I soldi del Monopoli

Poveretti. Hanno litigato con mezzo mondo. Con l’Onu, minacciando di bloccare i finanziamenti, con la Ue per via dei vincoli, con la Bce perché non é stata eletta da nessuno (dovrebbero fare il monumento a Draghi se tengono davvero all’interesse dell’Italia), con l’Ocse per gli aiuti al terzo mondo, con l’Inps per le intromissioni al decreto dignità, con la Consob licenziando il presidente, con la Ragioneria di stato perché fa il suo dovere, con il ministro Tria perché deve trovare i soldi anche se non ci sono. E adesso stanno chiusi in due uffici separati perché hanno deciso di dividere le somme come se il Def fosse un gioco del Monopoli.

Un esercito di incompetenti e di dilettanti sta già costando all’Italia 4-5 miliardi di euro per le oscillazioni dello spread, e adesso vuole spingere Tria a superare l’asticella dell’1,6 di deficit sul Pil, che già è ben oltre lo 0,9 previsto, e che il ministro dell’Economia considera una linea del Piave. Oltre il quale l’Italia rischia un ulteriore aumento dello spread e una reazione dei mercati. Osserviamo i dati. Il Pil italiano, nel 2019, sarà, secondo le previsioni, solo dell’1, 1,1% contro l’1,6 del 2018, in presenza di un 1.8 di media nei paesi dell’Unione. La sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, posta anni fa a bilancio come clausola di salvaguardia, assieme all’aumento dello spread, porterebbe, senza alcun ulteriore provvedimento di spesa, il deficit oltre il 2%. Per portarlo all’1,6 occorrerebbero ben sette miliardi che devono essere recuperati.

I nostri eroi al governo di questo se ne infischiano perché quel che conta non é la sorte della nostra economia, ma solo la coerenza col contratto. Lega e Cinque stelle rivendicano otto o nove miliardi a testa da spendere per i loro programmi, fottendosene allegramente delle conseguenze. Vogliono aumentare la spesa, attenzione, non gli investimenti, intendono con la flat tax, lacriforma della Fornero e il reddito di cittadinanza non aumentare il Pil e l’occupazione, ma fornire risposte che potrebbero perfino incidere all’incontrario. La Flat tax diminuisce le tasse ai ricchi, la riforma della Fornero manda in pensione più presto, il reddito di cittadinanza, se non concepito come reddito di inclusione al lavoro (ma c’é già e può essere ritoccato), può produrre un assistenzialismo improduttivo.

Stanno prendendo prigioniero Tria che resiste. E hanno ormai dissestato la logica delle cose. Hanno parlato dei “signori dello spread” come se questo strumento non segnalasse la differenza degli interessi tra il debito italiano e quello tedesco, come se non fosse interesse dell’Italia pagare percentuali più basse e indebitare meno i suoi cittadini. Hanno parlato dell’attacco dei mercati come se questi ultimi fossero i tartari del deserto buzzatiano e invece di altro non sono costituiti se non da fondi di risparmiatori che difendono i loro interessi scegliendo liberamente dove investire. Hanno parlato dell’Europa delle banche, senza accorgersi che la Banca europea, grazie al nostro Draghi, con il quantitativy easig, ha salvato l’Italia comprando quote di debito e abbassando gli interessi.

L’impressione é che la forza di costoro sia la loro eccezionale capacità di disinformare cosi come la debolezza del Pd era la sua assoluta incapacità di informare, dovuta anche alle continue aggressioni del fuoco amico. Se si parla di immigrazione i numeri non contano, tutto è giocato sull’impressione, facendo leva sulla paura e sul disagio, senza i quali la Lega sarebbe ancora al 4%. Se si parla di economia i conti non servono. Anzi sono manipolati e inutili. Non solo i vincoli ma addirittura i dati dell’Istat, quelli dell’Inps, perfino quelli forniti da Tria. C’é il contratto, signori, che assume il valore di un testo religioso al quale rapportarsi con fede e dedizione. E se il contratto si scontra coi numeri sono i numeri che devono cambiare. Il contratto é come il Corano. Se ne leggono i versetti a memoria. E quando accade qualcosa non previsto come il crollo del ponte Morandi il contratto viene sfogliato e riletto perché non si sa cosa fare e in sua mancanza, si commettono evidenti strafalcioni come la vicenda della nomina del commissario insegna. Noi siamo ancora in attesa di capire. Salvini, coi suoi due forni aperti, é l’unico che dorme sonni tranquilli. Mal che vada gli toccherà, dopo le elezioni, fare il presidente del Consiglio appoggiato dalle tivù (non tanto dai voti che sono pochini) di Berlusconi. Non c’é fine al peggio…

