giovedì, 20 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Calenda, il Pd e le elezioni europee
Pubblicato il 30-08-2018


Sono completamente d’accordo con Calenda che giudica questo governo il peggiore della storia repubblicana e che, contrariamente alla Guelmini che pure riprenderebbe volentieri il nome “socialista” (ma su questo anche Calenda non ha obiezioni e ha definito il riformismo socialista “una grande stagione”), non ritiene sia stato un errore evitare l’intesa col M5S. I grillini non sono la soluzione del problema, sono il problema. L’unione di populismo e sovranismo rappresenta una mistura indigeribile soprattutto per un liberale. Ecco perché Calenda (questo l’ho scritto più volte e i fatti mi danno ragione) definisce il governo in blocco come avversario politico, mentre la sinistra del Pd pensa che nel blocco ci siano futuri alleati. Il dibattito avvenuto ieri sera nella rubrica “In onda”, su La7, doveva mettere a confronto le due anime del Pd. Entrambe, però, hanno sparato alzo zero sull’attuale dirigenza. Entrambe si sono augurate un azzeramento del gruppo dirigente, polemizzando aspramente coi due gruppi, quello renziano e quello antirenziano, che non si decidono neppure a convocare un congresso. Se Calenda pensa a una nuova coalizione o soggetto politico largo e che aggreghi tutte le sensibilità riformiste e liberali, la Guelmini pretende un cambio del nome, visto che ormai la stagione del Pd viene giudicata esaurita.

Nella ricerca del nome sta anche tutta l’esigenza, mai soddisfatta, di trovare un’identità. Dalla nascita del Pd come socialisti abbiamo sottolineato quei gravi difetti che oggi sono alla base della sua crisi e dell’auspicato mutamento. Innanzitutto l’idea che per non superare la storia comunista italiana, anziché fare ricorso alla naturale conversione nell’altra e più naturale storia, quella socialista, e in particolare quella del socialismo riformista e liberale, si dovesse ricorrere ai miti veltroniani della lontana America. Un partito che da comunista diventa democratico di sinistra e che nel suo pantheon può evitare di omettere Gramsci e Togliatti, è un partito ambiguo. Un partito che nel 1999 compie più direttamente una scelta socialdemocratica e non riconosce che il leader socialdemocratico Saragat aveva ragione, intestando le sue sezioni a Berlinguer è un partito strabico. Un partito che poi diviene democratico senza aggettivi e si unifica con un settore che proviene dal cattolicesimo e per alcuni anche dalla vecchia Dc ed è costretto a cantare le lodi di De Gasperi che i comunisti li cacciò dal governo nel 1947, è un partito cinico. Un partito che continua a svolgere feste dell’Unità, giornale fondato da Gramsci nel 1924 in polemica con l’Avanti, è un partito opportunista.

Si dirà che ormai storia e politica non vanno a braccetto, che la fine delle ideologie, la caduta dei muri, i grandi problemi della globalizzazione, della finanziarizzazione e della migrazione, annullano tutte le appartenenze. Bisogna distinguere. Certo i nuovi problemi non possono essere affrontati con vecchie ricette. Ad esempio un ritorno al socialismo scientifico solo perché, contrariamente agli anni ottanta, il ceto medio si starebbe proletarizzando (vecchia profezia di Marx) o addirittura perché (tesi di Fusaro) si importerebbe nuova manodopera dall’Africa per sostituire quella tradizionale a minor costo, il che si configura come una sorta di marx-salvinismo. E la stesse socialdemocrazie europee hanno bisogno di svegliarsi, di dotarsi di nuovi programmi e di nuove strategie. Resta il fatto che in tutta Europa, anche oggi, anche alla luce dei recenti sondaggi, le forze che si ispirano al Pes rappresentano la maggioranza relativa degli elettori in Portogallo, in Spagna, in Svezia, nel Regno unito (che ormai non è più nell’Unione), se vogliamo in Grecia e, con l’eccezione della sola Francia, dove però un ex socialista, Macron, ha ereditato parte cospicua della forza del vecchio Psf, in tutte le altre nazioni questi partiti sono in piedi e con percentuali non trascurabili. In Europa non esiste, il caso è solo italiano, alcun partito democratico e la direzione scelta già nel 1989 è alla base della mancanza di identità d’un partito oggi in crisi.

