martedì, 13 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Le leggi elettorali in Europa. Il sistema tedesco
Pubblicato il 24-08-2018


Si concludono, con il terzo appuntamento, la serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

Deutscher-Bundestag-Parlament-Plenum-ReichstagOggi tratterò del sistema elettorale in vigore in Germania considerato, da autorevoli esponenti politici italiani, un modello in grado di garantire stabilità e governabilità.
La Germania è una repubblica federale parlamentare composta da sedici Stati (Länder).
Il parlamento federale tedesco, Bundestag, la Camera Bassa, esprime la rappresentanza popolare, elegge il Cancelliere, ha il potere legislativo, ed è eletto a suffragio universale per quattro anni.
Accanto al Bundestag troviamo il Bundestrat, camera di rappresentanza dei Länder, partecipa al potere legislativo, all’adozione di regolamenti e di norme amministrative e si occupa di questioni che attengono alle istituzioni comunitarie europee.
È interessante notare come il bicameralismo tedesco sia fortemente differenziato, avendo operato con la Costituzione di Bonn, la Legge Fondamentale del 1949, una decisa ed efficace razionalizzazione della forma di governo.
Nell’ordinamento costituzionale tedesco, il Bundesrat non deve essere considerato il secondo ramo del parlamento. I suoi membri non sono eletti a suffragio universale ma rappresentano i governi dei diversi Stati federati.
Inoltre, i membri del Bundesrat sono vincolati al mandato ricevuto dai governi dei Länder di cui sono parte, in questo modo derogando al principio del divieto del mandato imperativo per i parlamentari.
Soffermandoci sul sistema elettorale tedesco, per il rinnovo del Bundestag, possiamo individuare alcune caratteristiche: è di tipo proporzionale ma prevede degli importanti correttivi, a partire dalla presenza di due schede. “Il primo voto” per la scelta del candidato uninominale nel collegio, il “secondo voto” per scegliere il partito.
La metà dei deputati è eletta in base ad un sistema proporzionale con sbarramento al 5%, l’altra metà è eletta in collegi uninominali.
Nel dispositivo legislativo tedesco, a differenza del sistema in vigore in Italia, l’elettore dispone di due voti, su due schede differenti, consentendo il voto disgiunto.
Per questo motivo è definito un proporzionale personalizzato: il voto al candidato all’uninominale comporta un diretto rapporto tra l’eletto e l’elettore.
Con il “primo voto”, il territorio federale viene diviso in 299 collegi uninominali e in ognuno di essi è eletto direttamente un deputato. In questo caso il candidato più votato di ciascuna circoscrizione risulta eletto, anche con la maggioranza relativa.
Con il “secondo voto”, la seconda scheda, l’elettore è chiamato a scegliere, a livello di Land, una lista, corta e bloccata.
In linea generale, i seggi vengono suddivisi tra i vari partiti proporzionalmente al numero dei secondi voti.
In altri termini, i seggi proporzionali, vengono distribuiti tra i partiti che, in ragione della percentuale ottenuta a livello nazionale, abbiano superato la soglia di sbarramento del 5% dei secondi voti o abbiano ottenuto almeno l’elezione di tre deputati eletti nei collegi uninominali.
Quest’ultima possibilità, la regola dei tre mandati diretti, comporta l’effetto di favorire la rappresentanza dei partiti minori che possiedono un forte consenso elettorale, circoscritto in specifiche porzioni di territorio. È il caso del Pds, il partito degli ex comunisti della DDR (oggi Die Linke), che nelle elezioni del 1994 ottennero il 4,39% dei consensi di lista ma l’elezione di quattro rappresentanti nei collegi uninominali, aggiudicandosi, in questo modo, una trentina di seggi al Bundestag.
A questo punto va citata un’importante tecnicalità che rappresenta un elemento fondante della proporzionalità del sistema elettorale tedesco: il numero variabile di seggi del Bundestag.
I seggi vengono assegnati prima ai candidati eletti con l’uninominale. Dal numero di seggi che spettano a un partito in base al secondo voto, proporzionale, va sottratto il numero di deputati di quel partito eletti col primo voto.
In altre parole, vengono eletti i candidati della lista bloccata soltanto quando il numero di seggi assegnati, in un Land, a quel partito sia maggiore rispetto al numero dei collegi uninominali conquistati col primo voto.
Ad esempio, se alla SPD spettano ottanta seggi e ne ha vinti cinquanta nei collegi uninominali, avrà diritto ad altri trenta rappresentanti eletti nei listini bloccati.
Potrebbe anche succedere che attraverso il primo voto siano eletti un numero di deputati maggiore rispetto a quelli che spetterebbero al partito in base al voto proporzionale. In questo caso si tratta di mandati in eccedenza: i candidati vincenti nei collegi vengono eletti.
Tuttavia, per evitare che i mandati in eccedenza intacchino le differenze e le distanze emerse con il voto proporzionale, sono previsti dei mandati di compensazione: agli altri schieramenti vengono assegnati dei seggi in più per rispettare gli equilibri fissati dal secondo voto.
Tali meccanismi servono ad evitare una distorsione, più o meno significativa, della rappresentanza proporzionale rispettando, nel contempo, i risultati emersi dai collegi uninominali.
Questo, lo ripeto, è possibile perché in Germania il numero di parlamentari non è fisso: il numero minimo di deputati del Bundestag è di 598 membri, attualmente sono 709.
La legge elettorale tedesca è stata cambiata varie volte. I principi fondamentali che deve soddisfare sono elencati nell’art. 38 della Costituzione di Bonn: “i deputati del Bundestag sono eletti a suffragio universale, diretto, libero, uguale e segreto”. I meccanismi funzionali del sistema non sono stati costituzionalizzati, così il legislatore tedesco ha preferito derogare alle leggi ordinarie.
L’ultima riforma, approvata a larga maggioranza e tuttora in vigore, risale al maggio del 2013. La modifica più importante è stata l’introduzione dei mandati di compensazione, precedentemente non previsti.
In conclusione è possibile osservare come il sistema elettorale tedesco, in settanta anni, abbia garantito esecutivi stabili: dal 1949 solamente in due occasioni, nel 1972 e nel 1982, non è stata rispettata la scadenza naturale della legislatura e sono servite le elezioni anticipate.
Anche le fibrillazioni nella formazione dell’ultimo governo, a guida Merkel, hanno dimostrato come, nel contesto tedesco, il dialogo proficuo tra diverse politiche e la definizione di un coerente e serio programma di governo che preveda una precisa definizione delle priorità programmatiche e dei relativi costi, l’opposto del contratto “alla tedesca” nostrano, possano favorire dialettica democratica, riforme strutturali e governi di legislatura.

Paolo D’Aleo

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