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Opinioni e commenti
 

Il cambiamento di Casaleggio Associati s.r.l., dirige l’orchestra il maestro Beppe Grillo, canta: Gigi Di Maio
Pubblicato il 24-08-2018


Il mondo dei social ci ha proiettato nella dimensione della socializzazione virtuale, in uno stato di irresistibile voglia di scrivere, scrivere, scrivere, non importa cosa, non importa perché, l’importante è scrivere per ottenere gli agognati likes. Una sorta di voglia matta di piacere a tutti i costi che sta ponendo tutti sulla galassia dell’irrequietezza psicologica del selfie perfetto.

Ebbene, non è da meno il nuovo governo che ha scelto come personale ufficio stampa le piattaforme social più disparate. Si sa, il mondo sta cambiando e i grillini rappresentano il nuovo, la rivoluzione, l’avanguardia, il cambiamento.

Un brulichio di selfies, di video dirette dal ghigno sbeffeggiante degno del buon vecchio Batman (che a me non è mai stato così simpatico, forse per quel suo morbo giustizialista), #slogan e chi più ne ha più ne metta. Aggiungiamogli pure tutta la squadra di neo-assunti a Montecitorio che gestirà la pagina social del “premier prestavoce” …insomma, il mondo è cambiato!

Questo sembra essere il filo conduttore della nuova dirigenza a 5 stelle che cavalcando l’onda del cambiamento dipinge un “decreto dignità” che potrebbe quasi essere paragonato a “Il quarto stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo per la sua intensità sociale: il popolo a 5 stelle che lento e sicuro cammina verso un’inevitabile vittoria.

Loro sì che hanno capito i problemi dell’economia italiana! Il mondo del lavoro non funziona: il precariato, il Jobs Act, Renzi, Berlusconi e tutta la marmaglia sono il problema.

In Italia la situazione del mondo del lavoro è assai complessa, molto probabilmente anche per via di quella che è stata la storia italiana dal dopoguerra ad oggi. Individuare IL problema di tutto ciò è davvero cosa ardua ma sicuramente sono stati commessi degli errori.

Rievocare un passato lontano e apparentemente perfetto non ha senso. Giusto è, invece, programmare il futuro alla luce degli errori del passato. All’Italia manca una visione, manca un’azione che aumenti davvero le prospettive di lavoro all’interno di un solido progetto di sviluppo del Paese e di incoraggiamento delle energie positive.

Evidentemente quando un giovane Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico rivolge la sua totale attenzione sull’obiettivo di estendere a stabile tutto il lavoro precario per tutti i giovani italiani senza spiegare come rimettere in moto l’economia del Paese per sostenere tutte queste assunzioni, qualche domanda è lecito farsi.

In più ci si scontra con un mercato del lavoro che, sebbene complesso ed eterogeneo, sta mostrando cambiamenti rapidissimi ed inesorabili.

Credereste se vi dicessi che il lavoro precario non è più visto come un problema dalle nuove generazioni?

Secondo un recente studio di Deloitte, il “Deloitte Millennial Survey 2018”, condotto in 36 Paesi su più di 10.000 millennial (nati tra gennaio 1983 e dicembre 1994) e più di 1.800 giovani appartenenti alla cosiddetta Generazione Z (nati tra gennaio 1995 e dicembre 1999), viene evidenziato un cambiamento radicale del concetto di lavoro e dei rapporti che lo governano.

Tra i millennial, il 43% prevede di lasciare il proprio posto di lavoro entro 2 anni, e solo il 28% pensa di rimanere oltre i 5 anni. Tra i millennial disposti a lasciare i loro datori di lavoro nei prossimi 2 anni, il 62% ritiene che la gig economy sia un’alternativa fattibile al lavoro a tempo pieno. La lealtà è persino inferiore tra i dipendenti emergenti della Generazione Z, con il 61% che dichiara che lascerebbe il posto di lavoro attuale entro 2 anni se gli fosse data la possibilità di scegliere.

Sicuramente la Deloitte mette in evidenza, più che un mondo del lavoro super liberista, un cambiamento nelle aspettative dei lavoratori e, in maniera più ampia, il passaggio dal concetto di lavoro precario a quello di lavoro flessibile. Chiaro è che se lavoro non ce n’è, risulta complicato riempirsi la bocca con la flessibilità. Ed è proprio qui il problema.

Poi però mi ricordo che lo steward di Pomigliano D’Arco con il mondo del lavoro ha lo stesso rapporto di chi salta la prima ora per non essere interrogato. Probabilmente ha forse poco chiaro il mercato del lavoro e il grande cambiamento in atto.

Su dai, non scherziamo! Qui è in atto il cambiamento! Spumanti sapore vitalizio e aerei dirottati a furor di popolo non saranno che la punta di un iceberg di buona politica. Diamogli tempo, facciamoli lavorare! Che ne sa la sinistra che parla ancora di proletariato!

In realtà, leggevo da qualche parte che, mutatis mutandis, oggi il proletario esiste ancora ma non ha grandi possibilità di generare prolès.

Non è forse proletario chi è costretto, laureato o non, ad emigrare in società più meritocratiche e con più opportunità di lavoro? Chi vuole fare imprenditoria agricola e decide di lasciar perdere perché gli aiuti europei hanno dei requisiti troppo stringenti per avviare o sostenere negli anni la sua attività? O un giovane ricercatore italiano che emigra in Texas per diventare professore associato all’età di 26 anni e a 34 vince la Medaglia Fields dalla sua cattedra a Zurigo?

