mercoledì, 19 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Scrive Adriano Autino:
Genova e la cultura antiprogressista
Pubblicato il 16-08-2018


La tragedia di Genova è sconvolgente, ed il fatto che fosse largamente prevedibile non la rende meno sconvolgente. Per me anche dal punto di vista personale, perché abito a Rapallo, non lontano dal ponte crollato, che ho percorso tante volte, anche nei giorni immediatamente precedenti il crollo. Ho permesso quindi alla rabbia di spingermi al commento politico, prima ancora che fosse terminata l’opera di soccorso, e che fosse completata la triste conta dei morti e dei feriti. È doveroso, e non deve mai essere dato per scontato, esprimere la mia totale compassione e solidarietà alle vittime, alle famiglie delle vittime, ed agli sfollati che chissà per quanto tempo non potranno rientrare nelle loro case. Ovviamente sono anche preoccupato per quanto riguarda la mia mobilità personale, visto che mi muovo spesso verso la pianura padana, per ragioni familiari e non. Ma non è questo l’oggetto di questa riflessione, che è invece di natura filosofica, indispensabile se si vogliono comprendere le cause profonde di quello che succede a livello politico e sociale. Le caricature che ci troviamo oggi al governo non sono infatti che effetti — e non cause — delle tendenze ideologiche che procedono da ben più lontano. E si potrebbe anche considerare che tali processi profondi appaiono in qualche misura indipendenti dalla volontà dei singoli, e che difficilmente si possono contrastare ad opera di alcuni benintenzionati volonterosi.

Che cosa scatenò, cinquantanni fa, il grande movimento del ’68? Non c’era internet, ma incubò per tutti gli anni ’60 una irrefrenabile pulsione di libertà, la sensazione che l’ordine sociale che si era instaurato nel dopoguerra fosse profondamente sbagliato, e che si dovesse prima di tutto sovvertirlo… poi si sarebbe pensato a rimpiazzarlo con un diverso modello sociale. E c’era una irragionevole e folle percezione che tale modello sociale alternativo fosse lì, a portata di mano, e che fosse sufficiente sbarazzarsi dell’odioso ancien regime, perché l’alternativa fosse libera di fiorire. Il ’68 fu quindi prima di tutto un grande movimento libertario, sul quale poi poterono innestarsi progetti sociali di matrice collettivista, non appena si cominciò a ragionare sulla necessità quantomeno di un periodo di transizione, per arrivare alla realizzazione dell’utopia anarco-libertaria. A lungo, infatti, rimase nelle aspirazioni degli intellettuali più idealisti, l’obiettivo dell’autoestinzione di ogni struttura di governo, resa obsoleta dalla conquistata capacità di autogoverno da parte della società di liberi ed uguali, anche mediante gli strumenti telematici che la rivoluzione elettronica già lasciava presagire.