Le elezioni europee si avvicinano e il pericolo di un successo del fronte populista e sovranista è forte. Spero che le vere direttive provengano dall’Europa, cioè dai partiti che questa tendenza contestano. Se i primi vinceranno l’Europa, o quel che resta dell’Europa, sparirà. Avranno vinto Trump e Putin che questo desiderano. E non si dica che nascerà un’altra Europa. Il sovranismo (che altro non è che il vecchio nazionalismo) non presuppone legami internazionali, ma solo conflitti tra stati. Fin d’ora le strategie di posizionamento possono essere solo due ed entrambe accomunate da decisioni da calare nei singoli stati, per dare l’idea di una fronte europeo omogeneo. O una unica lista antisovranista che metta insieme socialisti, popolari, verdi, liberali, democratici, oppure una coalizione che proponga soggetti autonomi. In quest’ultimo caso altro non c’è anche per l’Italia che la presentazione di una lista di Socialisti e Democratici. E se il Pd poi si sciogliesse per dar vita a un soggetto con questo nome, noi socialisti vi porteremmo tutto il peso di una storia, di un’identità e di una collocazione europea coerente e ambiziosa. Fragili oggi come consenso, ma decisivi per risolvere le ambiguità di un trentennio e per portarvi l’identità cercata.

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Commenti all'articolo
  1. Se Renzi passa definitivamente al cinema e alla tv, se Veltroni si limiterà a scrivere un libro sul fallimento della sua creatura, se quel che resta del PD si decide a scegliere cosa faranno da grandi, se lo sparpagliamento di minuscoli partiti e movimenti cessa, se Calenda si mette in fila con gli altri, se si smette di pensare a Macron come ex-socialista, se si smette di star dietro all’agenda dettata dal governo di destra a cinque stelle, se – infine – di comincia a considerare cosa può nascere dalla frantumazione di una grande sinistra nel mondo d’oggi, allora una lista di valore fronteggerò le prossime elezioni europee – e forsanco nazionali.

  2. Ringraziando ancora il Direttore per i suoi generosi sforzi di RIANIMAZIONE socialista, ritengo opportuno, a mio avviso, avanzare chiarimenti:
    A) Il PD, al di là delle lotte intestine, di mero potere individuale, non si scioglierà mai.
    D’altra parte perchè mai dovrebbe farlo, posto che rappresenta l’unico soggetto politico esistente nel campo della sinistra e del centro-sinistra?
    L’unico soggetto politico per ciò stesso riconoscibile in quel campo, rispetto agli altri, meri spiccioli autoreferenziali di nessuna progettualità, quindi visibilità.
    Per averne una prova, basta che chiunque di noi faccia un microsondaggio nel proprio luogo di residenza.
    B) Qualora il PD, cosa anch’essa molto improbabile, decidesse solo di cambiare nome, certamente non assumerebbe quello di “Socialista”.
    Ciò per due evidenti ragioni: in primo luogo perchè tale sigla rappresenta partiti in crisi universale, e la logica della politica, sempre più mercantile, non può prescindere dall’appetibilità della offerta politica; in secondo luogo perchè in esso provenienze, individuali e collettive, da sempre risultano contrarie ad identificarsi con il socialismo.
    Morale: ma se quello che rimane del nostro partito ( ridotto allo 0.2-0.3%), invece di sperare ancora in un “assistenzialismo” politico (naturalmente da parte del PD), fino ad oggi perpetrato ai fini di collocazioni personali, pensasse innanzitutto, doverosamente, a rinnovarsi nel pensiero e nei rappresentanti, non farebbe cosa buona e giusta???

  3. Una delle prime cose sarebbe comprendere se davvero negli ultimi anni (a essere feroce potrei fare un salto all’indietro ancora piu’ ampio) il Pd possa essere considerato un partito di sinistra. Bisognerebbe innanzitutto smetterla di apprezzare il ruolo di Minniti, coi suoi Daspo e accordi libici che tanto piacciono a Salvini e alla Destra.

  4. Non stupisce più di tanto l’ipotesi di una lista unica di “Socialisti e Democratici”, perché mi par di constatare che il PSI non differenzia da tempo la propria linea ed azione politica da quella del PD (personalmente non riesco a darmene spiegazione, ma ne prendo semplicemente e doverosamente atto).

    Mi sembra tuttavia irrealistico il pensare che i socialisti, portando “tutto il peso di una storia, di un’identità e di una collocazione europea coerente e ambiziosa”, possano risultare influenti, dal momento che quanto avvenuto fin qui mi sembrerebbe dire tutt’altra cosa (a meno che vi sia chi ne sappia dare altra e diversa interpretazione).

