giovedì, 20 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Missione di Tria alla corte dei finanziatori cinesi
Pubblicato il 29-08-2018


economia-cinaDa ieri e fino al primo di settembre, il ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria sarà in Cina per la sua prima visita ufficiale al di fuori dell’Unione europea. Della delegazione fa parte anche il Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta.

Nella missione, finalizzata a rafforzare il dialogo economico e la cooperazione tra Roma e Pechino, sono previsti molti appuntamenti con istituzioni e con la comunità economica e finanziaria. A Pechino il ministro Tria ha avuto un incontro bilaterale con il ministro delle Finanze cinese Liu Kun, e colloqui con il governatore della People’s Bank of China, Yi Gang.

Nel secondo giorno della missione cinese, il ministro Giovanni Tria, accompagnato dal sottosegretario Michele Geraci e da una folta delegazione di imprenditori e banchieri, fra cui il vicedirettore generale della Banca d’Italia Fabio Panetta, l’ad di Cassa Depositi e Prestiti Fabrizio Palermo e l’ad di Snam Marco Alverà, ha incontrato oggi a Pechino il suo omologo Liu Kun e il governatore della People Bank of China, la banca centrale cinese, Yi Gang. Appena messo piede in Cina, Paese dove ha insegnato a lungo e che conosce bene, Tria ha rassicurato in un’intervista a China Radio International: “L’Italia non è in cerca di acquirenti del suo debito pubblico, perché in questo momento non abbiamo questo problema”.

Ospite a una cena all’ambasciata italiana a Pechino il numero uno di via XX settembre si è mostrato ottimista sulla sostenibilità del debito pubblico italiano, e sulle chances di un abbassamento dello spread nelle prossime settimane. Quel che davvero chiedono gli investitori stranieri, ha aggiunto, sono anzitutto ‘regole certe’.

La visita di Tria in Cina è arrivata in un momento non proprio roseo per l’economia italiana. Si avvicinano le scadenze della nota di aggiornamento al Def e della legge di bilancio, due rimasti assenti dal dibattito pubblico quest’estate. Il Belpaese è peraltro in attesa del giudizio delle agenzie di rating sull’economia italiana. Moody’s ha rimandato l’esame all’indomani della revisione del Def, vuole avere chiaro il quadro delle riforme, soprattutto quelle fiscali. L’agenzia Fitch che attualmente ha giudicato l’Italia con un BBB e outlook stabile, ha previsto una nuova valutazione per il 31 agosto, quando Tria sarà a Shanghai. D’altra parte, Tria sa di avere dalla sua una storia consolidata di rapporti commerciali e finanziari fra Roma e Pechino. Solo nel 2017 l’interscambio è balzato a quota 49 miliardi di dollari, di pari passo con una riduzione del deficit italiano verso il Dragone fino a 8,8 miliardi di dollari.

Le aspettative dell’attuale governo per la missione del Mef sono entusiastiche. Lo dimostrano le parole del sottosegretario Geraci, che ha scritto: “È giunto il momento per l’Italia di cavalcare l’onda cinese, invece che lasciarci travolgere da essa”. Anche Geraci è profondo conoscitore della Cina, dove ha vissuto e insegnato per diversi anni, ed è coordinatore della task force del Mise messa in piedi da Luigi Di Maio con l’obiettivo di ‘potenziare i rapporti fra Cina e Italia in materia di commercio, finanza, investimenti e cooperazione in Paesi terzi, facendo sì che l’Italia possa posizionarsi come partner privilegiato e leader in Europa in progetti strategici quali la Belt and Road Initiative e Made in China 2025”.

