giovedì, 20 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Decrescita e cultura della sostenibilità
Pubblicato il 23-08-2018


Tasse-ambiente-fiscoRegistro da qualche tempo, anche dalle “nostre parti” socialiste, la tendenza ad opporsi all’attuale Governo attraverso la critica alla teoria della “Decrescita”. Sulla base della mia formazione culturale e della mia antica e rettilinea appartenenza politica, mi sento in dovere di provare a chiarire. Intorno alla teoria della “Decrescita” si è articolato e tuttora insiste un particolare groviglio interpretativo, oscillante tra il terminologico ed il concettuale. Se interpretiamo il termine letteralmente, dobbiamo necessariamente giungere al significato di uscita dalla crescita. Tuttavia l’uscita dalla crescita può essere colta letteralmente, ovvero in termini traslati, in chiave concettuale, come uscita dalla“cultura” della crescita. D’altra parte in termini convenzionali il “decrescere” indica una crescita negativa, tuttavia, con l’ausilio della matematica, la crescita negativa può essere assoluta, in ordine all’aritmetica, o relativa, in ordine all’analisi matematica, laddove nel “punto di flesso” va complessivamente a rappresentare una diversa crescita, “ridimensionata”. L’esempio della “funzione di produzione”, non a caso, unendo economia a rappresentazione geometrico-analitica, ci viene in soccorso. Bene, nel recinto di tale impostazione il dibattito sulla “Decrescita” si avvita sia sul piano oggettivo, sia non marginalmente sul piano politico-strumentale. Evidentemente, dunque, per giungere ad ulteriori chiarificazioni occorre penetrare i contenuti che la suesposta teoria intende rappresentare. Non c’è dubbio che la autentica “Decrescita” nasca nell’ambito di una riflessione da tempo insorta circa il rapporto tra uomo e natura. In particolare, in direzione del più specifico e sostanziale rapporto tra l’ecologia e l’economia. Ora, e lo sosteniamo in modo martellante, che l’attuale epoca, a causa delle degenerazioni della modernità tecnocratica ed economicistica, sia contrassegnata dalla centralità della tematica ambientale, montagne di scritti e fiumi di prove sono a dimostrarlo. D’altro canto , per un versol’antropocentrismo illuministico, con il suo mito del progresso, manifesta tutti i suoi limiti storico-culturali, per altro verso la fede tecnocratica si scontra con i vari e noti “effetti rebound” per cui, proprio in rapporto all’utilizzo delle risorse, l’introduzione di una nuova tecnologia spesso si accompagna ad un aumento della produzione e del consumo, così vanificando il risparmio dovuto all’efficienza. Ciononostante la politica, l’etica, l’economia, stentano a prenderne atto, non ancora rimodulandosi come dovrebbero. In tale contesto la “Decrescita”, prima con Nicholas Georgescu-Roegen, poi con Serge Latouche, via via si afferma, introducendosi con i presupposti della sua fondatezza così come con le espressioni della sua ambiguità. Nel caso originario di Nicholas Georgescu-Roegen, ancorandosi alla inoppugnabilericonduzione dell’uomo e delle sue attività nel contesto naturale, si avanzò la tesi di rimodulazione dell’economia classica alla luce delle dinamiche naturali, nello specifico in considerazione della seconda legge della termodinamica. In sostanza in ogni processo produttivo si trasforma parte dell’energia disponibile in energia indisponibile. Di qui la limitatezza delle risorse. Nel caso di SergeLatouche, in modo più complesso ed articolato, si è dato vita ad un impianto più complessivamente sociologico, se non “sociologistico”, avanzando una proposta politico-culturale densa di verità e di corrispettive ambiguità. In termini di “Decrescita”,dunque, da una parte l’approccio naturalistico di Georgescu-Roegen, con la sua “bioeconomia”, dall’altra l’approcciosostanzialmente “sociologistico” di Serge Latouche. Le otto “R” di Latouche, la “Rivalutazione” come esigenza di nuovi valori, la “Riconcettualizzazione” come nuove categorie, la “Ristrutturazione” come nuovo modello di sviluppo, la “Ridistribuzione” come esigenza sociale, la “Rilocalizzazione”come valorizzazione territoriale, la “Riduzione, il Riuso, il Riciclo” come modello circolare, sono in linea di principio profondamente condivisibili. Tuttavia il loro approfondimento specifico, sistematizzato nell’organica proposta della “Decrescita”, illumina ambiguità e conseguenti criticità di difficile superamento. In prima battuta, sulla base dell’assunto concetto marxiano secondo cui la crescita è l’essenza del capitalismo, proporre l’uscita