francese) oppure un nuovo Guillermo Coria (altro campione argentino del passato): un po’ ci somigliava; ma inutile fare paragoni, perché Fognini è Fognini e quando decide di giocare c’è ben poco da fare se non correre a rincorrere i suoi colpi rapidi, veloci, profondi e (perché no?) anche potenti. Un talento naturale, difficile da paragonare o imitare, perché ha una sensibilità di corda molto rara e un’istintività nell’approccio alla palla originale. Del Potro, tra l’altro, in semifinale ha battuto Dzumhur (testa di serie n. 3, per 6/3 7/6) che aveva sconfitto il nostro Thomas Fabbiano con un doppio tie-break.

Se dal Messico ci spostiamo a Washington, vediamo i giocatori essere refrigerati ai cambi-campo da ventilatori per le alte temperature, sebbene il maltempo abbia rovinato un po’ alcune giornate (soprattutto le prime); tanto che Andy Murray ha terminato la sua partita contro Copil alle ore 3 di mattina; conclusa tra le lacrime con il punteggio di 6/7 6/3 7/6, il campione britannico ha deciso poi di ritirarsi il giorno dopo accendendo un’aspra polemica con gli organizzatori. In compenso lo spettacolo qui a Washington D. C. è stato offerto tutto da quattro talenti Next Gen: il tedesco Alexander Zverev, il greco Stefanos Tsitsipas, l’australiano Alex De Minaur e il russo Andrey Rublev. A trionfare è stato il primo, che ha dimostrato una netta superiorità rispetto agli altri; perfetto per tutto il torneo, evidentemente aveva una carica emotiva in più, che gli ha permesso anche di battere il fratello Misha per 6/3 7/5 (ai sedicesimi). In finale si è scontrato con l’australiano Alex De Minaur che, però, deve aver sentito la tensione della finale ed è apparso meno ‘efficace’ che nel turno precedente nella semifinale contro Rublev (in cui ha rimontato al terzo set, sotto del primo, in un mega-partitone straordinario in cui entrambi hanno eseguito colpi eccezionali). 5/7 7/6 6/4 il punteggio che ha regalato un posto in finale a De Minaur, apparso però come ‘bloccato’ contro Zverev, forse sentendo la maggiore presenza in campo del tedesco, più a suo agio con appuntamenti fondamentali del genere. Alexander ha regolato l’avversario facilmente per 6/2 6/4: senza storia il primo set, nel secondo Alex De Minaur stava man mano emergendo e prendendo campo, ma bravo il tedesco a ‘controllarlo’. Così come aveva fatto contro Stefanos Tsitsipas in semifinale: stesso punteggio; non male per un avversario molto insidioso come il greco. Gracile, esile, ma molto agile, rapido, veloce, combattivo, respinge tutto e recupera ogni colpo con una regolarità sorprendente e azzardando anche qualche discesa a rete. Tuttavia, quanto aveva giocato splendidamente ai quarti contro il belga David Goffin (dominandolo per 6/4 6/1, in un match a senso unico), quanto non ha reso contro il tedesco: è apparso molto falloso, quasi non riuscisse a tenere lo scambio, male con il servizio, era molto nervoso, tanto da darsi delle botte in testa. Invece la forza di Zverev è stato proprio il giocare in sicurezza e tranquillità, sicuro delle sue capacità e in scioltezza, ma soprattutto con convinzione e sbagliando pochissimo. Una forza mentale, dunque, più che fisica la sua.

Se un’altra sorpresa all’Atp di Washington l’ha regalata la testa di serie n. 2 John Isner (uscendo subito contro la wild card Noah Rubin per 6/4 7/6), al Wta di San Josè invece un’altra americana è uscita prima del previsto: stiamo parlando proprio di Serena Williams (che ha perso 6/1 6/0 da Johanna Konta al primo turno). Se poi la britannica è arrivata sino ai quarti di finale, a contendersi il titolo sono state due tenniste che stanno cercando di imporsi maggiormente sulla scena mondiale. Ovvero la rumena Buzarnescu e Maria Sakakri: entrambe quest’anno hanno ottenuto risultati importanti e soddisfacenti, ma alla fine l’ha spuntata la rumena per 6/1 6/0: poco altro da dire o da aggiungere se non da rilevare la caparbietà con cui la Buzarnescu scende in campo e lotta, cerca continuamente il vincente e la vittoria. Del resto era carica e molto motivata anche a seguito della conquista della semifinale contro la favorita Elise Mertens: la belga ha perso al terzo set per 4-6 6-3 6-1. La rumena, con il conseguimento del titolo al Wta di San José diventa la n. 20 al mondo per la prima volta (un traguardo importante per lei raggiunto di cui può ritenersi più che soddisfatta, molto faticato e sudato, a coronare un buon 2018 per lei). Classe 1988, così giovane, la tennista di Bucarest entra nella top 20 dunque ed ora, per le avversarie, è assolutamente da tenere d’occhio e temibile, perché il suo percorso d’ora in avanti può essere solo che in ascesa e in miglioramento; difficilmente regredirà vista la tenacia, il carattere e il suo mordente.

Mentre al Wta di Washington sono state altre due tenniste ugualmente in auge a disputare la finale: Svetlana Kuznetsova e Donna Vekic (fidanzata di Stan Wawrinka). Ad imporsi è stata la prima al terzo set, con il punteggio di 4-6 7-6(7) 6-2. Un’occasione persa per la Vekic, che ha buttato via una partita pressoché quasi vinta. In vantaggio sempre fino al 4-1 del secondo set, quando ha avuto la palla del 5-1 e servizio a sua disposizione invece è stato 4-2 per la russa (con il game dunque conquistato da Svetlana). A quel punto la russa ha cominciato a caricarsi e crederci ed ha pareggiato i conti, portando l’altra al tie-break; a quel punto è partita subito avanti la Kuznetsova e la Vekic è apparsa molto stanca, sempre a rincorrere il punteggio fino a che non ha perso il tie-break; in quel momento per la russa il gioco era fatto, tutto a suo favore ed ha dominato il terzo set su una ‘sfinita’ Donna Vekic che ‘arrancava’ ai cambi campo. Probabilmente hanno pesato ed inciso molto prima le palle break sciupate per il 5-1 nel secondo set e poi il tie-break sfumato e non maturato: molto fallosa al servizio, ha cominciato a commettere anche qualche doppio fallo in più del previsto (da stanchezza per l’appunto crediamo) propri nel tie-break che per lei sarebbe stato decisivo per chiudere il match. Ma Svetlana l’ha fatta correre molto e spostare parecchio in campo; recuperava quasi tutto e per fare il punto Donna era costretta a spingere molto sui colpi, rischiando anche tanto. E di certo questo non l’ha favorita.

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