Il primo giorno di Tria a Pechino si è aperto con la firma di un memorandum d’intesa fra Cdp e Intesa San Paolo per rafforzare il sostegno all’internazionalizzazione delle imprese italiane in Cina e delle imprese con sede in Cina controllate da realtà italiane. Fra le altre cose, il protocollo punta a facilitare l’accesso al credito delle imprese italiane in Cina e, per quelle clienti di Intesa San Paolo, a promuovere i servizi offerti da Sace-Simest, il polo unico dell’export di Cdp. Una parte importante della missione italiana è stata dedicata al settore della green energy. La sera, presso l’ambasciata italiana, l’ad di Snam Alverà e il presidente di SGDI Hu Yuhai hanno firmato un memorandum per “la realizzazione di impianti di biogas e biometano finalizzati alla produzione di elettricità da fonti rinnovabili nelle zone rurali della Cina”. Ancora Snam, questa mattina, ha firmato un altro memorandum con State Grid International Development, l’azienda controllata al 100% dalla statale State Grid Corporation of China (Fortune 500 l’ha definita la prima utility al mondo). L’azienda italiana metterà a disposizione le sue conoscenze in materia per costruire impianti di biogas e biometano nelle zone rurali del Dragone. È stato poi il turno di Cdp che ha siglato un accordo preliminare con Bank of China Limited (Boc), una delle più importanti banche commerciali cinesi, assieme all’Istituto Nazionale di Promozione italiano. Obiettivo dell’accordo, firmato dall’ad di Cdp Palermo e dal vicepresidente di Boc Lin Jinzhen all’ambasciata italiana, il sostegno dell’export nostrano e il finanziamento di progetti infrastrutturali ed ecosostenibili. Chiude il cerchio, al momento, il settore cantieristico. Oggi Fincantieri ha firmato un memorandum con il più grande conglomerato cantieristico cinese, la China State Shipbuilding Corporation, alla presenza dell’ad Giuseppe Bono e del direttore Lei Fanpei. Fra le novità previste una joint venture per costruire navi da crociera, e nuovi investimenti in ricerca e sviluppo per svariati settori.

La missione cinese di Tria è stata annunciata con una certa enfasi dal governo Conte. Premesso che per il momento gli accordi presi non si spingono oltre ai memoranda of understanding, un bilancio complessivo della visita non potrà prescindere da una comparazione con la chinese connection dell’economia italiana avviata già da alcuni anni. Molte delle intese siglate in queste ore non sono infatti altro che il proseguimento, senza grandi novità, di partnership ben più pesanti celebrate con il governo di Matteo Renzi, che in tema di investimenti cinesi ha segnato una netta cesura con il passato. Nel luglio del 2014 era stato l’allora ministro del Mef Pier Carlo Padoan a recarsi in missione nel Paese del dragone. Lì aveva incontrato il governatore della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan. Il faccia a faccia ha aperto una stagione di shopping selvaggio di Bank of China in Italia. Solo in agosto, sotto gli occhi preoccupati della Consob, aveva superato la soglia del 2% delle sue partecipazioni in asset strategici come Telecom Italia, Fiat Chrysler, Eni, Enel, Prysmian e Generali.

Per fare un altro esempio, il matrimonio fra Cdp e State Grid International risale a un’operazione di fine luglio 2014 coordinata e voluta da Franco Bassanini, allora presidente di Cdp. Per circa due miliardi di euro veniva ceduta ai cinesi il 35% di Cdp reti, il veicolo di investimento voluto da Enrico Letta che sostiene Snam, Terna e Italgas. Un’operazione che pose un tema di sicurezza non indifferente e che non mancò di sollevare voci critiche dalle colonne di alcuni giornali. Insomma, l’entusiasmo del sottosegretario Geraci di una ‘nuova onda cinese’ da cavalcare deve fare i conti con una realtà di fatto: la chinese connection italiana è solida, anzi solidissima da almeno quattro anni.

In queste settimane, assistiamo a una fase in cui l’interessamento del nostro governo nei confronti della Cina sembra diventato piuttosto palese: nei prossimi giorni, sia il sottosegretario del Mise, Michele Geraci, sia il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in Cina cercheranno di creare contatti che possano portare fondi e investimenti in Italia nell’ambito di due missioni sincrone ma separate.

