sabato, 17 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Brennan e Mueller: grossi grattacapi per Trump
Pubblicato il 24-08-2018


trump-delirio“Considererei un onore se lei revocasse anche il mio nullaosta per la sicurezza”. Così scriveva William H. McRaven nelle pagine del Washington Post esprimendo un notevole disappunto per la revoca del nullaosta di sicurezza a John Brennan. McRaven era stato ammiraglio della marina americana e comandante delle forze speciali che eliminarono Osama bin Laden nel 2011. Donald Trump ha voluto punire Brennan per essere stato uno degli individui chiave che ha scatenato l’inchiesta del Russiagate ma anche per i suoi critici commenti sull’operato del 45esimo presidente.

Si ricorda che Brennan, dopo l’incontro fra Trump e Vladimir Putin a Helsinki del 16 luglio, aveva accusato il presidente americano di tradimento per avere preso la parte del leader russo invece di sostenere i gruppi di intelligence americana che hanno determinato l’interferenza russa nell’elezione americana del 2016. Il giorno dopo Trump si è reso conto di avere sbagliato e ha spiegato che si era trattato di una svista linguistica.

Poco credibile ovviamente perché il 45esimo presidente non ha mai digerito la tesi dell’interferenza russa vedendo questa possibilità come macchia alla sua vittoria del 2016 ma anche alla possibile trasparenza sui suoi rapporti finanziari con oligarchi russi. Punire Brennan togliendogli il nullaosta di sicurezza non avrà un grande impatto sulla vita personale o pubblica dell’ex direttore della Cia ma riconferma la rottura fra Trump e il mondo dell’intelligence.

I nullaosta sulla sicurezza vengono mantenuti da ex membri dell’intelligence per varie ragioni. Non è raro che questi individui vengano richiamati o consultati dai membri di un nuovo governo per assistenza e chiarezza su temi di vitale importanza. In queste consultazioni gli ex funzionari spesso vengono aggiornati su informazioni confidenziali che richiedono il nullaosta. Senza questa capacità di fare uso della saggezza, accumulata in anni di servizio, ne soffre il Paese.

In tempi passati queste transizioni avvenivano di routine e gli ex funzionari del mondo dell’intelligence rimanevano in grande misura nell’anonimato. Il caso di Brennan è diverso per il fatto che Trump non ha accettato con fatti e parole le conclusioni del mondo dell’intelligence sull’interferenza russa nell’elezione.

Le parole sono evidenti nei suoi innumerevoli tweet in cui attacca a destra e manca non solo l’inchiesta di Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate, ma difatti tutte le agenzie di intelligence. Questa campagna contro l’intelligence è iniziata con il licenziamento di James Comey, direttore della Fbi dopo il rifiuto di questi di mettere da parte le inchieste su Michael Flynn, il consigliere della sicurezza nazionale, licenziato da Trump dopo poche settimane di lavoro. Dopo avere messo Comey da parte, il 45esimo presidente ha licenziato 25 individui della Fbi e del dipartimento di giustizia, incluso Andrew McCabe, numero 2 alla Fbi, e Sally Yates, vice procuratore generale.

Trump ha anche dimostrato il suo disappunto su Jeff Sessions, procuratore generale, e Rod Rosenstein, vice procuratore generale, nominati proprio dal presidente stesso. Nel caso del primo lo ha deriso e offeso pubblicamente e in uno dei tanti tweet ha anche suggerito che Sessions dovrebbe mettere fine all’inchiesta di Russiagate. Il vero responsabile dell’inizio dell’inchiesta sull’interferenza russa sull’elezione americana è però Rosenstein poiché Sessions si era ricusato considerando il suo conflitto per avere partecipato alla campagna elettorale di Trump.

La revoca del nullaosta di Brennan non è dunque una distrazione come molti analisti hanno suggerito. Si tratta di un altro attacco all’intelligence per cercare in tutti i modi di minare direttamente e indirettamente l’inchiesta di Mueller ma allo stesso tempo cercare di sminuire le conseguenze, con poco successo, come ci dimostrano alcuni recentissimi eventi.

Don McGahn, l’avvocato della Casa Bianca sta collaborando con Mueller sul Russiagate da nove mesi e ha parlato con gli investigatori almeno tre volte per un totale di 30 ore. Paul Manafort, il manager della campagna politica di Trump per quattro mesi, è appena stato condannato su otto capi di accusa per frode fiscale. Michael Cohen, ex legale di Trump, si è dichiarato colpevole su 8 capi di accusa, incluso uno sulla violazione della legge elettorale per un candidato politico (non specificato ma facile da identificare). Il pericolo di ulteriori informazioni che questi tre individui potrebbero fornire a Mueller non è da sottovalutare anche se l’inchiesta include molte altre testimonianze che potrebbero incastrare il presidente.

