giovedì, 15 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Trump e i media: da fake news a nemici del popolo?
Pubblicato il 14-08-2018


donald-trump“Non ritengo che i media siano i nemici del popolo”. Questa l’affermazione di Ivanka Trump, figlia del presidente, in una recente intervista. Era questa l’affermazione che Jim Acosta, noto giornalista della Cnn, aveva cercato di strappare a Sarah Huckabee Sanders, portavoce di Trump, in una conferenza stampa alla Casa Bianca senza però riuscirvi. Acosta abbandonò la sala protestando la mancata conferma della Sanders.

La Sanders ha fatto il suo dovere di fedele portavoce al suo capo il quale poco dopo in uno dei suoi tweet ha reiterato di nuovo che “le fake news sono i nemici del popolo”. Il 45esimo presidente commentava

l’incontro tenuto con A.G. Sulzberger e James Bennet, il primo, editore del New York Times, e il secondo il direttore della sezione editoriali del giornale. I due giornalisti avevano avvertito il presidente che “il suo linguaggio non era solo divisivo ma sta divenendo sempre più pericoloso”. Avevano anche sottolineato che riferirsi ai media come “nemici del popolo” continua ad “ampliare le minacce ai giornalisti e condurrà alla violenza”.

Non era la prima volta che Trump attaccava i media come fake news né come nemici del popolo, un’espressione usata da leader di regimi autoritari per silenziare i loro avversari. L’espressione non è nuova. La si trova anche nell’opera drammatica Coriolano di Shakespeare. In tempi moderni, leader autoritari storici sia di destra che di sinistra, da Stalin a Mao ma anche da propagandisti nazisti, la hanno usato per denigrare e annientare i loro nemici politici, assassinarli e persino sfociare in epurazioni.

Trump attacca i media come fake news, aumentando il volume con l’espressione di nemici del popolo, echeggiando la politica di paesi autoritari moderni. Si ricorda che Trump ha sempre avuto parole di approvazione per Vladimir Putin ma anche per altri come Kim Jong-un. In quest’ultimo caso, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha espresso ammirazione per il fatto che il leader coreano a 28 anni ha assunto il potere di una nazione, ignorando però le malefatte di Kim.

A differenza di altri presidenti americani che spesso parlano di democrazia e di valori democratici non solo per gli americani ma anche come modello per il resto del mondo, Trump rimane silenzioso su questo tema. Il suo comportamento con i giornalisti era abominevole durante la campagna elettorale ed è infatti peggiorato durante i quasi due anni di mandato. Trump non esita ad additare giornalisti che non gli piacciono come Acosta al quale ha rifiutato di rispondere ad una domanda nella recente conferenza stampa di Londra con Theresa May. Trump ha identificato Acosta come parte della Cnn che considera fake news e quindi lo ha saltato accettando però di rispondere a John Roberts della Fox News, considerata da non pochi come vera fake news.

Per il presidente di un paese democratico come gli Stati Uniti malmenare verbalmente un cronista in pubblico non fa altro che incoraggiare altri leader autoritari a maltrattare i media dei loro paesi dove non è raro che i giornalisti subiscano anche conseguenze che li fanno andare a finire in carcere e a volte anche peggio. Il comportamento autoritario di Trump non fa altro che legittimare leader autoritari in altre parti del mondo dove i media non sono protetti dal primo emendamento americano che sancisce la libertà di stampa. In effetti, il comportamento di Trump dimostra disprezzo non solo per i giornalisti ma anche per la costituzione americana.

La protezione della costituzione alla libertà di stampa però non offre completa protezione ai giornalisti in America. Acosta, per esempio, deve fare uso di guardie del corpo quando svolge il suo lavoro di giornalista a uno dei tanti rally di Trump, dove non è raro che il 45esimo presidente denigri i media. Trump non ha mai detto ai suoi sostenitori di attaccare fisicamente i giornalisti ma le sue parole focose potrebbero essere interpretate in tale senso da alcuni scapestrati. Di fatti, minacce di individui che si dichiarano sostenitori di Trump sono state ricevute da non pochi giornalisti.

