sabato, 17 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Accordo nucleare iraniano, conseguenze alla denuncia
Pubblicato il 31-08-2018


trump-rohaniIl presidente statunitense Donald Trump ha di recente denunciato l’accordo sul nucleare iraniano, che il proprio Paese aveva firmato, nel 2015, soprattutto per iniziativa del suo predecessore Barack Obama, assieme ai Paesi del Consiglio di sicurezza dell’ONU, più la Germania. Egli ha anche annunciato che gli USA faranno partire al più presto nuove sanzioni contro l’Iran, al fine di scongiurare che “il regime che sostiene il terrorismo in tutto il Medio Oriente possa arrivare alla bomba nucleare”.
Per giustificare e rafforzare la decisione di rinunciare all’accordo, Trump ha anche sostenuto, riguardo alle intenzioni nucleari dell’Iran, di “avere le prove definitive che quelle di continuo manifestate da Teheran sono bugie”; egli ha fatto riferimento alla denuncia pubblica fatta dal primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, in occasione della quale sono stati mostrati documenti e prove fornite dal Mossad. Ciò ha spinto Trump a concordare sull’esistenza di un programma per il nucleare militare degli iraniani, sebbene nessun osservatore internazionale abbia individuato nei documenti esibiti una qualche violazione di quanto previsto nel Piano d’Azione Congiunto Globale (Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA), concordato a supporto dell’attuazione dell’accordo stipulato.
Durante la presidenza di Barack Obama, l’Iran e gli altri mediatori internazionali avevano raggiunto un accordo sulla risoluzione dell’annoso problema del programma nucleare dell’Iran: con l’accordo e l’adozione del piano congiunto d’azione globale, era stata decisa la rimozione delle sanzioni economiche e finanziarie contro l’Iran, precedentemente decise dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.
Il Piano congiunto prevedeva che il programma nucleare iraniano potesse continuare esclusivamente per scopi pacifici e comportasse un miglioramento nei rapporti internazionali. Questi adempimenti erano stati visti come un pilastro fondamentale del processo di pacificazione internazionale e di stabilità regionale, per via del fatto che l’Iran avrebbe rinunciato a dotarsi di armi nucleari. In ogni caso, l’accordo del 2015 permetteva alla Repubblica Islamica di continuare nella propria attività di ricerca nucleare in ambito scientifico, contestualmente alla cessazione di tutte le sanzioni internazionali a cui era stata sottoposta.
Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo è stato criticato dall’ex presidente Barack Obama, che ha messo in evidenza le possibili conseguenze negative che possono derivare dalla decisione di Trump; ciò in quanto, secondo Obama, la denuncia dell’accordo potrebbe “incoraggiare il regime già pericoloso, minacciare i nostri alleati di devastazione e rappresentare un rischio inaccettabile per la sicurezza dell’America; inoltre – ha aggiunto Obama – potrebbe dare il via ad “una corsa agli armamenti nella regione più pericolosa del mondo” e se le restrizioni sul programma nucleare iraniano dovessero andare perdute, “avvicineremo il giorno in cui ci troveremo davanti ad una scelta: vivere con questa minaccia o lottare per prevenirla”.
L’accordo sul nucleare ha rappresentato il vanto dell’amministrazione degli USA prima di Donald Trump; su di esso, Obama aveva fondato, a livello internazionale, buona parte della sua credibilità, soprattutto perché l’accordo gli aveva consentito di definire le regole della geopolitica della sua amministrazione nei vari scacchieri del mondo nei quali gli USA erano coinvolti. L’opposizione, sia interna che esterna, però, aveva criticato fortemente quest’operazione, definendola un’inaccettabile resa a un nemico dell’America; in particolare, una parte cospicua del Congresso degli Stati Uniti e Israele si erano dichiarati contrari a un alleggerimento delle sanzioni comminate all’Iran dagli Stati Uniti, mentre la comunità internazionale, in larga parte, aveva accolto con favore il “disgelo” nelle relazioni fra i due Stati.
Anche il Presidente iraniano, Hassan Rouhani, dal canto suo, ha condannato la scelta di Trump, affermando che il proprio Paese continuerà a rispettare l’accordo nucleare, anche senza la partecipazione degli Stati Uniti, e che continuerà a conservare le buone relazioni instaurate dopo l’accordo del 2015 con gli altri firmatari. Rouhani ha però aggiunto che Teheran si riserva di decidere, se continuerà ad essere minacciata dai nemici regionali e dagli USA, l’eventuale rilancio del programma per l’energia atomica.
