giovedì, 18 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Murray Bookhin e l’anarchia nell’età dell’abbondanza
Pubblicato il 10-08-2018


maxresNel 2017 è stata curata una riedizione del volume di Murray Bookhin, “Post scarsity anarchism”, la cui prima edizione in italiano risale al 1979. La critica dell’autore americano, dichiaratamente anarchico, agli esiti del modo capitalistico di produrre appare più convincente e “intrigante” oggi, di quanto non lo sia stata circa quarant’anni or sono; al contrario, le sue proposte per porre rimedio all’impatto negativo del capitalismo sulle condizioni esistenziali dell’uomo contemporaneo sono oggi meno condivisibili di allora.

Accade che gli uomini contemporanei – afferma Bookhin – tendano a vivere completamente immersi nel loro tempo, spesso in modo tale da non rendersi più conto delle differenze esistenti tra la loro epoca e quella della generazione che li ha preceduti. Ciò si rivela però molto pericoloso, in quanto con la “sottomissione al presente” si finisce coll’arrendersi “agli aspetti più reazionari della tradizione”, sia che questi si manifestino in valori e ideologie ormai superate, sia che si “manifestino in forme di organizzazione gerarchica o in comportamenti politici parziali e eccessivamente rigidi”. Se gli uomini contemporanei non riusciranno a riscattarsi dalla loro sudditanza al tempo presente, essi – afferma Bookhin – corrono il rischio di privarsi della possibilità di accedere alla conoscenza del mondo quale esso ora è, la cui vera natura potrà essere solo percepirla in modo distorto, senza poter avvertire le grandi potenzialità e opportunità che esso può offrire.

Fino ad un epoca recente, il mondo era organizzato, cresceva ed evolveva in funzione dei problemi posti dalla scarsità dei mezzi materiali disponibili; ciò accadeva dopo che gli uomini che lo abitavano erano stati i protagonisti dei grandi rivolgimenti storici, a seguito dei quali era stato distrutto il modello organizzativo della società arcaica ed organica. Ciò, però, è avvenuto “dividendo l’uomo dalla natura e l’uomo dall’uomo”, quindi dando origine all’insorgere dei problemi il cui progressivo aggravamento mette ora a rischio la sopravvivenza della stirpe umana.

L’avvento del capitalismo, col suo modo di operare in funzione della scarsità dei mezzi materiali, ha lentamente rivelato di contenere in sé “i presupposti per le grandi fratture della società gerarchica” moderna. Ai contemporanei, perciò, eredi di tutta la storia umana precedente e depositari dell’obbligo politico di sottoporsi incondizionatamente allo sforzo e alla fatica per sconfiggere l’insicurezza materiale, è affidato – afferma l’anarchico americano – il compito di “portare l’umanità a un livello superiore, completamente nuovo di sviluppo tecnologico e a una concezione anch’essa nuova dell’esperienza umana”.

Ciò, perché i progressi realizzati nell’ultimo secolo hanno assicurato a tutta l’umanità la possibilità di poter godere dell’abbondanza dei mezzi che in epoche precedenti erano scarsi. Per la prima volta nella storia, nel corso dell’ultimo secolo è stata data a tutti – afferma Bookhin – l’opportunità “di godere dell’abbondanza di mezzi materiali”, con cui liberare dall’insicurezza esistenziale la vita dell’uomo, sostenuta da progressi scientifici, che hanno consentito di mettere a punto tecnologie produttive rivoluzionarie, tali da condurre appunto l’intera umanità “alla soglia” della società dell’abbondanza”.

Tuttavia, l’abbondanza all’interno della società capitalistica contemporanea non esprime solo una maggiore disponibilità di beni materiali; assegnare al termine “abbondanza” un tale significato significherebbe, ad esempio, secondo Bookhin, considerare riduttivamente un organismo vivente, qual è l’uomo, come l’insieme delle parti anatomiche che lo compongono, separato dal sistema delle relazioni sociali e dal sistema dei valori condivisi che presiedono alla sua sicurezza. Nelle società arcaiche, l’insicurezza era determinata dalla precarietà nella quale l’uomo era costretto a vivere, a causa dell’estrema scarsità dei mezzi materiali disponibili, mentre, nella società gerarchica del primo capitalismo, essa (l’insicurezza) è stata riproposta dal consolidarsi e dal diffondersi dei rapporti di sfruttamento, intrinseci ai processi produttivi nei quali l’uomo era coinvolto.

