venerdì, 21 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Lotta di classi (di età) e pensioni
Ugo Intini
Il Foglio
Pubblicato il 12-08-2018


di Ugo Intini

Purtroppo è possibile una lettura particolarmente cruda del problema economico che ci sta di fronte.

I gialloverdi hanno bisogno di un fiume di soldi per mantenere le loro promesse elettorali. Potrebbero tentare di trovarli innanzitutto promuovendo uno nuovo e robusto sviluppo. Ma l’Italia è su questo punto la maglia nera d’Europa (da oltre un decennio) non certo per caso. Le cause sono tante, continuamente e giustamente sottolineate, ma si trascurano spesso le due più importanti. Anzi, si guardano le pagliuzze ignorando le travi. La prima trave è che siamo un Paese di vecchi e che mai (ovviamente) la vecchiaia è stata un motore per lo sviluppo. La seconda trave è stranamente poco nota all’opinione pubblica. I giovani sono pochi, troppi di loro (i più preparati) vanno all’estero, ma soprattutto -questo è il punto- sono i meno istruiti tra quelli dei Paesi avanzati. Per numero di laureati in percentuale rispetto alla popolazione, siamo infatti intorno al 34º e ultimo posto tra i Paesi dell’OCSE. Sembra incredibile, ma è così.

Se siamo un Paese di vecchi, se i pochi giovani sono i meno istruiti e se conseguentemente la nostra competitività declina continuamente, occorrerebbe una straordinaria mobilitazione nazionale per le nascite, per la scuola e l’università. Ma a parte le chiacchiere (poche persino queste) la mobilitazione non si vede. E non c’è da stupirsi. Anche se si prendessero decisioni immediate ed efficacissime, i risultati si otterrebbero a lunghissimo termine, non foss’altro perché un neonato impiega vent’anni a diventare adulto. I politici, come si sa, hanno bisogno di risultati subito, prima delle elezioni (sempre imminenti) e quindi parlano d’altro.

E allora? Dove si trova il fiume di denaro? Si potrebbe lanciare una grande campagna contro l’evasione fiscale, che è a livello non europeo ma sudamericano e sottrae molto più di 100 miliardi all’anno alle casse dello Stato. Per non parlare dei 104 miliardi di contributi evasi (accertate ma non riscossi) dall’INPS. Tema che non sembra appassionare il presidente Boeri. Ma i risultati sarebbero difficili da conseguire, la campagna sarebbe disastrosamente impopolare ed è diffuso il sospetto che molte piccole aziende, se pagassero davvero correttamente le imposte, fallirebbero.

Ecco allora l’alternativa possibile, che sembra la preferita dai Grillini: cercare i soldi nelle tasche dei pensionati. Con la campagna sui vitalizi degli ex parlamentari, già hanno creato un precedente aggredendo la più impopolare delle categorie e già sono riusciti a etichettare come un furto le quote di pensione percepite dai cittadini ma non coperte dai contributi versati. Per gli anni dal 1969 (data della riforma pensionistica Brodolini che ha perfezionato il metodo “retributivo”), sino al 1996 (data dell’entrata in vigore della riforma Dini) mai i contributi hanno costituito una copertura sufficiente per le pensioni erogate. Dai militari ai poliziotti, dagli elettrici ai ferrovieri, sono milioni i pensionati particolarmente privilegiati, cui si aggiungono tutti i rimanenti (comunque privilegiati rispetto a oggi) che hanno goduto tra il 1969 e il 1996 della riforma Brodolini e dei successivi ulteriori vantaggi erogati. Nel 2001 ad esempio (è il caso più clamoroso) 531.752 dipendenti statali prendevano la pensione dopo essersi ritirati dal lavoro tra i trenta e i quarant’anni, con 15 anni (le donne) e 20 anni (gli uomini) di contributi versati. Il tutto grazie a una legge del 1973. Il risultato finale è che, tra i contributi versati e le pensioni percepite, esiste a favore degli anziani uno sbilancio complessivo di circa 46 miliardi all’anno. Si tratta di una grossa torta, che fa immensamente gola ai Grillini. Sdoganata la teoria che i 46 miliardi sono il frutto di un furto, messe in stato di colpa alcune generazioni di anziani, possono predicare che va ottenuta la restituzione del maltolto per proteggere i più deboli. Possono cominciare a saggiare la capacità di reazione delle categorie colpite (e soprattutto la determinazione della Corte Costituzionale nel difendere il principio di non retroattività delle leggi) tagliando come assaggio qualche fetta della torta. Adesso attaccano i redditi netti sopra i 4mila euro. Poi si vedrà. Magari, quando incalzeranno situazioni eccezionali di bisogno, si potrà scendere a 3mila, o a 2mila, oppure inventare qualche abile forma di prelievo più fantasiosa e propagandisticamente spendibile.