Ma sta succedendo qualcosa di particolare? Alberto Forchielli, fondatore di Mandarin Capital Partners, il più grande fondo di private equity sino-europeo, e Osservatorio Asia, centro di ricerche no-profit, ha così commentato: “Non mi pare niente di eccezionale, niente di nuovo, voglio dire. Negli ultimi anni ci siamo aperti alla Cina, e Pechino ha potuto disporre di ciò che voleva in Italia. Per esperienza diretta, posso dire che sono vent’anni che portiamo avanti queste missioni: sono due decenni che ci siamo aperti ai cinesi e i governi precedenti a quello attuale sono stati molto aperti”.

Sulla possibilità di innescare nuove situazioni in questo momento, Forchielli ha detto: “Niente che mi risulti: la storia di Alitalia, dei porti, non sono novità. Sono anni che cerchiamo di proporle a Pechino. Trieste e Venezia come sbocco della Nuova via della Seta navale possono essere interessanti per la Cina, ma il governo centrale ha per certi versi le mani legate visto che poi ci sono studi di fattibilità da soddisfare e vincoli locali. Mi pare ci sia molta ingenuità, quella di chi affronta il problema per la prima volta”.

Anche se è stato smentito, è legittimo pensare che il ministro Tria possa cercare di sostituire gli acquisti di titoli di stato italiani del Quantitative Easing che la Bce interromperà a dicembre con Pechino. Su questo argomento il parere di Forchielli è il seguente: “Mettiamola così: è bene fare la proposta, portarli all’attenzione, ma dobbiamo tenere conto che la Cina si muove per il 95 per cento su base finanziaria e per il resto politica. Prendiamo l’esempio di quello che fa in Pakistan, Libia o Venezuela: quelli sono Paesi in cui l’interesse politico può portare Pechino a investire, ma un conto è piazzare 20 miliardi in Pakistan un conto è farlo in Italia. Là cambiano le cose, in Italia anche se acquistassero 20 miliardi di Btp per noi cambierebbe poco e per loro idem. Investire da noi è più costoso. La Cina dovrebbe allora vederci come un interesse politico, e dunque cambiare agenda nel proprio portafoglio e investire molti soldi nel nostro debito, però su questo lasciatemi esprimere scetticismo. A Pechino piacciono le situazioni più stabili e soprattutto più, diciamo così, liberal e free-trader. Ossia, il governo sovranista che c’è in Italia adesso, piace molto meno del governo Renzi e del governo Prodi: i cinesi si fidano molto poco di quel genere di situazioni, al di là del rispetto e della cordialità formale”.

Potrebbe esserci il rischio che l’Italia, se i cinesi dovessero allungare di più i propri tentacoli su infrastrutture e debito, finisca trattata come uno dei paesi finanziariamente più deboli in cui Pechino è penetrata in profondità rendendoli degli stati pseudo-satelliti. Stiamo attraversando un momento in cui i paesi occidentali cominciano a valutare come non troppo vantaggioso l’ingresso cinese nei propri settori strategici. Secondo Forchielli: “Questa missione è in controtendenza e fuori tempo: però in questa fase in cui l’Occidente si sta chiudendo, la nostra esposizione potrebbe anche risultare appealing per i cinesi. Potrebbe però, perché in generale non riesco a vedere come l’interesse di Pechino possa in qualche modo aumentare attorno all’Italia, considerando che tutto quello che i cinesi potrebbero fare qui ha un prezzo molto alto”.

Forchielli, in conclusione, fa una riflessione pragmatica: “Occorre capire dai segnali postumi quanto sarà interessata ai cinesi la visita italiana, e il modo migliore per farlo è seguire i giornali del partito (il China’s Daily o il Global Times, per esempio) per vedere e analizzare che genere di copertura verrà riservata ai rappresentati di Roma, perché, i cinesi sono fortissimi a fare i brindisi, ma poi attenzione perché le cose possono finire male: un conto sono i brindisi, un altro è la fatica per portare a casa i risultati”.