Dalle considerazioni sinora svolte, consegue che, come osserva Bookhin, la parola abbondanza esprime più di una semplice maggiore disponibilità di mezzi materiali; essa, infatti, esprime soprattutto una possibile “migliore qualità” della vita, che può essere assicurata con la maggior disponibilità dei mezzi resa possibile dal progresso scientifico e tecnologico. Le relazioni sociali e i valori ad esse sottostanti devono perciò necessariamente riflettere le nuove condizioni di funzionamento dell’intero apparato produttivo: in breve, – afferma Bookhin – la società dell’abbondanza deve consentire, attraverso la sua riorganizzazione “la realizzazione delle potenzialità sociali e culturali latenti nella tecnologia dell’abbondanza”.

Il capitalismo attuale non riflette una simile organizzazione sociale; anzi, accade che esso riduca l’uomo ad essere “complice della sua stessa oppressione”, interessandolo al consumo dei beni prodotti, attraverso la conformazione dei suoi stati di bisogno alla sua condizione di oppresso. In questo modo, il capitalismo moderno si configura come l’erede di tutte le caratteristiche oppressive delle precedenti società gerarchiche, sebbene sia riuscito a radicare nell’uomo contemporaneo un’ideologia che assicura una “parvenza di indubitabilità” riguardo alla presunta natura razionale del suo modo di funzionare.

La forza legittimante di quanto espresso dall’ideologia del capitalismo è divenuta così indubitabile da permeare col concetto di gerarchia anche il “progetto socialista rivoluzionario”; infatti, la struttura gerarchica della società non è stata rimossa dalla leadership socialista rivoluzionaria sin qui sperimentata; al contrario, la struttura gerarchica non è stata rimossa, poiché la centralità dello Stato, attraverso la pianificazione della produzione, ha mancato di liberare i lavoratori dall’insicurezza esistenziale. In questo modo, la rivoluzione socialista, che doveva porre fine alla struttura gerarchica del processo produttivo, si è trasformata in “paravento” di una controrivoluzione; sebbene i rivoluzionari socialisti la pensassero diversamente, ciò che si è estinto dopo la rivoluzione non è stata la struttura gerarchica, né il suo “cane da guardia”, lo Stato, ma la consapevolezza della persistenza della struttura gerarchica anche della società socialista.

Il permanere di questa struttura in tutte le società, grazie alla diffusione pressoché globale del modo capitalistico di produrre, nonostante le condizioni di abbondanza rese possibili dal progresso scientifico e tecnologico, sta creando una tensione insostenibile tra presente e futuro dell’umanità, a causa delle continue crisi cui va inevitabilmente incontro sempre più frequentemente quel modo di produrre. Ciò perché, secondo Bookhin, il capitalismo è economicamente e socialmente instabile per definizione; questa è, secondo l’anarchico americano, la ragione per cui diventa inevitabile la percezione che costituisca un non senso la pretesa di continuare a tenerlo in condizioni di stabilità attraverso politiche pubbliche tampone; queste avrebbero solo l’effetto di consentire di “guadagnare tempo” rispetto al crollo irreversibile del capitalismo. L’inevitabilità di tale evento è dovuta al fatto che tutte le istituzioni e tutti i valori della società gerarchica “hanno ormai – afferma Bookhin – esaurito le loro funzioni ‘storicamente necessarie’”, per cui, sia le istituzioni che i valori, ma anche lo Stato, l’autoritarismo e la burocrazia “non hanno più ragione di esistere”.

Dal crollo inevitabile del capitalismo e della struttura gerarchica della società che esso esprime deve scaturire, conclude Bookhin, una nuova società che “sappia offrire all’individuo la gioia” di una nuova esperienza, connessa al perseguimento dell’utopia chiamata anarchismo o anarco-comunismo; le due espressioni utopiche sono, per Bookhin, equivalenti, perché entrambe “indicano una società senza Stato, senza classi e senza potere centrale”, in cui nuove e non alienate relazioni umane sostituiscano le contraddizioni della società capitalistica.