Un Grillo Qualunque. La storia che potrebbe ripetersi

grillo

Ascoltando e rileggendo le parole di Beppe Grillo, e i contenuti del suo blog, mi viene in mente un parallelismo con una stagione politica lontana, la stagione dell’Uomo Qualunque.

Esistono molte somiglianze tra il Fronte dell’Uomo Qualunque e le espressioni utilizzate, per anni, da Grillo e dal Movimento 5 stelle delle origini. Per intenderci, l’epoca del blog del comico genovese e il movimento di opposizione dura e pura, copia sbiadita dell’attuale compagine pentastellata, guidata dal capo politico Luigi Di Maio, dal profilo governativo e “istituzionale”. A questo punto, bisogna tornare indietro nel tempo: erano gli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale e per l’Italia fu un periodo di grandi scelte di natura politica, economica e culturale. In quel contesto un movimento fece molto discutere, il Fronte dell’Uomo Qualunque, guidato da Guglielmo Giannini, avvocato napoletano, classe 1891, teatrante, autore di commedie e giornalista.

L’Uomo Qualunque fu il nome di un settimanale, cui il n. 1 apparve a Roma il 27 dicembre 1944, sorto nel segno della protesta e del malessere presente nel Mezzogiorno, nella dolorosa fase di passaggio dal fascismo al post-fascismo. Giannini firmò l’editoriale del primo numero, poi diventato un vero e proprio manifesto del movimento: “Io sono quello che ha venduto tutto per comprare il poco che ha potuto. Io sono quello che non crede più a niente e a nessuno. Io sono l’Uomo Qualunque”.

Guglielmo Giannini colse gli umori del tempo e li interpretò magistralmente. Utilizzò un linguaggio rozzo e diretto, alternativo al discorso pubblico dominante concentrato sulle virtù della nascente democrazia e su una certa enfasi resistenziale.

Alle elezioni del 1946, il Fronte dell’Uomo Qualunque, portatore di istanze liberal-conservatrici e legate all’antipolitica, ottenne un ottimo risultato, il 5,3% delle preferenze. Tuttavia, il Fronte entrò nella prima legislatura, quella del ’48, per un soffio, e concluse la sua parabola politica nel 1953.

Infatti, le difficoltà arrivarono subito dopo, in Assemblea Costituente, dove il Fronte dell’Uomo Qualunque ha subito vistosi cambiamenti di linea politica, soccombendo nel confronto con i politici del tempo. Il qualunquismo declinò in maniera piuttosto rapida poiché portatore di un fenomeno spontaneo e reazionario che immaginava uno “Stato amministrativo”, proponeva il ritorno al privato, ad una dimensione non pubblica: la sempreverde polemica dell’italiano stritolato dallo Stato.

Il Fronte dell’Uomo Qualunque rappresentava l’italiano medio, «l’uomo qualunque», schiacciato dallo Stato, che gli estorce denaro con le tasse, incurante di tutto il resto. Da questo fenomeno politico è nato il termine qualunquismo. Potremmo dire un grillismo precedente allo stesso Grillo.

Le somiglianze tra il M5S e il Fronte dell’Uomo Qualunque, così come tra Giannini e Grillo sono notevoli: entrambi uomini del mondo dello spettacolo e abili comunicatori. Ognuno di loro è padrone del mezzo comunicativo della propria epoca, tramite l’impiego massiccio della satira: Giannini nella commedia e nella carta stampata, Grillo ha puntato sull’uso della rete, del blog e sui comizi itineranti.