Cominciò da così lontano — guarda caso il periodo coincidente con l’inaugurazione dell’ormai tristemente noto ponte Morandi di Genova — perché se no non si capisce niente, di cosa è successo negli ultimi cinquant’anni in questo Paese. Quella forte aspirazione all’autogoverno è continuata. Contemporaneamente si è innestata nella base di sinistra, senza escludere nessuno dei partiti, partitini e gruppetti, un orientamento ambientalista ed ecologista, fino a rimpiazzare quasi completamente l’attenzione ai diritti ed aspirazioni delle persone, e mantenendo però la pratica della critica come atteggiamento primario. Poteva l’ideologia marxista, largamente basata sull’odio di classe, evolvere in una ideologia umanista, quindi non più fomentatrice di odio e conflitti sterili? Difficile dirlo, e comunque questo non è avvenuto, se non per pochi singoli, che sino ad oggi trovano grande difficoltà ad unire i loro sforzi. Comunque questa critica diffusa, non più supportata da un progetto sociale alternativo, si è via via orientata su obiettivi più a portata di mano, da contestare per definizione, in quanto portati dall’odiato sistema capitalista. Le direzioni politiche si sono fiaccamente adeguate a questo movimento, meno faticoso ed impegnativo dal punto di vista del conflitto sociale, non contrappondosi più in modo frontale alla proprietà privata dei mezzi di produzione, ma solo ai supposti effetti della stessa, e neppure più quelli (una volta) ritenuti principali, come lo sfruttamento, le morti sul lavoro, l’alienazione. Le direzioni politiche hanno voltato la testa dall’altra parte anche rispetto ad un altro corollario di questo trend ideologico: il fatto, che poco alla volta, la base sociale della sinistra abbandonava la fede progressista che aveva più o meno professato dal dopoguerra fino alla fine del secolo, convertendosi più o meno coscientemente al pensiero decrescitista sostenuto apertamente da Serge Latouche, e meno apertamente — anche solo per omissione di contrasto — da parte di tutte le cosiddette forze della sinistra.
Va da sé che, se in Italia fosse esistita una destra liberale e non fascista, capace di esprimere progettualità ed elementi di vera crescita sociale, quello che abbiamo visto recentemente — il crollo delle fatiscenti infrastrutture della sinistra, e qui parlo dei partiti, e non delle autostrade! — si sarebbe verificato già da qualche decennio. Ed invece non è nato niente del genere in Italia, segno che, se le classi lavoratrici hanno saputo esprimere soltanto correnti ideologiche di fatto anti-progresso, e quindi anti-umane, quanto rimane della classe borghese ha saputo esprimere solamente caricature, come Berlusconi ed oggi Salvini.

La tendenza anarco-libertaria-ambientalista, quella che aspirava all’autogoverno ed ha garrulamente appoggiato tutti i movimenti NO di questi ultimi trent’anni, ha trovato invece nei 5 Stelle uno sbocco più o meno naturale, senza ovviamente curarsi del carattere cripto-nazista di Grillo e Casaleggio: si veda il famigerato video su Gaia, dove si inneggia ad Hitler ed all’auspicato olocausto di 6 o 7 miliardi di persone. Ovviamente le caricature sedicenti liberali cui accennavo prima, e quelle più apertamente fasciste al governo oggi, hanno lasciato la loro influenza nefasta nella cultura del Paese. Esiste infatti un problema fondamentale, in Italia, che ha attraversato tutte le epoche, dal dopoguerra in poi: la scarsa qualità delle opere pubbliche, che riflette la combinazione della nostra grande creatività e genio ingegneristico con la nostra grande superficialità e disattenzione agli aspetti quantitativi e metodologici nella gestione dei progetti. La corruzione fa da disastroso legante di questo rovinoso mix antropologico: la qualità risultante è decisamente scarsa. Quindi, il problema reale, sempre cavalcato da tutte le parti politiche in fase elettorale, è che lo stato utilizza male il denaro pubblico. La ricetta prospettata dal centrodestra non è mai stata una seria impostazione repubblicana (=migliore gestione della res publica), ma una spensierata opzione superficialmente libertaria: se lo stato non funzione, occorre diminuire lo stato. In realtà nei Paesi del nord Europa, dove il denaro pubblico viene speso bene, la gente paga volentieri le tasse.