dalla crescita significa riproporre l’uscita dal capitalismo. Ciò, naturalmente, introduce nell’impianto di Latouche un carattere non trascurabilmente ideologico, non estraneo alle precedenti appartenenze ed alle specifiche ispirazionidello stesso autore. Ancor più profondamente esignificativamente, ponendosi Latouche l’obiettivo non di superare il “neocapitalismo” ma il capitalismo tout court, ne radicalizza l’offensiva sul terreno dei fondamenti, parlando addirittura di uscita dallo sviluppo e dalla economia. L’uscita dalla economia, in particolare, si basa sulla definizione di “invenzione” dell’economia stessa, nella concezione della sostanziale innaturalità dei concetti di crescita, produzione, sviluppo, scambio, consumo. Siamo al punto. Tutto ciò urta con radicali acquisizioni, tanto filosoficamente fondanti, quanto scientificamente determinate. Il concetto di “physis”, di natura,  con la sua radice “phyo”, “genero”, “creo”, e con il suo originario prefisso di “phos”, di luce nel senso di “venire alla luce”, è appunto  consustanziale al concetto di crescita, produzione, originariamente in rapporto innanzitutto alla crescita delle piante.D’altra parte Martin Heidegger, come “filosofo della tecnica”definisce quest’ultima come “poiesis”, produzione, tuttavia deviata in “provocazione”, mentre la “physis” resta “poiesis”, appunto produzione, in senso più alto. Al di là comunque di tali fondamenti, ancorchè ineludibili, sul terreno naturalistico ed evoluzionistico, tempio del concetto di sviluppo, è Ernst Haeckel, introduttore del termine “ecologia” a definire questa tematica come lo studio della “economia della natura”. Ecco allora che se la natura si identifica con la crescita, l’evoluzione con lo sviluppo,l’ecologia esprime le naturali dinamiche di produzione, consumo e scambio. Di qui il significato di “economia della natura”. A questo punto il cuore della questione che stiamo trattando risiede nel trasformare, o “Ritrasformare”, forse la “R” mancante a Latouche, l’economia in termini di “ecologia dell’uomo”. Ciò, naturalmente, in un’ottica non deterministica, sociobiologica, né scientificamente riduzionistica né filosoficamente riduttivistica, in direzione di un aggiornato “naturalismo umanistico” sorretto e filtrato da quella dimensione etica che esprime la cifra culturalequale specifica caratterizzazione naturale dell’uomo. E’ questo il concetto chiave capace di includere le otto “R” di Latouchenell’alveo di una loro imprescindibilità,  conducendo l’intero impianto verso la giusta prospettiva di un nuovo modello di sviluppo inscritto in un nuovo rapporto tra uomo e natura, con il supporto fondamentale di un’etica, naturale e razionale,dell’equilibrio e dell’armonia, della misura e del limite. Viceversaalla luce delle “sovrastrutture” ideologiche, di stampo “neosociologistico”, maggiormente concentrate a destrutturare sociologicamente categorie economiche, piuttosto che riconvertirle in chiave “naturalistica”, ci si perde, quantomeno, inprofonde ambiguità, nella estrema difficoltà a stabilire, tornando alla premessa, se l’obiettivo della teoria in oggetto sia quello di contrastare la “cultura” della crescita, in senso quantitativo, oppure i concetti di crescita, sviluppo, scambio, consumo, in sé e per sè. Il tema complessivo, tuttavia, resta di storica centralità, di primarietà politica, su cui la “Sinistra” può e deve ricostruirsi. In particolare tra le verità-ambiguità della “Decrescita” e le distorsioni dello “Sviluppismo”, c’è un mare da esplorare e navigare. Evidentemente, in forza delle argomentazioni suesposte, non si tratta di tornare a respingere un modello economico dalle enormi, crescenti distorsioni, ancorchè fino ad ora non sopravanzato dall’affermazione di una concreta alternativa, si tratta di indirizzarsi verso l’elaborazione di una sintesi avanzata,incarnata da un nuovo modello inscritto nelle dinamiche naturali.Per ciò che ci riguarda l’Ecosocialismo di questo mare rappresenta la nostra isola, l’approdo evolutivo dell’autentico socialismo liberale, la nuova frontiera neoriformistica, in grado di inserire tra “Decrescita” e “ Sviluppismo” la cultura della “Sostenibilità”, ancor meglio della “Compatibilità”, con le sue auree categorie della “rinnovabilità” e “circolarità”. Una proposta in condizione di equilibrare l’economia al tempo stesso rilanciandola, superando“dialetticamente” un paradigma inequivocabilmente foriero di insostenibili squilibri sociali ed ambientali.

Carlo Ubertini

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