Il lessico dei comizi di Grillo è molto semplice, comprensibile a tutti, gergale e spesso sfocia nella volgarità. In parallelo, il linguaggio degli esponenti del Fronte dell’Uomo Qualunque era sempre irriverente e ironico: ridicolizzavano gli avversari politici storpiandone i nomi: il Partito Comunista Italiano diventa il “Partito Concimista Italiano”, Pietro Calamandrei, uno dei fondatori del Partito d’Azione diventa “Pietro Caccamandrei, così come Ferruccio Parri diventa quindi “Fessuccio Parri”.

Un secondo elemento di somiglianza è rappresentato dal “leaderismo populistico”che si sostanzia in leadership carismatiche: Grillo e Casaleggio per il M5S, Giannini per l’Uomo Qualunque. Ancora, affiorava nelle polemiche di Giannini un rifiuto dei nuovi professionisti della politica: si parlò di «Upp» (Uomini Politici Professionali), contrapponendo loro la folla indistinta d’italiani che volevano solo essere «lasciati in pace»: la tutela del particolare contro la dimensione della politica intesa come azione collettiva e professionalità. Tutto questo richiama direttamente i Vaffa-day organizzati, negli anni di opposizione, da Beppe Grillo e co.

Eventi nei quali il comico genovese attaccava i partiti e tutto l’estabilishment: “Non perdete la capacità di incazzarvi […]. I mass media, portavoce del Sistema, hanno attaccato con una violenza inaudita il Movimento. Le grandi firme, i grandi registi, cantanti pataccari, conduttori e artisti di partito si sono scatenati contro chi li avrebbe spazzati via dalle poltrone del Regime.”

In altri termini, messaggi irrazionali che mirano a colpire la pancia dell’elettore, messaggi di protesta senza proposte chiare e realizzabili.

Entrambi i movimenti rifiutano le etichette di destra e sinistra. Ciò nonostante l’Uomo Qualunque era schierato, effettivamente, su una posizione di destra: contestava il regime fascista ma, nel frattempo, denunciava una presunta rendita di posizione degli antifascisti, additando il Cln come una specie di nuovo totalitarismo; in maniera, per certi versi simile, il M5S alla prima prova di governo stringe un’alleanza programmatica con la Lega di Salvini, formazione politica chiaramente di destra nelle parole d’ordine, nei programmi e nelle alleanze europee (si pensi alla “Internazionale nera”).

La natura di destra viene sistematicamente coperta da esponenti della “sinistra interna” dei 5stelle, del tutto ininfluenti rispetto agli indirizzi politici del governo da essi sostenuto; nella stessa maniera, Giannini e l’Uomo Qualunque recitarono anche professioni di fede antifascista, aperture al Pci e appelli al Partito liberale.

Va riconosciuto sia a Giannini che a Grillo di aver rappresentato, in epoche diverse, un diffuso sentimento di delusione e una quota di genuina rabbia popolare. Dunque, con le dovute differenze, Giannini è stato un precursore, ha aperto una strada, ha dato consistenza al malessere diffuso nel Paese, segnato da una guerra lacerante, ha saputo dare rappresentanza alle inquietudini del ceto medio meridionale nella protesta contro lo Stato oppressore.

Nello stesso modo, la crisi dei partiti politici tradizionali, l’emergere di leadership sempre più personali ha spalancato le porte al qualunquismo contemporaneo, trasformando il M5S, alle ultime elezioni politiche, in un partito pigliatutto. Tuttavia, dopo la vittoria elettorale dei grillini e l’insediamento al governo rimangono le difficoltà dell’azione legislativa e dei meccanismi parlamentari. La storia potrebbe ripetersi nuovamente e i cittadini trarre preziosi insegnamenti dalle vicende di Guglielmo Giannini e dell’Uomo Qualunque.

• Sul sito web della Camera dei Deputati sono disponibili tutti gli interventi in aula, tra il 1946 e il 1953, di Guglielmo Giannini, leader del Fronte dell’Uomo Qualunque.

