sabato, 17 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Giacomo Brodolini: tutto per i lavoratori
Pubblicato il 18-08-2018


Se Recanati è per i letterati il “natio borgo” di Giacomo Leopardi, per i politici è il paese natale di Giacomo Brodolini, uno dei socialisti più noti e dei più fedeli rappresentanti dei lavoratori. Brodolini vi nacque il 19 luglio del 1920. Completati nel 1939 gli studi secondari, potè solo iniziare la fase successiva degli studi nell‘Ateneo di Bologna perché chiamato alle armi. Quale militare, il suo impegno maggiore si ebbe nelle dure campagne di Grecia e di Albania, alle quali partecipò col grado di sottotenente di complemento.

Successivamente passò in Sardegna, dove conobbe alcuni antifascisti di chiaro orientamento liberal-socialista. Il passaggio a posizioni più nette fu rapido. Entrò infatti nel Partito d’Azione, formazione politica ufficialmente costituita nel  luglio del 1942, e al quale facevano inizialmente capo figure prestigiose della politica e della cultura come Emilio Lussu, Ferruccio Parri, Pasquale Schiano, Francesco De Martino, Adolfo Omodeo, Guido Calogero, Riccardo Lombardi. Il partito credeva fermamente nel legame indissolubile di Giustizia e Libertà e aveva un programma che prevedeva tra l’altro il decentramento amministrativo, la nazionalizzazione dei gruppi finanziari, la divisione della terra ai contadini uniti in cooperative, la federazione europea.

Gli Azionisti parteciparono alla lotta partigiana, e svolsero una intensa propaganda anche attraverso un loro foglio, “L’Italia libera”. Nel 1946 Brodolini conseguì la laurea in Lettere, discutendo una tesi su Gustavo Modena. Da tempo appassionato di storia del teatro e al tempo stesso interessato al legame di questo con le vicende del nostro Risorgimento, aveva scelto il notissimo attore e anche protagonista del nostro Risorgimento, che concepiva il teatro come strumento per risvegliare le menti e  “far pensare”. Nel giugno di quello stesso anno fu coi compagni di fede attivissimo nella campagna per il Referendum e la Costituente, che però fruttò al partito appena l’1,5 % e 7 seggi, a dimostrazione della sua scarsa penetrazione negli strati di elettorato popolare. Quando nel 1947 il Partito d’Azione si sciolse, egli assieme a Lombardi e altri della tendenza socialista aderì al PSI. Lavorò allora con passione nella CGIL: nel 1950  venne chiamato a reggere la segreteria della Federazione Lavoratori Edili e tosto fece parte del Comitato Direttivo della CGIL Nel 1953 venne eletto deputato alla Camera.

Due anni dopo, in riconoscimento della sue capacità e della sua conoscenza dei problemi del paese, raggiunse la carica di vice-segretario nazionale della grande organizzazione sindacale per la componente socialista. Lasciò poi l’attività nel sindacato per passare a quella politica nel partito, e nel ’64 entrò nella segreteria De Martino in qualità di vice- segretario, carica che gli venne confermata anche nel 1968 durante la fusione tra PSI e PSDI. In quello stesso anno venne eletto al Senato. Nominato Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale, promosse una serie di leggi che riguardavano il superamento delle gabbie salariali e la riforma del sistema previdenziale. In quel periodo si fece sostenitore appassionato dello Statuto dei lavoratori, al quale lavorò con grande passione assieme al noto giuslavorista Gino Giugni.

Vissuto tra i lavoratori, volle rimanere sempre al loro fianco: simboli di questo attaccamento furono la notte di capodanno del 1969, che volle trascorrere assieme ai lavoratori della fabbrica Apollon in lotta per difendere il proprio posto di lavoro, e la presenza commossa tra i lavoratori di Avola che avevano perduto due loro compagni, caduti sotto il fuoco della polizia. Colpito da una grave forma di tumore, impegnò le forze residue perché giungesse a compimento l’iter dello Statuto dei diritti dei Lavoratori, al quale poi rimase giustamente legato il suo nome. Il 24 giugno del ’69 presentò in Parlamento il disegno di legge, ma non ebbe la gioia di vederlo approvato.

L’11 luglio del ’70 si spense in una clinica di Zurigo. Il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, gli conferì la Medaglia d’Oro al Valor Civile, motivandola con parole che del efunto sintetizzavano le eccezionali qualità di politico, di parlamentare e di sindacalista: “Esempio altissimo di tenace impegno politico, dedicava, con instancabile ed appassionata opera, ogni energia al conseguimento di una più alta giustizia sociale, dando prima come sindacalista, successivamente come parlamentare e, infine, come ministro per il lavoro e la previdenza sociale, notevolissimo apporto alla soluzione di gravi e complessi problemi interessanti il mondo del lavoro. Colpito da inesorabile male e pur conscio della imminenza della sua fine, offriva prove di somma virtù civica, continuando a svolgere, sino all’ultimo, con ferma determinazione e con immutato fervore, le funzioni del suo incarico ministeriale, in una suprema riaffermazione degli ideali che avevano costantemente ispirato la sua azione”. Per questo il suo ricordo è sempre vivo e resterà incancellabile nel cuore dei socialisti e dei lavoratori.

Giuseppe Miccichè

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