sabato, 15 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Lo stucchevole vino del Sessantotto
Pubblicato il 07-08-2018


Quest’anno, i ragazzi hanno potuto scegliere, tra le tracce di maturità per il tema di italiano, anche quella in occasione dell’anniversario delle leggi razziali. Ottimo, ma immagino svolgimenti manierati e, in molti casi, spicciamente colleganti la xenofobia odierna al razzismo novecentesco. Considerati gli anniversari, comunque, non sarebbe stata male una traccia sui ragazzi del ’99, i quali, cent’anni prima dei loro coetanei di oggi, erano in trincea. Due generazioni non così distanti cronologicamente, a pensarci, che sarebbe stato bello raffrontare. Una riflessione sul veloce cambiamento di molte cose, il quale, in appena un secolo, ha finito per far sembrare oggi quelle due generazioni appartenenti quasi a due millenni lontanissimi. Il fatto è che una legge promulgata a fine anni ’70 ha revocato al 4 novembre, data della vittoria italiana nella Grande guerra, lo status di festa nazionale.

Ciò si collega, forse, ai portati della contestazione non tanto al militarismo, quanto all’idea di patria in sé, invalsa negli ultimi decenni. E probabilmente, ciò è connesso più in generale alle conseguenze di un altro avvenimento, del quale quest’anno ricorre il cinquantennio, e sul quale – rimanendo in tema di anniversari – pure non sarebbe stata male una traccia di maturità: cioè il Sessantotto.

Bisogna essere onesti. Senza il Sessantotto non avremmo avuto gran parte della nostra mentalità odierna. Essendo stato una mutazione, esso in un certo senso ci appartiene e, dovendo perderne qualcosa, probabilmente lo rimpiangeremmo.

Ma il problema è la valanga che con esso è continuata. Certe istituzioni sono state con esso ancora più sottoposte ad una critica tanto radicale quanto ingenua, illudendosi che ciò fosse un attacco alle fondamenta di tutto ciò che è borghese.

Tralasciando che questo è stato operato dalla borghesia stessa, il che la dice lunga sulla crisi di questa classe, l’autorità – sia essa religiosa, o nel campo dell’educazione, o in qualsiasi altro campo – ha seguitato col Sessantotto ad essere posta come culturalmente costruita, e perciò solo stesso da decostruire (come si dice con un borghesissimo eufemismo per ‘distruggere’).

Che cos’è l’autorità, però? Se rotolassimo all’indietro verso là dove siamo venuti ad esistere, ci ricorderemmo del fatto che qualcuno, nato e vissuto lì prima di noi, ha preso da sé qualcosa che aveva allo stesso modo ricevuto. L’ha data a noi, affinché la tramandassimo a nostra volta e facessimo così nascere, nel terreno fertile di chi ci fosse sopravvissuto, la nozione di appartenere ad un gruppo di ‘suoi propri’, di ‘nostri’. La stessa dalla quale erano e sarebbero venute l’individualità di chi ci aveva preceduti, la nostra e quella di chi ci avrebbe seguiti. L’autorità non è che la forza di tramandare a una persona le cose per le quali essa è giusto quella persona.

Pasolini aveva d’altra parte rilevato come la distruzione di ogni autorità non avrebbe portato a nessuna rivoluzione. Il Sessantotto non ha infatti avuto nulla di rivoluzionario. È stato solo una noiosa evoluzione – nel senso che della parola “evoluzione” coglie l’autentico significato – ossia il rotolamento all’infuori da quel mondo dove chi, di mano in mano, passando la tradizione enuncia la propria soggettività come un’appartenenza a chi la sta ricevendo, e questi scopre se stesso nel suo appartenere a chi la dona. Fare la rivoluzione avrebbe voluto al contrario dire rotolare all’indietro verso quel mondo. Il Sessantotto non è invece stato che il prosieguo di quel mito, tutto razionalistico e borghese, secondo il quale gli uomini dovrebbero, poiché non potrebbero far che questo, andare per forza avanti verso una sempre maggiore emancipazione dai condizionamenti culturali, i quali dovrebbero essere liquefatti dissolvendo i limiti delle culture alle quali ogni persona appartiene.

Ciò ha proseguito ad implicare l’emersione dell’individuo da quell’ambito, nel quale una persona può appercepire il significato dei ruoli comunitari, e appercepire perciò se stessa attraverso la vita consociata, così da rinsaldare la propria identità come ruolo in correlazione con gli altri, ed implementarla nell’anatomia della comunità. Diremmo brevemente e meglio che il Sessantotto è stato la ribellione banale degli insolenti, e non ha condotto – parafrasando il poeta di Casarsa – che all’individualismo edonistico nel quale, come è accaduto, la vita sociale poi si sarebbe impantanata.

Quello studente, il quale aveva insistito cinquant’anni fa nel rompere, con ignoranza risentita, tali limiti, sarebbe stato in un paio di decenni dietro la cattedra. Avrebbe continuato a dare, a chi avesse voluto diciamo così bere all’università, lo stesso vino che lo aveva ubriacato. Chi ha bevuto dalla bottiglia del Sessantotto sarebbe andato poi anche lui dietro la cattedra, dov’è ancora; e da dove non ha potuto né potrà dare, a chi voglia oggi dissetarsi in aula, che di quel vino – cattivo e in più male invecchiato.

Eugenio Spina

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Commenti all'articolo
  1. La storia avrebbe dovuto insegnarci che una società si regge normalmente sui ruoli e sulle “autorità” che ne discendono, e quando succede che una tale “struttura” viene messa in discussione, osteggiata e semmai “demolita”, si entra in una sorte di fase “anarchica”, nell’attesa che qualcun’altra “autorità”, non sempre migliore della prima, vada a riempire il vuoto che si è prodotto (succede di fatto così da “che mondo è mondo”).

    Si può naturalmente mettere in discussione tutto, compresi i valori tramandati negli anni da generazione in generazione, vedi l’amor di Patria, che talora possono anche apparire od essere un po’ retorici, ma in loro assenza le società divengono liquide, e non di rado pure molto deboli e vulnerabili (e dovrebbero riflettervi sopra quelle forze politiche che allora soffiarono sul fuoco della contestazione, né sono state granché amiche dei valori).

    Paolo B. 08.08.2018

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