Due anni fa, ho scritto un libro, con la prefazione di Giuseppe De Rita, intitolato “Lotta di classi tra giovani e vecchi?“.  Vedevo, sulla spinta del Grillismo nascente e della “rottamazione” cara a Renzi, la prospettiva che dalla vecchia “lotta di classe” si passasse alla “lotta di classi” di età. E’ quello che sta avvenendo. Il movimento 5 Stelle, agli anziani, cerca di togliere la pensione, con il sostegno anche di una propaganda pauperista e rancorosa nei confronti delle vecchie classi dirigenti (specialmente della prima Repubblica), meritevoli di una punizione per aver tolto ai giovani (questa è la tesi esplicita di Di Maio) una dignitosa prospettiva per il futuro. L’obbiettivo pratico e finale, neppure nascosto, è una operazione Robin Hood consistente nel togliere ai vecchi “privilegiati” per dare alle loro presunte vittime, ovvero ai giovani disoccupati.

Questa narrazione è ormai in fase avanzata e i politici della prima Repubblica che hanno costruito il generoso sistema pensionistico oggi contestato vengono ormai da tutti (non dai soli Grillini) dipinti come degli irresponsabili. Il ministro socialista Brodolini, padre della riforma pensionistica approvata nel 1969, potrebbe sembrare il primo colpevole. Certo (specialmente negli anni ‘70) sono stati commessi gravi errori e leggerezze. Ma si dimentica che, nei tre anni precedenti la riforma Brodolini, il prodotto nazionale lordo era salito non dello “zero virgola qualcosa” (come oggi siamo abituati) bensì complessivamente del 20 per cento: a livelli più che cinesi. Si dimentica che nel 1970 il sistema previdenziale spendeva 100 ma incassava 105,3 ed era pertanto largamente in attivo. Potevano immaginare i governanti di allora che, per la catastrofica crisi delle nascite e per la disoccupazione, nella seconda Repubblica, ad esempio nel 2002, lo stesso sistema previdenziale avrebbe speso 100 e incassato 72,7?

La “lotta di classi” ormai evidente ha certo per i proponenti delle difficoltà. La prima è ovvia. Purtroppo gli anziani, con le loro pensioni, mantengono spesso figli e nipoti. La seconda è facilmente intuibile. La paura e l’incertezza che si introduce nella vita dei pensionati diminuirà i loro consumi, abbattendo ulteriormente la domanda e quindi aggravando il ristagno economico. La terza difficoltà è forse troppo sofisticata per essere percepita dai nuovi governanti pentastellati. I mercati e gli investitori sono scoraggiati dall’incertezza del diritto. Già essa è alta in Italia per la tradizionale lentezza e inefficienza della giustizia. Adesso, si aggiungono scelte allarmanti. Da Londra a New York, da Parigi a Berlino, si ragiona con il vecchio buon senso popolare. Oggi rimettete in discussione i diritti acquisiti e togliete i soldi ai vostri stessi pensionati? Oggi minacciate di stracciare i contratti internazionali per TAV e TAP? Oggi ridiscutete gli accordi siglati per l’ILVA? Domani potreste dichiarare default sul debito pubblico e prendere una deriva “argentina”. Gli Stati sono come le persone: quando cominciano a non rispettare gli impegni presi anche su un solo punto, perdono completamente credibilità e affidabilità su tutti gli altri.

Ugo Intini

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