E’ indubbio che la denuncia unilaterale, da parte degli USA, dell’accordo sul nucleare sia destinato ad alterare il precario equilibrio di potenza che era stato possibile raggiungere nel 2015 tra i principali attori regionali (Iran, Israele, Turchia, Arabia Saudita, Emirati ed Egitto); in conseguenza di ciò, sarà inevitabile l’avvio di una spirale che aumenterà il rischio di una guerra regionale, destinata, non solo a conservare la garanzia della stabilità delle rotte commerciali che attraversano il Medio Oriente, ma anche a minare la sicurezza dello Stato ebraico e a rendere altamente probabile il pericolo di una guerra, per via delle numerose “trappole di Tucidide” delle quali è cosparsa ora l’area mediorientale.
Di tutto ciò ne è prova il fatto che, da tempo, Arabia Saudita ed Emirati puntino a rovesciare il regime delle Repubblica Islamica iraniana. La presunta destabilizzazione, da parte dell’Iran, delle relazioni tra i diversi Paesi dell’area e la minaccia alla sicurezza di Israele sono, in realtà, solo il pretesto degli Stati Uniti per continuare a garantirsi la tradizionale posizione dominante all’interno della principale area fornitrice di risorse petrolifere.
Non casualmente viene osservato che, con la sua decisione, Donald Trump abbia voluto riproporre la dottrina dei “pilastri gemelli” di Richard Nixon: Iran e Arabia Saudita. Questi due Paesi, in quanto principali produttori di petrolio, erano stati messi in concorrenza tra loro dall’amministrazione Nixon, creando un contesto loro favorevole e inducendo Riyad a nutrire il sospetto che gli USA volessero mettere l’Arabia Saudita in una posizione di secondo piano; fatto questo che ha spinto Riyad a cercare di consolidare la propria supremazia, creando le premesse della situazione attuale.
Abdolrasool Divsallar, ricercatore presso l’IMESS, l’Institute for Middle East Strategic Studies di Teheran, in “L’Odio arabo spinge Teheran sull’orlo della guerra” (Limes, n. 7/2018), afferma che sinora “molto si è detto e scritto sul perché l’Iran sia percepito come una minaccia degli Stati arabi del Golfo”; tuttavia, continua Divsallar, meno si è detto “sul perché l’Iran vede le politiche dei suoi vicini arabi come potenziali minacce”. Comprendere, perciò, come Teheran percepisca le intenzioni degli Stati arabi, specie Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, a parere del ricercatore iraniano, è altrettanto decisivo per capire le circostanze che concorrono a stabilire lo status qui nell’area mediorientale.
In questo quadro, secondo Divsallar, il progressivo squilibrio militare venutosi creare negli ultimi anni costituisce la causa principale dell’instabilità delle relazione tra gli Stati dell’area. Gli Stati arabi del Golfo – afferma il ricercatore – hanno avuto accesso ad armi avanzate statunitensi ed europee, guadagnando “un enorme vantaggio bellico sull’Iran, in termini sia quantitativi sia qualitativi”. Di conseguenza, il crescente squilibrio militare è diventato l’elemento principale delle preoccupazioni iraniane, non tanto per le intenzioni dei sauditi, quanto perché “gli iraniani sanno che il loro apparato bellico [dei sauditi] è tarato sulla minaccia statunitense”.
Proseguendo la sua analisi, Divsallar disvela il reale motivo per cui Trump ha preso la recente decisione di “uscire” dall’accordo sul nucleare iraniano: lo “scontro di visioni tra Paesi arabi e Iran sulla presenza americana nel Golfo non è una novità. L’Iran vede un eventuale ritiro delle forze statunitensi come l’occasione per esercitare ciò che considera una legittima autorità nella regione. Viceversa, gli Stati arabi desiderano che l’America resti per controbilanciare Teheran”. Sebbene la convergenza di interessi tra Arabia Saudita e Stati Uniti non abbia mai sorpreso l’Iran, lo status quo è improvvisamente cambiato: “Riyad ed Emirati, tramite i loro gruppi di pressione a Washington, hanno spinto gli Stati Uniti a uscire dall’accordo sul nucleare e a inasprire l’isolamento internazionale della Repubblica Islamica, al fine di cambiarne il regime”.