Alla resa dei conti, tutto l’odio cavalcato ed alimentato dalle destre verso la “casta” (di cui per altro fanno parte integrante), finisce per portare al governo non già opzioni libertarie, bensì tendenze fasciste, che ben si legano, al di là delle contrapposizioni televisive, con le tendenze decrescitiste. Le unisce una comune propensione anti-umana: per i decrescitisti gli umani sono un fastidioso parassita del pianeta, del paese, della città, del quartiere o del condominio. Per i fascisti, per i nazisti, per gli stalinisti, alcune categorie ritenute inferiori — immigrati, neri, omosessuali, ecc… — devono essere oppresse e maltrattate e, laddove la temperie politico-ideologica lo permetta, anche eliminati per far posto alle “razze” superiori. Queste due tendenze sono assurte al governo del Paese da pochi mesi, ma i loro mefitici miasmi ideologici operavano nella società già da tempo, informando l’azione di tutti i governi degli ultimi trent’anni almeno. La cura della cosa pubblica derisa e vilipesa, la ricerca scientifica mortificata, il fatalismo — non succede, intanto facciamo gli scongiuri e mettiamo a tacere i “gufi”. Un gran polverone dopo ogni disastro, grandi proclami su piani nazionali di messa in sicurezza: alluvioni, terremoti, crolli di viadotti e tunnel, disastri ferroviari, …
Quando i media smettono di produrre reportage, dibattiti, interviste, tutto si addormenta dinuovo, in attesa del prossimo disastro. Le problematiche rimangono ad essere gestite, fuori dai riflettori mediatici, dalle prefetture, dagli enti, dalle società concessionarie, dai contenziosi legali, dalle contrapposizioni tra i proponenti dei progetti ed i comitati NO TAV, NO TAP, NO GRONDA, ecc… Vi sono tratti autostradali caratterizzati da molti tunnel (il sottoscritto ha lavorato per anni come fornitore di sistemi software di controllo e supervisione tunnel autostradali), dove per decenni i sistemi di automazione tunnel hanno funzionato senza che nessuno si prendesse il rischio di firmare il collaudo…

La palude ideologica anti-progresso non può che alimentare la totale ignavia da parte di chi deve prendere decisioni. Costoro conoscono bene la condizione di estrema precarietà delle infrastrutture, molte delle quali ormai vicine al termine della vita operativa, e sono estremamente riluttanti a prendersi la responsabilità di decidere sul da farsi. Oggi a questo scenario si aggiunge l’atteggiamento giacobino dell’M5S al potere, che vuole rifare la stima dei costi-benefici su qualsiasi progetto. Ora, qualsiasi analisi costi-benefici non può prescindere da stime di previsione: il traffico aumenterà oppure no? Per i decrescitisti il traffico non aumenterà, anzi non deve aumentare, quindi concepiscono qualsiasi progetto come un incentivo ad ulteriori sprechi, nella loro visione decadente ed implosiva della civiltà. Così come, per Salvini, salvare gli emigranti in mare significa incentivare l’immigrazione. Ancora peggio: costoro professano in modo del tutto strumentale l’applicazione di un metodo scientista, per dimostrare che non vale la pena di realizzare alcunchè, limitandosi a fiancheggiare il triste tramonto della nostra civiltà industriale.

Cosa può opporsi a tale dilagante cappa oppressiva e distruttiva? Esiste, nel nostro Paese, una borghesia illuminata e progressista, paragonabile ad Elon Musk e Jeff Bezos? Se sì, forse, si potrebbe lavorare per una nuova rivoluzione borghese, che spazzi via questi miasmi ideologici. Le grandi opere, il rinnovo delle infrastrutture, i grandi progetti — l’industrializzazione dello spazio geo-lunare oggi in primo piano — sono di grande ispirazione per i giovani, e motivano lo sviluppo di una cultura della qualità, del testing, dell’attenzione ai requisiti delle persone utenti, i veri stakeholder di qualsiasi infrastruttura. È chiaro che le grandi infrastrutture, come anche le piccole, sono funzionali allo sviluppo. Se non si lavora per lo sviluppo il declino è inevitabile, ed il crollo infratrutturale diventerà routine, che i media non riterranno neanche più interessante.
Tutte le risorse intellettuali realmente progressiste potrebbero unirsi in questa nuova impresa ideologica, senza bisogno di condividere il 100% dei concetti (liberali, repubblicani, socialisti, libertari, borghesi, proletari, …). Basta condividere l’intenzione di riprendere a lavorare seriamente per il progresso, correndo ovviamente anche i rischi connessi, ma consapevoli che la decrescita è un rischio enormemente maggiore. Sto proponendo un’alleanza che una volta si sarebbe detta interclassista? Assolutamente sì! Ma, del resto, le classi che conoscevamo hanno fallito nell’esprimere una leadership adeguata alle sfide che la civiltà si trova a fronteggiare. Adesso occorre cominciare a ragionare insieme tra forze che fino a qualche decennio fa si ceredevano nemiche, ma che di fronte alle sfide attuali scoprono di avere obiettivi comuni: la crescita, oltre le barriere naturali del nostro pianeta.