Bret Stephens, editorialista del New York Times, in un recente articolo, parla di minacce ricevute al telefono da uno di questi individui nel mese di maggio del 2018. Quattro settimane dopo, cinque giornalisti del Capital Gazette di Annapolis, Maryland, sono stati uccisi. Non sembra di esserci stato movente politico ma ovviamente gli incitamenti di Trump che caratterizzano i media come nemici del popolo potrebbero condurre a simili tragedie.

L’attacco di Trump ai media però non è necessariamente diretto agli individui ma fa parte della sua politica di demolire la verità che è il suo vero nemico. Si tratta di attacchi che mirano a creare un’altra realtà, una realtà che esce dalla sua bocca. In un recente comizio Trump ha infatti consigliato ai suoi fedelissimi di non credere a ciò che loro vedono scritto o riportato dai media.

L’assenza di fiducia e l’inevitabile mancanza di collaborazione con i media per Trump non è un problema perché di questi giorni si possono bypassare i giornalisti, comunicando direttamente con gli elettori. Trump ha più di 50 milioni di seguaci nel suo account di Twitter, la metà di quelli di Barack Obama, ma ne fa ottimo uso. I suoi messaggi su Twitter e quelli espressi ai suoi comizi includono però frequentemente affermazioni false o ingannevoli. Il Washington Post ci informa che negli ultimi tempi la frequenza delle bugie e le affermazioni ingannevoli di Trump sono aumentate a 16 al giorno. Nei suoi 600 giorni di presidenza Trump ha affermato il falso più di 4300 volte. Lui è infatti il più prolifico propagandista di fake news con il suo twitter account al quale vi aggiunge i frequenti comizi. I giornalisti non sono i nemici del popolo né della verità. Quando il 45esimo presidente attacca i media di fake news dovrebbe guardarsi allo specchio.

Domenico Maceri

Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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Commenti all'articolo
  1. “Penso che sia della massima importanza per gli Stati Uniti che l’Iran non arrivi mai alla possibilità di dotarsi di armi nucleari. Questo è il motivo per cui il presidente Trump si è ritirato dall’infelice accordo con l’Iran. Questo è il motivo per cui ha imposto sanzioni economiche. Questo è il motivo per cui stiamo lavorando con i nostri amici in Europa per convincerli della necessità di adottare misure più forti contro questa minaccia”. È il messaggio che John Bolton, dallo scorso marzo a capo della sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha voluto condividere con la stampa prima di un incontro con il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Intervenendo in occasione della sua prima missione a Gerusalemme dall’insediamento a Washington, Bolton ha espresso forte preoccupazione per il ruolo dell’Iran come paese che finanzia il terrorismo internazionale, segnalando in particolare la forte influenza di Teheran in Siria, con Hezbollah in Libano e nello Yemen. Iniziative regionali che, ha sottolineato, finiscono per diventare “minacce globali, in grado di rappresentare un pericolo per tutti”.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

  2. “Credo che Michael Cohen – si legge tra gli altri sulla Gazzetta di Reggio – abbia informazioni che dovrebbero essere di interessa per il procuratore speciale del Russiagate Robert Mueller e sia più felice di raccontargli tutto quello che sa”. Le parole di Lanny Davis, il difensore dell’ex avvocato personate di Donald Trump, Cohen appunto, fanno tremare il presidente. Più della dichiarazione di colpevolezza resa martedì dallo stesso Cohen davanti a una corte newyorchese, dove il legale ha patteggiato una futura pena sino a cinque anni ammettendo, oltre a una serie di frodi bancarie e fiscali, di aver pagato il silenzio della pornostar Stormy Daniels e dell’ex coniglietta di Playboy Karen McDougal sui loro presunti “affaire” con il Tycoon “in coordinamento e su disposizione di un candidato a una carica federale”, ossia lo stesso Trump per “influenzare la campagna elettorale Usa”. Un’accusa sotto giuramento proveniente dall’uomo di fiducia che ha risolto tutte le grane di The Donald e che ora lo chiama in causa per una violazione della legge sulla campagna elettorale, confermando che il presidente ha mentito pubblicamente al suo popolo. Ma quello che Trump teme di più ora sono le possibili rivelazione di Cohen nel Russiagate, che aumenterebbe il rischio di un impeachment se nelle elezioni di midterm i democratici conquistassero il congresso.

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