Il premier italiano si vanta di aver stabilito una relazione eccezionale col presidente americano, che in questo momento però sta guidando la campagna di chiusura alla Cina del mondo occidentale. Il Mise, annunciando la formazione della Task Force Cina, ha scritto che quello è uno strumento indispensabile per “evitare di restare a guardare passivamente l’asse mondiale spostarsi verso est”. Washington fa le guerre commerciali alla Cina, ma per fortuna sembrerebbe che non interessi più di tanto cosa facciamo, o meglio cosa vorremo fare, con la Cina. Gli Usa guardano ai rapporti bilaterali, per adesso.

Alessia Amighini, co-head dell’Asia Program dell’Ispi e professoressa di Economia e Public policy all’Upo, ha così commentato la visita di Tria in Cina: “L’interessamento dell’attuale governo nei confronti della Cina non segna una svolta, anzi non è altro che il segnale della volontà di continuazione delle buone relazioni bilaterali intercorse negli ultimi anni. L’Italia, in ambito europeo, mantiene relazioni migliori di altri paesi con Pechino, per gli importanti legami economici e culturali che da sempre intercorrono, e che si sono ulteriormente approfonditi negli ultimi quattro-cinque anni: dimostrazione evidente ne è stata la presenza del capo del governo italiano al Forum internazionale di Pechino nel maggio del 2017, unico tra i paesi dell’Europa continentale e dell’allora G8, e segnali tangibili sono i molteplici e crescenti legami bilaterali che si manifestano in progetti di collaborazione artistica, culturale, economica, scientifica, tecnologica. Oggi il governo italiano riconosce la necessità di continuare sulla stessa linea dei precedenti, per non perdere quello che deve essere giustamente considerato un prezioso capitale relazionale. L’elemento che viene proposto come una novità da Geraci è la volontà di cambiare atteggiamento da passivo ad attivo e di acquisire consapevolezza delle potenzialità correnti e future, ma a ben vedere è da oltre un anno l’Italia si è mostrata più assertiva di quanto non sia mai stata nei confronti degli interessi cinesi in casa nostra. Porti, interporti e reti stradali e ferroviarie, come tristemente ricordato a tutti noi dalla cronaca recente, sono ambiti di grande fabbisogno di interventi e investimenti, e molti di essi sono da tempo oggetto di interessi o mire cinesi. Se cavalcare l’onda cinese vuol dire anche coinvolgere effettivamente la controparte cinese in investimenti di effettivo interesse nazionale (per esempio, ma non solo, i territori di Genova e Trieste, già ufficialmente individuati come primi snodi delle nuove vie della seta in Italia, e anche nodi importanti nei Corridoi europei) che beneficiano molto i commerci cinesi non solo in Italia, ma in tutto il Mediterraneo, mantenendone però noi il controllo, allora il corso delle relazioni potrà dirsi rinnovato. Finora l’onda cinese si è presentata soprattutto sotto forma di acquisizioni di aziende in difficoltà finanziaria, con intenti non predatori nella maggior parte dei casi. Questo è avvenuto perché gli investitori cinesi avevano interesse ad acquisire brand e competenze, a mettere piede in Italia, non a saccheggiare aziende depositare di know-how molto prezioso. Poi ci sono i cosiddetti investimenti di portafoglio, ed il più interessante in questi giorni è proprio il 5 per cento di Autostrade, acquisito dal Silk Road Fund nel 2017, per circa 750 milioni di euro. Il ribasso del titolo dopo la tragedia di Genova e lo scenario di una non ben definita ri-nazionalizzazione della rete autostradale è di certo un tema di cui i cinesi vorranno parlare e su cui vorranno rassicurazioni concrete e precise, che per ora il governo Conte non sa dare, perché non mostra la minima idea di che cosa saprà, potrà e vorrà fare. E questo non è un buon precedente per chiedere ai cinesi ulteriori investimenti. Non c’è nulla di nuovo in vista, i cinesi continuano a battere sugli stessi tasti, forse perché i progetti e le