L’organizzazione della società anarchica non si ispira affatto a “forme dottrinarie”, in quanto il suo fine è sempre stato, e continua ad essere, “la ricostruzione del mondo in modo che l’uomo trovi uno scopo in sé stesso”; obiettivo, questo, che, per le ideologie, è sempre stato marginale, al punto che esse (le ideologie) “accettando il distacco dalle masse hanno ridotto gli esseri umani a semplici mezzi – per colmo di ironia in nome del ‘popolo’ e della ‘libertà’”. Lo sviluppo nella società anarchica è libero e spontaneo, e “la spontaneità, lungi dal portare al caos, libera le forze intrinseche dello sviluppo e le porta a trovare il loro ordine e la loro stabilità”. Nel processo di sviluppo spontaneo, secondo Bookhin, ogni sua fase corrisponde “a un periodo in cui i processi storici e sociali apparentemente non legati tra loro convergono”, creando le condizioni necessarie per un ulteriore balzo in avanti. Anzi, sottolinea Bookhin, ognuno di questi periodi di convergenza della dinamica storica e sociale, “non solo porta con sé processi apparentemente disgiunti, ma li fa convergere in momenti e tempi precisi proprio dove la crisi è più acuta”.

Oggi, finalmente, conclude Bookhin, con l’abbondanza dei mezzi materiali resi disponibili dal progresso scientifico e tecnologico, “è finalmente possibile concepire l’esperienza futura dell’uomo in termini di un processo coerente in cui le fratture tra attività e pensiero, tra razionalità e sensitività, tra disciplina e spontaneità […], siano tutte risolte, armonicamente e organicamente ricomposte in una nuova e migliore forma di libertà”. In questo modo, la grande piaga della “questione sociale”, che ha ispirato le ideologie umanitarie degli ultimi secoli per contrastare la società gerarchica del capitalismo, “potrà finalmente essere sanata”.

Poiché le grandi rivoluzioni vissute per la liberazione dell’uomo dalle catene dei rapporti gerarchici si sono tradotte in controrivoluzioni, l’obiettivo della “rivoluzione anarchica” non può che consistere nella “liberazione della vita quotidiana” affrancata dalle promesse delle ideologie totalizzanti; deve trattarsi di una liberazione individuale, “portata a dimensioni sociali, e non ‘una liberazione di massa’ o di ‘classe’, concetto dietro al quale si occulta il ruolo di un’élite, di una gerarchia, di uno Stato”.

All’avvento della società anarchica si opporrà sicuramente la società capitalistica; se questa opposizione sarà votata al successo o alla sconfitta, secondo Bookhin, non è dato saperlo. Il risultato finale dipenderà solo dalla capacità degli uomini di “accrescere la coscienza sociale” e di difendere la spontaneità del processo storico dalle ideologie sinora prevalse, ma fallite, sia di sinistra che di destra.

Può essere condivisa la prospettiva di un’organizzazione anarchica della società, quale quella auspicata da Bookhin? Per quanto possa promettere una libertà dell’uomo, sinora mai vissuta, essa è destinata rimanere solo un’utopia consolatoria. La critica della società gerarchica dall’anarco-libertario Bookhin coglie certo i limiti del funzionamento del capitalismo nell’età dell’abbondanza, quale è quella che l’uomo di oggi sta sperimentando. Il superamento di tali limiti, però, non può essere realizzato solo affidando il futuro dell’uomo allo spontaneismo del processo storico. Una società affrancata dai rapporti gerarchici, e fondata sulla condivisione di valori compatibili con l’abbondanza dei mezzi materiali propri del capitalismo attuale, è caratterizzata da un livello di complessità di gran lunga superiore rispetto a quello proprio del capitalismo della società della scarsità. Ciò comporta che la maggior complessità della società dell’abbondanza esclude che essa possa fare a meno di un supporto organizzativo, qual è quello offerto tradizionalmente dallo Stato.

Il problema nella società dell’abbondanza consiste allora, non tanto nell’abolizione dello Stato (tradizionale presidio della natura gerarchica della società), quanto nella sua liberazione dai rapporti gerarchici che lo hanno connotato nella società della scarsità; problema, questo, che potrà essere risolto attraverso la trasformazione delle istituzioni in cui lo Stato si articola l’acquisizione di crescenti livelli di autogoverno, per rendere i componenti del sistema sociale responsabili della libera determinazione del loro comune destino.

Gianfranco Sabattini

 

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