giovedì, 20 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Cocco Bill cavalca ancora: l’intramontabile successo di Jacovitti
Pubblicato il 27-08-2018


COCCO BILLHa affascinato intere generazioni di lettori, dagli anni Quaranta sino ai giorni nostri, grazie al suo umorismo, al suo gusto per il surreale e per l’esagerazione, alla sua capacità di raccontare vizi (tanti) e virtù (pochine) dell’italiano vero prima che Toto Cutugno lo cantasse annegandolo nel miele.

I critici non l’hanno mai amato, almeno sino agli anni Novanta. Ma l’ostracismo della critica, legato alle frequentazioni cattoliche e al suo dichiarato anticomunismo, non gli ha impedito di diventare un autore di successo internazionale e di accompagnare, dal 1949 al 1980, la vita scolastica di decine di migliaia di studenti con il Diario Vitt.

Per gli amanti della numerologia ci sono diversi anniversari che lo riguardano; per la cronaca ne parliamo perché l’8 agosto scorso a Termoli, sua città natale e che già gli ha intitolato il liceo artistico, è stata inaugurata una statua in bronzo, posizionata sul Corso Nazionale, realizzata dallo scultore Michele Carafa.

Statua che lo raffigura seduto, gambe accavallate, l’immancabile sigaro in bocca e un blocco per schizzi in mano mentre disegna Cocco Bill, uno dei suoi personaggi più famosi.

Ormai anche i più distratti avranno capito che stiamo parlando di Benito Jacovitti, Jac o Lisca di pesce, quello dei salamini, delle sparatorie che producono buchi grandi così ma senza una goccia di sangue, della violenza tanto esagerata da divertire il lettore, di una vita intera raccontata in una tavola, inventore di personaggi, di gag a raffica, un umorista instancabile, divertente come pochi ma anche affilato come un bisturi.

La notizia della statua ci permette di celebrare il grande Jac pubblicando una sua autobiografia inedita, anche se stringata, parte di una intervista telefonica realizzata nel maggio 1994.

Negli anni Novanta, infatti, abbiamo intervistato Jac al telefono due volte: nel 1992 in occasione di “Benito Jacovitti, surrealismo all’italiana”, la prima grande mostra antologica allestita dal Salone di Lucca; e nel 1994, quando gli venne conferito, dall’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro, il titolo di Cavaliere al merito della Repubblica, primo autore di fumetti a ricevere questa onorificenza. Notizia sparata in anteprima assoluta dal sottoscritto, persino prima che fosse pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.

Nel 1994 sono state registrate anche le note autobiografiche che seguono. Il dattiloscritto, fortunosamente ritrovato nell’archivio delle cose che mai saranno messe in ordine, è lungo 62 righe che riportiamo così come scritte a suo tempo, con l’aggiunta qualche nota in corsivo. Anche i virgolettati successivi sono tratti delle due interviste.

“Sono nato a Termoli, in provincia di Campobasso, (regione Molise, nda) il 9 marzo 1923, quindi ho compiuto 71 anni (siamo nel 1994, nda). All’età di sei anni la mia famiglia si è trasferita a Macerata perché a Termoli, causa la mancanza di acqua, morivano molte persone, principalmente bambini.

In quegli anni, Termoli veniva rifornita di acqua attraverso spedizioni ferroviarie, non esistendo neanche le autobotti.

Noi eravamo molto poveri. Mio padre, ferroviere, guadagnava appena 400 lire al mese, e un fiasco d’acqua potabile costava 20 centesimi, lo stesso prezzo di un barilotto di acqua non potabile, che doveva essere usata soltanto per lavarsi.

Allora, noi si comprava il barilotto d’acqua, che ci bastava per una settimana, solo che la si usava anche per bere, come faceva molta gente povera di Termoli.

Ciò causava la morte di molte persone come conseguenza delle malattie che sopraggiungevano. La mia stessa madre, che oggi (cioè nel 1994, nda) ha 95 anni, ha perso un figlio in tenera età e ha avuto cinque aborti proprio a causa dell’acqua che si beveva.