Può darsi che i gruppi di pressione dei quali parla Divsallar siamo riusciti realmente ad esercitare una qualche pressione perché l’America uscisse dall’accorso sul nucleare, ma la natura degli interessi in gioco spinge a considerare il fatto che Donald Trump, sorretto dalla volontà nazionalistica di perseguire il solo interesse economico del proprio Paese, abbia valutato necessario rilanciare l’offensiva contro la Repubblica Islamica. A parere di Dario Fabbri, esperto di America e Medio Oriente, in “L’America all’assalto dell’Iran” (Limes, n. 7/2018), Trump ha rilanciato l’offensiva contro la Repubblica Islamica, non perché “durante la campagna elettorale si fosse divertito a definire come il ‘maggior accordo della storia’ quello siglato da Obama. Né per soddisfare la destra evangelica, parte integrante del suo elettorato e prossima a Israele”; piuttosto perché, “giunto alla Casa Bianca in una congiuntura molto diversa da quella attraversata dal suo predecessore, Trump ha saputo incarnare lo Zeitgeist [spirito del tempo]”; ovvero, Trump ha compreso che la Repubblica Islamica era tornata ad occupare nell’area mediorientale una posizione di vantaggio, soprattutto a seguito dell’intervento russo in Siria.
A parere di Fabbri, a determinare la denuncia americana dell’accordo nucleare sarebbe stato l’intervento della Russia in appoggio del presidente siriano al-Asad; tale appoggio, pur avendo contenuto le mire espansive in Siria dello stesso Iran, non avrebbe tuttavia impedito alla repubblica Islamica di “mantenere intatto il proprio spazio di dominio geopolitico (seppure in coabitazione temporanea con la Russia)”. La nuova situazione venutasi a creare con la stabilizzazione di al-Asad in gran parte del territorio siriano, è stata valutata pericolosa dalla superpotenza americana; di qui la necessità per la nuova amministrazione degli USA di “stracciare il trattato atomico”, considerato non più adeguato alla difesa degli interessi dell’America.
Tutto ciò è avvenuto senza che gli alleati europei dell’America fossero informati, perché gli Stati Uniti, di fronte alla percezione dei propri interessi mediorientali esposti al pericolo di una possibile destabilizzazione degli equilibri di potenza, non hanno esitato ad agire unilateralmente, mostrandosi indifferenti alle possibili divergenze che la loro condotta Avrebbe potuto determinare nei rapporti con i loro alleati tradizionali.
Sul piano geopolitico, tuttavia, gli USA hanno mostrato interesse a coinvolgere Ankara e Mosca nella loro azione di contenimento della repubblica Islamica: riguardo alla Turchia, essi, secondo Fabbri, si sarebbero addirittura dichiarati disposti, sia a tollerare le crescente indipendenza del Paese dalla Nato, sia a sacrificare l’intesa con i curdi del Rojava (un movimento curdo-siriano per la realizzazione di forme di democrazia diretta da proporre ai Paesi mediorientali, in alternativa ai regimi dittatoriali ed a quelli teocratici); per il coinvolgimento della Russia, invece, Trump, nel suo recente incontro in Finlandia con Putin, si sarebbe dichiarato disposto a sospendere, sia pure parzialmente, le sanzioni anti-russe e a “congelare” la questione ucraina, a patto che “Mosca si impegni a contrastare la presenza persiana in Siria e ad adoperarsi per creare una zona cuscinetto nei pressi delle alture del Golan, così da rafforzare la sicurezza di Israele”.
Nella prospettiva di poter “ammansire” le mire politiche di Ankara e di Mosca, ma soprattutto facendo affidamento sull’interesse della Russia, sia per l’affievolimento delle sanzioni economiche che stanno pesando negativamente sulla sua economia, sia per una legittimazione sul piano internazionale dell’occupazione della Crimea, Trump spera che in questo modo la Repubblica Islamica, all’interno del Medio Oriente, possa essere “abbandonata al suo destino”; ovvero, che contro di essa possano essere create le condizioni per provocare un cambio del regime degli Ayatollah.
Nei prossimi mesi sarà possibile verificare se gli Usa potranno avere successo nella loro politica nazionalistica; al riguardo – osserva Fabbri – il punto cruciale consisterà nel conservare, a un basso livello d’intenti, i rapporti ostili da sempre esistenti tra i Paesi dell’area, impedendo così che la situazione, per iniziativa unilaterale dell’America, degeneri in una guerra aperta; se ciò accadesse, gli esiti di un “conflitto caldo” non mancherebbero di espandersi rapidamente a livello globale, con ripercussioni destinate a destabilizzare lo status quo attuale, già di per sé precario, a causa della “guerra doganale” in atto.

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