giovedì, 13 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Marco Andreini
Portiamo la responsabilità nel nome della nostra storia
Pubblicato il 01-08-2018


L’atmosfera estiva invita spesso a riflessioni che investono l’intera sfera della conoscenza.Molto spesso queste riflessioni nascano dalle letture che si fanno soprattutto in vacanza quando la mente è sgombra. Le mie nascono da un libro che ho letto “Origin” di Dan Brown.In questo thriller filosofico si parla dell’ origine della vita sul pianeta, con le classiche domande, da dove veniamo,chi siamo,dove andiamo.Le stesse domande le posi durante il mio intervento al congresso di Salerno,se qualcuno le rammenta, dissi che il nostro futuro non poteva essere accomunato alle sorti del Pd.

Ovviamente la strada che intraprese il partito fu altra,una assoluta accondiscendenza ad ogni proposta politica del Pd,che di fatto ci ha impedito a livello territoriale di differenziarsi,portando i nostri potenziali elettori ad allontanarsi da noi,votando altri,ad esempio il Pd o stando a casa.Ora leggendo la mail inviata ai membri del consiglio nazionale dal Segretario nazionale, leggo, devo dire, un po basito, che non possiamo aspettare le decisioni del Pd, perché è un partito in preda al caos,e senza linea.Se ne desume da ciò che prima del 4 marzo,a guida Renzi il Pd aveva una precisa linea e che questa era totalmente condivisa dal Psi. La linea di chi ad es non èmai venuto a un nostro congresso, solo perché ci considerava di fatto come proprietà loro, basta chiedere a quasi tutti i nostri dirigenti dei territori.Il partito non ha perso ruolo per l’ineluttabilità delle cose,ma perché si è rifiutato scientemente di mostrare al Pd e al paese la propria autonomia.Porto ad esempio solo la mancata presentazione degli emendamenti in parlamento sul job a ct,l’assoluta pervicacia a difenderlo come fosse intoccabile e la questione ius soli,che sarà anche impopolare, ma avrebbe impedito a molti di noi di votare Bonino. Tralascio tutta la gestione della campagna elettorale che ha escluso di volta in volta ogni compagno ,e che ha visto molto spesso i nostri compagni essere surclassati nelle candidature dai Verdi e Civici, inesistenti nei territori.Questa analisi mi portò pochi giorni dopo le elezioni a chiedere le dimissioni del Segretario,perché come ogni buon amministratore chi subisce un disastro deve o dovrebbe assumersene la responsabilità.

Pensavo fosse logico e normale che come avvenuto nel Pd si passasse la mano e si aprisse una discussione politica, congressuale e non, che non escludesse persino la chiusura del partito, perché portiamo la responsabilità nel nome della nostra storia, e onestamente penso che i nostri padri storici allibiscano a vedere come si è ridotto il partito da loro fondato.

Come sono andate le cose dopo è noto, dopo che a Bologna e a Napoli si è proposto alla sinistra di creare un nuovo soggetto politico, facendo fare a tutti i dirigenti della sinistra responsabili del disastro un passo indietro, mettendo in moto un vero salto generazionale nei gruppi dirigenti, posizione che avevo apprezzato e condiviso, appena si è visto che il Pd era in preda al caos si è ritornati alla gestione solipsistica del partito come nulla fosse. Si è creata la teoria del nuovo diciannovismo, del nuovo fascismo e ipotizzato la creazione di un fronte di opposizione alla quale per ora hanno aderito tre o quattro parlamentari, riuscendo persino a polemizzare con Calenda che da tempo parla di Fronte di opposizione. Tornando al titolo e al libro il leader è colui che sa lavorare in squadra ,e valorizza, premiandoli il lavoro dei propri collaboratori ,e si fida di loro e delle proprie competenze,a tutti i livelli. Un leader deve bucare. I social non saranno tutto, ma Salvini quando fa un Twitter conta i like a milioni, noi, sulle dita di una mano. L’antitesi del leader è il capo, il quale fa finta di ascoltare, ascolta soprattutto la gente fuori dal proprio ambito per non mettere in discussione la propria autorità che deve rimanere indiscussa. Il Psi ha bisogno di un leader, oggi, da ricercarsi subito fra i nostri giovani,se non vuole morire.

Marco Andreini

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Commenti all'articolo
  1. Mi sembra azzeccata la distinzione tra il leader e il capo, ma occorre parimenti riconoscere che il primo non lo troviamo “dietro l’angolo”, né possiamo modellarlo con l’argilla a nostra misura e piacimento, così come le sue qualità sono verosimilmente innate, e come tali riconosciute, e non riproducibili in chi ne è privo (carisma incluso).

    Va nel contempo ricordato che il leader, ossia colui che “buca” come qui troviamo scritto, è per solito portato oppure indotto ad “imporre” una propria linea politica, alla quale i suoi seguaci e simpatizzanti si uniformano semmai non proprio per convinzione ma piuttosto per “trascinamento” (conquistati dal suo ascendente, prestigio, carisma…).

    Quando un partito non dispone di un leader cui affidarsi, bensì del capo, questi dovrebbe portare avanti e rappresentare una linea politica di tipo collegiale, ossia non ad impronta sostanzialmente personalistica e soggettiva, e se tale linea fallisce ha senso a mio giudizio cambiare il capo solo rivedendo pure la linea politica (posto che sono un tutt’uno o quasi).

    A meno che il “fallimento” non venga attribuito all’incapacità del capo nell’interpretare ed esprimere la linea politica, il che è tuttavia sempre difficile da dimostrare, o lo si voglia sostituire col leader, ma bisognerebbe aver già individuato quest’ultimo, il che non è affatto semplice, e occorre poi fare i conti con l’elettorato (che deve riconoscere il leader).

    A fronte di ciò, io credo che un partito che esce un po’ “malconcio” da una prova elettorale dovrebbe innanzitutto riflettere sulla sua linea politica, se non ripensarla, forse su iniziativa stessa di chi lo guida, leader o capo che sia, e in questa logica penso anch’io che il futuro del PSI non doveva, né dovrebbe, “essere accomunato alle sorti del Pd”.

    Paolo B. 04.08.2018

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