A seguito di questa situazione, e dietro suggerimento del medico, mio padre ha trasferito la famiglia in Abruzzo, a Ortona Mare, dove siamo rimasti due anni.

Poi siamo arrivati a Macerata, dove ho studiato presso la Scuola d’Arte. Quando sorse il problema di continuare gli studi, i professori dissero a mio padre che, visto che ero molto bravo, dovevo frequentare scuole importanti, tipo quelle di Firenze e di Urbino. Quindi nel 1939 mi sono trasferito a Firenze e mi sono iscritto al Liceo Artistico.

Anche se io sono poco credente, almeno nel senso “classico” del termine (infatti sono convinto che gran parte delle guerre attuali, dall’Irlanda alla Jugoslavia, sia generata da conflitti religiosi che poco hanno a che fare con il vero Dio – siamo sempre nel 1994, nda), frequentavo una parrocchia dove andavo a giocare a pallone, e per la quale realizzavo, a tempo perso, dei disegni umoristici.BENITO JACOVITTI

Siccome li hanno ritenuti validi, li hanno spediti a “Il Vittorioso”, il settimanale cattolico di Roma che aveva iniziato la pubblicazioni due anni prima, nel 1937.

Dal Vittorioso mi hanno commissionato una storia dal titolo “Giorgio e Rosetta Barbieri della Prateria”, che è la mia prima storia pubblicata.

Contemporaneamente collaboravo con un periodico fiorentino, “Il Brivido”, un giornale umoristico interamente scritto in dialetto.

Io pensavo che questi fossero fatti episodici, invece ho iniziato a collaborare a tempio pieno col Vittorioso, che mi ha chiesto anche di presentare nuovi personaggi.

Così sono nati Pippo, Palla e Pertica (chiamati anche i 3P, che esordiscono il 5 ottobre 1940, nda), tre amici uno alto e magro, uno basso e uno grasso. La mia prima serie umoristica.

Per conciliare gli impegni di studio con il lavoro, per un certo periodo di sono alzato alle quattro del mattino. Così potevo disegnare e poi andare a scuola.

Ho comunque terminato il liceo artistico, ma quando mi sono iscritto all’università, alla Facoltà di architettura, ho capito che la mia strada era un’altra e ho abbandonato gli studi. Architetto, infatti, ho preferito non esserlo, avrei fatto le case tutte sbilenche oppure che cadevano.

Ho capito che il disegno umoristico era la mia strada, anche perché guadagnavo abbastanza bene per l’epoca, circa 800 lire al mese, e non l’ho più abbandonata.

Nel 1944 ho conosciuto mia moglie (Floriana Jodice, nda), che ho sposato nel 1949, e dal 1946 vivo a Roma”.

E sempre a Roma, Jacovitti muore il 13 dicembre 1997. Poche ore dopo, colpita da un infarto causato dal dolore, morirà anche la moglie.

Jacovitti aveva un talento irripetibile nel raccontare abbinato a un segno grafico “morbido” o “gommoso”, come si direbbe in italiano, mentre negli Usa si userebbe “tooning”, da toons, cartoni animati.

Cioè disegnava con più curve che spigoli, così che l’occhio, scivolandoci intorno, non ha difficoltà a cogliere tutti i dettagli. Per spiegarci meglio: pensate al Maggiolino Volkswagen, alla Biancaneve di Walt Disney, a Jessica Rabbit o a Valeria Marini.

Dopo l’esordio nelle pagine del settimanale cattolico “Il Vittorioso”, edizioni Ave (Anonima Veritas Editrice, fondata nel 1935 dalla Gioventù Cattolica, ramo dell’Azione Cattolica), Jacovitti, non si è più fermato saltando, come il suo Cocco Bill in sella a Trottalemme, dalle pagine stampate ai cartoni animati, dalle edicole alle librerie, dall’editoria alla televisione, dalla pubblicità ai poster; e ancora francobolli, figurine e schede telefoniche.