proposte del passato recente non si sono ancora realizzati. Di nuovo, nel prossimo futuro, potremmo vedere semmai la realizzazione effettiva dei tanti dialoghi intercorsi e mai concretizzati. Forse un nuovo modello di collaborazione economico-finanziaria che faccia leva sull’interesse e la volontà cinese di investire in Italia (dove ormai non vuole investire più nessuno, quasi neppure gli italiani), non tanto con una logica del breve, ma con una prospettiva a lunga gittata. Il 5 per cento in Autostrade aveva questo obiettivo, se non sbaglio? Serviva a finanziare un attore importante nella Belt and Road. Invece di rafforzare e potenziare la rete in Italia, si è usato il nuovo capitale per finanziare l’internazionalizzazione di Atlantia. In questo momento Italia e Cina hanno entrambe necessità di mantenere e se possibile rinnovare tutta la nostra rete di trasporti e infrastrutture: noi per non crollare, i cinesi per non veder bloccati tutti i loro commerci che passano per il Mediterraneo. Usiamo a leva questo loro interesse a servizio di progetti di sviluppo nazionale. Pechino ha sempre obiettivi di medio-lungo termine. Noi abbiamo purtroppo sempre obiettivi di breve, perché del lungo non ci preoccupiamo molto, e agiamo spesso solo in emergenza. I capitali cinesi non sono stati sempre ben visti in Italia e in Europa: certo andare a chiedere soldi ora, dopo che gli si è dato dei banditi prima non ci mette in una condizione favorevole. Pechino si presterà a collaborare sulle nostre esigenze di cassa, ma sposterà il gioco sul futuro. Può essere uno schema perseguibile solo se non perdiamo la bussola, e spetta a noi arrivare con un’idea, un progetto nel quale coinvolgerli: dovremmo arrivare a Pechino con un’idea ambiziosa, ispirata alla modalità dirigista alla cinese, ora che gli interessi finanziari privati nazionali non hanno molto da pretendere. È vero che molti dei paesi riceventi gli investimenti cinesi targati Bri sono finiti in zona rossa in termini di debito estero e il contributo marginale del debito nei confronti della Cina è molto elevato. Per questi paesi la dipendenza dalla Cina è al contempo finanziaria e politica. Il debito pubblico italiano out standing è così elevato che il contributo marginale della Cina non ci farebbe diventare suoi satelliti. Però, nonostante lo spread in salita renda i nostri titoli di Stato molto più redditizi degli altri in Europa, i cinesi cercano ritorni a lunga, e investire in Italia non li da. A differenza della parziale chiusura di alcuni paesi europei, soprattutto Germania e Francia, e pure dell’apertura quasi incondizionata di altri, tra cui Grecia e Ungheria, l’Italia ha una posizione intermedia più ragionevole, nella consapevolezza (certamente da parte cinese e finalmente anche italiana) di numerose sinergie, in molti settori produttivi, agricoli e manifatturieri, ma anche nelle infrastrutture. Mantenere buone relazioni con entrambe le grandi potenze è indispensabile. A maggior ragione con la maretta della guerra commerciale tra Pechino e Washington, che potrebbe diventare un maremoto, se dovesse coinvolgere settori ben più strategici come cyberspace ed energia. Sebbene voglia farci credere il contrario, Trump ha sempre bisogno dell’Europa per tener testa a Russia e Cina. In questi giorni l’asse russo-tedesco nel progetto del raddoppiamento del Nord Stream ha mostrato a tutti che è opportuno evitare eccessive dipendenze bilaterali, e la Cancelliera Merkel così facendo ha convinto Trump ad appoggiare il South stream, di vitale importanza per la sicurezza energetica europea e anche per impedire un dominio incontrastato cinese in Asia centrale. L’Italia ha un ruolo centrale nella diversificazione degli approvvigionamenti di energia per tutta l’Europa, e anche per questo non ci sono inclinazioni davvero incompatibili”.

Il due settembre sapremo quali frutti avrà raccolto la missione Tria in Cina.

Salvatore Rondello

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