    Paolo B. 31.08.2018

  5. A Paolo Bolognesi. Dobbiamo intenderci sull’identità socialista. In Europa esiste il Pes al quale aderisce anche il Pd. Il nostro piccolo Psi dovrebbe starne fuori? E se il Pes presentasse una lista unica magari col nome del gruppo a Strasburgo e cioè Socialisti e democratici il Psi dovrebbe starne fuori perché?

  6. Se, come scrive Daniele, a livello europeo la sinistra presentasse una sola lista, dal nome Socialisti e Democratici, anche il PSI dovrà fare i conti con una tale realtà, facendo di necessità virtù come si usa dire, ma io guardo innanzitutto alla situazione di casa nostra, dove peraltro la componente socialista della sinistra, diversamente dagli altri Paesi del perimetro europeo, è sempre stata minoritaria rispetto a quella di radice comunista, la quale, più di venticinque anni fa, se ben ricordo, non aderì all’idea dell’unità socialista, perché allora sarebbe stata a guida riformista.

    Se quella unità fosse andata in porto, secondo gli intendimenti socialisti, ci sarebbe stato tutto il tempo per dimostrare che una sinistra riformista era ed è in grado di proporsi come valida e credibile alternativa di governo, e poteva quindi maturare via via un sistema dai tratti bipolari, dove l’un polo era giustappunto rappresentato dalla sinistra riformista, ma ciò non è invece avvenuto, e mi chiedo pertanto che senso abbia una sola lista, dal nome Socialisti e Democratici, dove vale il sistema proporzionale – vedi le elezioni europee – e non v’è dunque necessità di preventive coalizioni..

    Alle elezioni politiche del 1946 per l’Assemblea Costituente, il Partito Socialista sopravanzò il PCI, ma poi le parti si sono sistematicamente invertite dopo l’insuccesso, nelle urne del 1948, del Fronte Democratico Popolare, ossia l’entità che vedeva insieme i due partiti, e io non vedo per quale ragione si debba oggi ripetere un’esperienza che non ha mai portato fortuna ai socialisti, forse perché l’elettore ha perso la fiducia nell’autonomia socialista, e teniamo poi presente che la lista Socialisti e Democratici dovrebbe nascere, da quanto ne capisco, con lo scopo di avversare “L’unione di populismo e sovranismo”.

    Proprio a quest’ultimo riguardo, io mi chiedo cosa abbiano a che fare i socialisti con chi cerca sempre una avversario da trasformare in “nemico”, come è avvenuto più di un quarto secolo fa col nostro leader, e poi con quello forzista, ossia una “formula” che pare riproporsi di nuovo e puntualmente anche oggi, dal momento che l’obiettivo è quello di “opporsi”, non di avanzare proposte concrete per dar risposta ai non pochi problemi dei nostri giorni, almeno così sembra (forse vale anche qui l’intramontabile proverbio “non c’è due senza tre”, pur se a sinistra si sta alzando qualche voce che suggerisce di non insistere troppo sulle “accuse” di populismo e sovranismo).

    Paolo B. 01.09.2018

  7. Leggendo i commenti al tuo Fondo Direttore, che condivido totalmente, mi rendo conto quanto sia difficile essere razionali e realisti. Mi sembra che non sia ancora chiaro a molti dei nostri compagni, a quelli del p.d. e dei vari cespugli di sinistra sparsi qua e la, che la situazione oltre a quella economica, quella democratica del nostro Paese, è talmente deteriorata che dopo le Elezioni Europee, potrebbe varcare il punto di non ritorno.
    L’articolo di Emiliano Fittipaldi sull’Espresso di questa settimana, rende chiaro come opera questo governo e con quali metodi di propaganda Salvini e Di Maio, acquisiscono consenso per il loro potere. Non opporsi adeguatamente per combattere l’avanzata del populismo, del sovranismo che si stanno preparando a vincere le Elezioni Europee e poi quelle nazionali per essere leggitimati in nome del popolo sovrano, a restaurare un regime totalitario. A me fa paura !
    Desistere vuol dire tradire gli ideali delle forze politiche, degli uomini di cultura, del popolo italiano, che hanno combattuto e sconfitto il fascismo con la guerra di liberazione ridando dignità agli italiani e aver contribuito a mantenere per più di settanta anni la Pace in Europa.
    Per questi motivi bisogna lasciare da parte i distinguo i pretesti e lavorare subito con convinzione alla proposta Calenda !
    IL TEMPO E’ SCADUTO !

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