Tra i suoi personaggi ricordiamo, oltre Pippo, Palla e Pertica, Mandrago il Mago (1946), l’onorevole Tarzan (1948), Cocco Bill (28 marzo 1957) con Trottalemme e la sua immancabile camomilla, Zorry Kid (1968), Cip l’arcipoliziotto (1945), il cattivissimo Zagar con il suo lenzuolo nero (1945), il giornalista Tom Ficcanaso (1957), Jak Mandolino (anni Quaranta), la Signora Carlomagno (anni Cinquanta). Un cenno meritano anche le centinaia di illustrazioni per i libri per ragazzi e le sue tre versioni del Pinocchio di Collodi.

Dopo “Il Vittorioso”, le sue storie appaiono su “Il Giorno dei Ragazzi”, dove esordiranno molti dei suoi personaggi, tra cui Cocco Bill; “Il Corriere dei Piccoli”; “L’Automobile”, rivista ufficiale dell’Aci; “Playman”; “Linus”; “Il Giornalino” delle Paoline, “Il Travaso”, dove collabora con Federico Fellini, e dove userà il nome d’arte di “Franz”, dopo le rimostranze del Vittorioso. E in decine e decine di riviste e volumi, in edicola e in libreria, compresi gli Oscar Mondadori.

Ma c’è anche il Kamasultra, con i testi di Marcello Marchesi, pubblicato nel 1977 su Playman, una rivista per adulti, e poi raccolto in albi e volumi. Le tavole, ispirate al Kamasutra, l’antico libro indiano su sesso e dintorni, fecero scalpore e causarono l’ira funesta degli editori del Vittorioso e del Diario Vitt. Così che Jac decise di interrompere la collaborazione con loro.KAMASULTRA 02

Nel 1993, su testi di John Kawasaki, ecco il “Kamasutra spaziale”, storia ispirata alla notizia che la Nasa voleva mandare in orbita una coppia di astronauti sposati.

Per concludere, ci sono anche “Le carte di Jacovitti”, un mazzo di carte da gioco realizzato per un collezionista e pubblicato nel 2003 da Stampa Alternativa.

A questo proposito Jac diceva: “(In Italia, nda) Era il tempo dell’erotismo che straripava dappertutto. Sembravamo capitati in piena Svezia senza un’adeguata educazione sessuale. Allora io ho voluto fare una presa in giro di questa moda con i miei peni a rubinetto e le mie donne con quattro seni. Ho fatto dell’erotismo alla mia maniera. E le mie donne nude certamente non eccitano il lettore ma lo fanno ridere”.

Ma è sbagliato parlare di Jac al passato perché il suo successo continua ancora oggi con i volumi di “Cocco Bill e il meglio di Jacovitti”, collana edita da Hachette, che sta riscuotendo un incredibile successo in edicola: ai 50 volumi già stampati è stato deciso, proprio poche settimane fa, di aggiungerne altri venti.

Quindi, per quasi sessant’anni Jacovitti è stato una delle personalità più graffianti dell’umorismo, un fine affabulatore, un autore di fumetti che possiamo inserire tra i grandi narratori del Novecento. Ma non chiamatelo artista: lui preferiva definirsi un artigiano.

Ma artista o artigiano che dir si voglia, qual è il segreto del suo inossidabile successo? Lasciamo la risposta a Jacovitti: “Io penso che faccio un umorismo che va bene per tutti”. Umorismo, badate bene perché ci teneva a precisare che: “Io non ho mai fatto satira, se non dopo la guerra per i Comitati Civici, perché mi pagavano e perché l’Italia era divisa in due parti: o con la Dc o con il Fronte Popolare, e io logicamente ero contro quest’ultimo. La satira è una cosa un po’ cattiva, si attaccano le persone singole. Io con il mio umorismo attacco le situazioni, i vizi della gente però in generale. Prendo in giro i generi letterari, tipo i gialli oppure il Far West, spaziando dall’Età della Pietra ai giorni nostri. Però non attacco le persone come singoli”.

Antonio Salvatore Sassu

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