giovedì, 20 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Nessuna resipiscenza
Pubblicato il 29-08-2018


Secondo l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti l’alleanza Lega/M5s sarà durevole perché poggia su un “patto di potere” che a lui ricorda il pentapartito degli anni 80 (sic!).
L’affermazione è stata resa nel corso dell’intervento dell’esponente del Pd al talk show serale de La 7 condotto dal genero di Enrico Berlinguer con il controcanto di un chierichetto tanto impertinente quanto irrilevante.
Che l’alleanza poggi su un patto di potere non c’è dubbio ma che c’entra il riferimento ad una alleanza risalente ad un’era politica lontana che comunque aveva caratteristiche di ben altra natura e complessità?
Paragonare un alleanza di governo di stampo nazionalpopulista al pentapartito infatti è un’offesa all’intelligenza degli spettatori più avvertiti e una grossolana semplificazione storica e politica che certo non sarà di alcuna utilità per acquisire consensi.
Non c’è dunque speranza per la sinistra riformista.
Marco Minniti, d’altra parte, nonostante i ripetuti tentativi di affrancamento dalle robuste radici terzinternazionaliste, antropologicamente resta un apparatchnik postcomunista che non perde occasione, più o meno consapevolmente, di mostrarsi tale.
La sua vicenda politica è esemplare.
Reggino di nascita, iscrittosi giovanissimo alla Fgci, entrò rapidamente a fare parte del Sinedrio del Pci del capoluogo calabrese fino a diventare il segretario della locale federazione dopo a un biennio trascorso a Botteghe Oscure ad imparare l’arte.
Nel 1989,con il crollo del Muro di Berlino, come molti suoi colleghi in Italia, si trovò nella condizione di essere l’ultimo federale del Pci diventando il primo del neonato Pds.
Ma l’anno di svolta nella carriera di Minniti fu il 1994 quando, segretario regionale del Pds calabrese, dopo la caduta di Occhetto strinse un sodalizio con Massimo D’Alema, sostenendo la sua candidatura alla segreteria nazionale.
Negli anni successivi l’ascesa di Minniti ai vertici del partito, mercé il fortissimo legame fiduciario con il Lider Maximo, fu inarrestabile e culminò, dopo il Congresso di Firenze del 1998 con la nomina a segretario organizzativo dei neonati Ds con l’incarico di dare attuazione all’operazione Cosa 2, ovvero al tentativo di liquidare definitivamente la presenza autonoma e organizzata dei socialisti, inglobandoli nel corpaccione dell’exPCI.
Nei pochi mesi in cui ricoprì l’incarico Minniti si applicò con fervore,furore e rigore alla realizzazione del mandato ricevuto.
Gli scarsi risultati ottenuti compiendo ogni sorta di nefandezze contro ciò che restava del ricostituito partito dei socialisti italiani, reclutando con blandizie e altro dirigenti e amministratori, non arrestarono la sua ascesa. Chiamato al governo da D’Alema seguitò, ricoprendo l’importante ruolo di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, a perseguire il disegno annessionista arrivando persino, nel 2000, alla vigilia delle elezioni regionali nella sua Calabria a mettere il veto sul candidato socialista (e probabile vincitore) alla presidenza per imporre un candidato a lui gradito che, neanche a dirlo, perse rovinosamente.
Negli anni successivi Minniti pur tra alti e bassi ha continuato, anche dopo la rottura con D’Alema, ad essere considerato uno dei più autorevoli dirigenti del Pd fino a diventare, è storia recente, Ministro dell’Interno del Governo Gentiloni.
Ricapitolando: un cursus honorum importante anche se singolare in cui i “patti di potere” sono stati la cifra dominante: quattro partiti (Pci, Pds, Ds, Pd),innumerevoli incarichi apicali, parlamentari e di governo.
Oggi, nella drammatica situazione in cui è precipitata la sinistra riformista, non c’è traccia di resipiscenza da parte sua ma la solita pretesa che caratterizza gli eredi della tradizione berlingueriana di indicare, anche dopo anni, vedi caso dopo che il settimanale L’Espresso ha avviato una riflessione spassionata su Craxi e il suo tempo, di indicare quelli che furono avversari (o nemici?) come il termine di paragone più appropriato per descrivere e/o definire i mali attuali della politica italiana.
Parafrasando Nanni Moretti, “con questi personaggi al timone il csx è destinato a perdere”.
Forse, visti i chiari di luna attuali (e le candidature alla segreteria nazionale di cui si parla) nel Pd, occorrerà farsene una ragione.

Emanuele Pecheux

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Commenti all'articolo
  1. Anche da questo quadro pare emergere che nella nostra sinistra continua a esservi non molta “simpatia” nei confronti dei socialisti, e loro storia – quando non si possa parlare di vera e propria ostilità – il che va semplicemente constatato, ma quel che mi riesce difficile da spiegare è l’apparente “ostinazione” con cui una parte della famiglia socialista sembra voler immaginare il proprio futuro, insieme per l’appunto a detta “poco amica” sinistra.

    Paolo B. 31.08.2018

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