Adriano Autino

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Commenti all'articolo
  1. “Prima che un ponte crolli, quanti tiranti, in gergo i tristemente famosi «stralli», devono saltare? A che distanza devono essere l’uno dall’altro per evitare l’effetto a catena?” La domanda se la fa un articolo de La Stampa, cronaca di Torino, a proposito di uno studio sulla manutenzione dei ponti presentato dal Politecnico in luglio a Melbourne al Labmas, associazione di esperti mondiali di manutenzione e sicurezza dei ponti.
    Tutti i ponti strallati hanno un grande numero di cavi, disposti ad arpa, che ancorano l’impalcato ai piloni, con una portata almeno doppia o tripla rispetto al peso normalmente sostenuto. Allora è possibile anche la manutenzione, sostituendo i cavi usurati uno per uno, senza neppure interrompere il traffico sul ponte.
    Nessuno ha ancora scritto però (oppure è stato ben nascosto) che nel ponte Morandi di Genova di tiranti ce ne sono solo quattro per ogni pilone, due per ogni lato dell’impalcato. Ogni tirante è costituito da un fascio di cavi d’acciaio sigillati in una trave di calcestruzzo precompresso. “Mi spezzo ma non mi piego!” dicevano i fascisti … Proprio così, nessun effetto catena perché di tiranti ce n’era solo uno per lato della carreggiata. Poteva esserci solo un cedimento secco. Così duecento metri di ponte sono andati giù. Com’è possibile che una tale enormità progettuale sia stata consentita?

  2. Caro Adriano, il tuo ragionamento non fa una grinza si dice dalle mie parti, che poi non sono distanti dalle tue. Sono ligure anch’io, dell’estremo Levante, sono di Luni terra di confine con la Toscana. Mi chiamo anch’io Adriano.
    “La tragedia è sconvolgente e il fatto che fosse largamente prevedibile,” mi hanno immediatamente coinvolto e sono stato assorbito dal tuo concetto nell’esporre i fatti, nelle indicazioni retroattive e in quelle propositive, mi è piaciuto il modo di accostare il negativismo dei regimi dittatoriali con la situazione attuale, la decrescita, la rinuncia allo sviluppo.
    Se il tuo saggio di alto profilo lo hai voluto rendere pubblico sull’Avanti online ci sarà un motivo o ci potrebbe essere, mi piacerebbe saperlo. Grazie per il tuo intervento.
    Un reverente saluto !

    • Caro Adriano, grazie per il tuo gentile apprezzamento.
      In realtà io non sono ligure, bensì piemontese, cresciuto a Torino, trapiantato a Milano ed oggi, pensionato, vivo a Rapallo.
      La ragione per cui di tanto in tanto scrivo su l’Avanti! online è innanzitutto la mia amicizia con Daniele Leoni e con Mauro Del Bue.
      Se fai una ricerca con il mio nome sul sito dell’Avanti! online trovi una serie di articoli in materia di sviluppo civile dello spazio, come alternativa alla stagnazione ed al declino industriale.
      Non sono molte le testate italiane interessate a questo tipo di narrazione futurista… e presentista(!) nel senso che siamo stanchi di sentirci promettere il futuro. Vogliamo il futuro adesso. Siamo già in grave ritardo.
      L’Avanti mi ha aperto gentilmente la porta, ed io, pur non avendo tessere di partito in tasca, ho cercato di essere all’altezza di questo grande onore, da parte della testata storica del socialismo italiano.
      Un caro saluto.

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