Beh, ora definire proletario una Medaglia Fields sarebbe davvero troppo. Il problema di base, però, rimane. Il mondo del lavoro è cambiato e all’orizzonte non si vedono forze politiche con una chiara e ambiziosa idea-Paese.

Chiaramente oggi in Italia tra le cause della disoccupazione giovanile ci sono la coda della crisi economica, il precariato (nessuno lo nega) e la mancanza di un sistema meritocratico ma il problema più grande è da rintracciarsi nella mancanza di lettura globale delle possibili evoluzioni del mercato del lavoro.

Il concetto quindi non gira intorno al liberismo del mercato del lavoro che sostituirà i lavori fissi con i lavori flessibili quanto alle politiche che devono governare questo fenomeno preparando il terreno fertile alle prossime generazioni, partendo dalla formazione e senza aver paura dei cambiamenti, affinché esse siano in grado di svilupparsi all’interno di un mercato del lavoro ricco di possibilità.

Secondo il World Economic Forum il 65% dei bambini che oggi vanno a scuola svolgeranno dei lavori che oggi ancora non esistono. Oggi i Neet (not engaged in education, employment or training) in Italia sono il 26%. Ovvero, un quarto dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni non studia, non lavora e non è nemmeno impegnato in un corso di formazione. Una media elevatissima se si pensa al 9,6% della Germania.

Eppure i dati in Italia mostrano che le imprese fanno fatica a trovare progettisti ed informatici, SEO manager e data scientist, tornitori e braccianti agricoli, elettrauti specializzati e tutte quelle professioni di assistenza agli anziani (se nessuno l’avesse notato, la popolazione italiana sta invecchiando). Insomma, è chiaro il colpevole e noto scollamento tra scuola e mondo del lavoro.

Ma ancora una volta si cerca di trovare soluzioni guardando alle conseguenze e non alle cause.

Nulla importa infatti se nell’era della digitalizzazione, o robotizzazione come amano chiamarla i nostalgici dell’800 marxista, il 30% della popolazione italiana non ha competenze digitali, se nelle scuole c’è un computer ogni otto bambini, se, infine, investiamo in ricerca e sviluppo per l’1,3% del PIL, a fronte della media europea che si attesta al 2% (la Germania è al 2,9%).

Per non parlare degli ormai abbandonati (dai fondi ministeriali) istituti tecnici professionali. Chi, diplomato o non, non aveva voglia e/o possibilità di continuare il percorso di studi aveva l’opportunità di formarsi presso scuole professionali e professionalizzanti che generavano manodopera qualificata. Ricordiamoci che l’Italia è il Paese delle micro-attività e le piccole professioni hanno rappresentato il fulcro dell’economia italiana.

E non solo. E’ paradossale apprendere che nell’Italia della disoccupazione giovanile, le imprese facciano fatica a trovare tecnici da assumere. E non si parla di ingegneri. Nei prossimi 5 anni avremo bisogno di oltre 150mila supertecnici nei settori chiave della meccanica, del tessile, della chimica, dell’alimentare e dell’Ict. E la colpa non è del precariato, la colpa è del gap tra competenze dei lavoratori e richieste delle imprese.

E invece no, sono gli immigrati che rubano lavoro agli italiani!

E poco importa se (Fonte Ocse) solo il 18% degli italiani possiede il titolo di studio più alto, se la spesa pubblica annuale per studente è pari a 9.352€ contro quella europea pari a 13.125€ e se un laureato con specializzazione deve attendere cinque anni prima di guadagnare uno stipendio dignitoso di 1.400€ (Fonte Almalaurea).

Chiaro è che se per uno come Di Maio che probabilmente è ancora studente fuorisede, gli avessero detto che dopo aver sostenuto gli alti costi di una laurea tra cui tasse universitarie, libri, spesa al supermercato, trasporto pubblico e affitto della stanza, si sarebbe ritrovato a dover ulteriormente specializzarsi con un master per ottenere un lavoro dignitoso e senza una borsa di studio, probabilmente avrebbe lasciato ancor prima di laurearsi. Come fanno poi famiglie con reddito medio inferiore ai 2.500€ a mandare un figlio all’Università? Sembrerebbe quasi che la scuola sia diventata un lusso per soli ricchi.

Ma non puntualizziamo, lasciamoli lavorare!

Certo che, se a queste considerazioni aggiungi il fatto che alla conferenza stampa a Palazzo Chigi il “premier prestavoce” definisce il “Decreto Dignità” non come la misura che elimina i rapporti a tempo determinato ma come, cito testualmente, “il segnale che non devono essere la regola del mercato del lavoro”, più di un dubbio lo lascia sull’effettiva utilità di questo decreto.

Ma all’Italia che oggi è anestetizzata, quasi rincoglionita dall’ossessiva onestà grillina poco importa del merito delle questioni. Siamo quelli del: “Abbiamo provato tutti, proviamo anche questi! Tanto, peggio di così?!”.

Siamo il popolo che al luminare preferisce il mago.

E tutto questo avviene sotto i click di tutti, con improvvisati medici no-vax, eccellenti esperti in ingegneria, tuttologi accademici, illustri scienziati e persino economisti affermatisi davanti ad un prosecchino sulla spiaggia di Milano Marittima. Eccellenze che non spiegano l’evidente declino culturale italiano ancora più evidente oggi grazie agli amati social.

Che fortunati che siamo, però. E’ in atto la “Rivoluzione del cambiamento” e noi tutti la stiamo vivendo in diretta streaming, altro che “the revolution will not be televised”.

 

Daniele Cocca

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