La revoca del nullaosta a Brennan si riallaccia dunque al Russiagate che preoccupa l’attuale inquilino della Casa Bianca. Ciononostante l’azione contro Brennan va oltre la sua persona minacciando altri individui ma creando allo stesso tempo incertezza per tutti i 4 milioni di funzionari che lo posseggono e che potrebbero perderlo se il presidente lo decide. Per molti di questi individui si tratta di estrema necessità poiché senza il nullaosta perderebbero il loro posto di lavoro. Inoltre c’è da considerare anche l’effetto negativo per futuri individui che vogliano lavorare nel mondo dell’intelligence.

Questo clima di incertezza dovuto all’attacco a Brennan ha colpito tutto il mondo dell’intelligence. Ecco perché più di trecento ex membri dell’intelligence che hanno servito con presidenti repubblicani e democratici hanno firmato una lettera di supporto a Brennan. La lista è formata da ex membri di sicurezza e intelligence e include i 15 ex capi della Cia di tutte le presidenze da Ronald Reagan a Barack Obama. La ha firmato persino William H. Webster, 95enne, ex direttore della Fbi e Cia in amministrazioni democratiche e repubblicane. I firmatari non sono necessariamente d’accordo con le idee politiche espresse da Brennan ma rivendicano il diritto alla libertà di espressione per tutti.

Un diritto messo in pratica da McRaven nel suo pezzo sul Washington Post. L’ex ammiraglio sperava che dopo l’elezione Trump diventasse il presidente di cui il paese ha bisogno. McRaven definisce questo presidente come uno che mette il bene degli altri prima di se stesso servendo da modello per tutti. Trump, secondo McRaven, ci ha “imbarazzati” davanti agli occhi dei bambini, e umiliati nel mondo. Ma la cosa peggiore è che ha “diviso la nazione”.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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Commenti all'articolo
  1. Intanto, si legge ad esempio sulle pagine di attualità della Gazzetta di Reggio, se n’è andato John McCain. Il senatore repubblicano si è spento a 81 anni nella sua abitazione in Arizona circondato dall’affetto dei familiari. Tutta la politica USA si inchina all’eroe che ha fatto la storia del partito repubbicano (GOP, Grand Old Party) e cha saputo legare e lavorare con tutto il Congresso. La sua scomparsa arriva poco dopo la decisioni di sospendere le cure contro l’aggressivo tumore al cervello con cui combatteva da oltre un anno, ma che non gli ha impedito di rispettare i suoi impegni politici fino alla fine, sfidando anche il presidente eletto Donald Trump. Fra Trump e McCain i rapporti non sono mai stati tra I migliori, con il senatore che ha inflitto al presidente uno schiaffo pesante suill’Obamacare e The Donald che non l’ha mai dimenticato. Ma le tensioni tra i due risalgono anche a prima: alla campagna elettorale in cui Tump lo ha accusato di non essere un eroe per non essere stato ucciso dai vietcong (sic). Ieri il Tycoon ha espresso in un tweet il suo “più profondo rispetto per la famiglia McCain. I nostri cuori e le nostre preghiere sono per voi”. “Grazie senatore McCain – twitta la first lady Melania Trump – per il suo servizio al Paese”.
    Nell’esprimere le proprio condoglianze alla famiglia McCain, l’ex presidente Barack Obama ricorda il loro duello alle elezioni del 2008, “Eravamo molto diversi ma condividevamo la fedeltà a qualcosa di più alto, ovvero gli ideali per cui generazioni di immigrati e americani hanno combattuto, manifestato e fatto sacrifici”. Obama ha poi definito il vecchio avversario “un senatore coraggioso che ci ispira”. Quanto a Bill Clinton, l’ex presidente democratico ringrazia McCain per il ruolo svolto nella normalizzazione dei rapporti tra Usa e Vietnam, e ne ricorda la tenacia e il coraggio a rompere gli schemi di partito se lo riteneva giusto. Con la morte di McCain resta in Senato un unico veterano del Vietnam, Tom Carper. (am)

  2. “Il consigliere della Casa Bianca – riferisce la Gazzetta di Reggio – Don McGahn lascerà il suo incarico in autunno, poco dopo la conferma del giudice Brett Cavanaugh alla Corte Suprema degli Stati Uniti. “Ho lavorato con Don per molto tempo e molto apprezzato il suo servizio”. Lo ha scritto su Twitter il presidente statunitense Donald Trump, senza fornire nessuna motivazione per l’addio di McGahan. In precndenza il New York Times aveva riferito che il consigliere “collaborò intensamente con lo staff del procuratore speciale per il Russiagate Robert Mueller, prendendo parte ad almeno tre interviste con gli investigatori, per un totale di 30 ore. Trump disse di avere autorizzato i suoi collaboratori più stretti a cooperare con gli investigatori, ma erano emerse voci su ciò che McGahan aveva detto a proposito della possibilità che il leader repubblicano abbia cercato di ostacolare il normale flusso della giustizia. The Donald ha anche attaccato i democratici. Secondo Trump, le sue possibilità politiche saranno ribaltate con la violenza se i dem vinceranno le elezioni di midterm a novembre. “Capolvolgeranno tutto ciò che abbiamo fatto e lo faranno in maniera rapida e violenta”.

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