Paolo D’Aleo

Nuova fiction della Rai. Non dirlo al mio capo 2: due volte più impegnato

capo 2

La fiction “Non dirlo al mio capo 2” (coprodotta da Rai Fiction e Lux Vide, per la regia di Gianluca Manfredonia), diventa ancor più impegnata nella seconda stagione. In onda, con altri 12 episodi avvincenti, si fa più corale con l’introduzione di nuovi personaggi e protagonisti. Ciò dà modo di scandagliare ulteriori problematiche; per una serie che, però, non dimentica – ancora una volta – di omaggiare un’altra grande fiction di fortuna di Rai Uno: “Don Matteo”; il primo ciclo di “Non dirlo al mio capo” era stato annunciato proprio dalla decima stagione di “Don Matteo”, mentre – in “Non dirlo al mio capo 2” – compare proprio in una scena, mentre i protagonisti guardano la serie alla tv sul divano di casa.

Procediamo con ordine e partiamo ad analizzare le singole novità. Innanzitutto, dicevamo, una storia che si fa sempre più corale. Non c’è più solo la storia d’amore tra Lisa Marcelli (Vanessa Incontrada) e l’avvocato Enrico Vinci (Lino Guanciale) a fare da perno centrale. C’è il ritorno anche della ex moglie di quest’ultimo, Nina Valentini (Sara Zanier). Ne nascerà, così, un triangolo curioso, che porterà a un contendimento dell’uomo tra le due donne – tra la moglie e l’amante -, tra cui lui non sa decidere. Tanto che, nei primi episodi, si dice che “il tre non è un numero perfetto” in amore, perché porta scompiglio, gelosie, invidie, dispetti. Tuttavia, ciò dà modo di comprendere meglio la personalità dell’avvocato: in amore, come sul lavoro, dava rispetto a chi meritava la sua stima, per avergli mostrato a sua volta onestà e rispetto; dunque non è il solito cinico, spietato e senza cuore. Però, quando c’è competizione, non sempre ‘amor vincit omnia’, ma anzi – si titola – ‘omnia vincit amor’; cioè non sempre è l’amore a vincere su tutto, perché spesso ci facciamo distrarre da altri interessi meno nobili; però, poi, alla fine un modo lo si trova per ritrovare un sentimento genuino.

E così si punta tutto a ribadire l’importanza della famiglia, ricordando anche quanto sia importante l’esempio e l’educazione dei genitori per i figli. In ciò l’arrivo di un nuovo personaggio serve proprio a ribadire tale aspetto. Si tratta di Aurora Marcelli (Beatrice Vendramin), sorellastra di Lisa, che se la ritroverà a carico a casa sua; è affetta da un disturbo della personalità, per cui subisce il peso delle emozioni più degli altri e del normale. Comunque ciò non giustifica il fatto che arriverà ad avere una storia e a far innamorare di sé il ragazzo della figlia naturale di Lisa, Mia (Ludovica Coscione): ovvero Romeo (Saul Nanni). All’inizio sembra esserci amicizia fra le due ragazze e l’interesse di Romeo per Aurora non sembra far vacillare la complicità della giovane con Mia. Quest’ultima la tollera, perché, come le aveva insegnato la madre: Aurora è malata e va aiutata. Sopporta fino a quando Aurora non esagera e vuole costringere la classe a danneggiare la scuola, per farla restare chiusa e saltare qualche giorno di lezioni. Allora la denuncia pubblica di Mia, davanti a tutti, della malattia di Aurora sarà ufficiale e ciò porterà all’allontanamento da parte di Romeo da lei, in quanto Aurora ne sarà umiliata. Dunque la condanna di ogni forma di discriminazione. E, a proposito di giovani e adolescenti, non manca il tema del bullismo molto ricorrente. Però, pronte per Aurora, arriveranno le scuse di Mia e di Lisa: perché lei vuole solamente qualcuno “che abbia il coraggio di provarci con lei”, anche una casinista come la sorellastra, per superare il suo ‘disagio’.

Quindi l’importanza della famiglia, ma anche i valori della solidarietà e dell’amicizia. E, a proposito di quest’ultima, non possiamo non citare la ritrovata consigliera di Lisa: Assuntina Cercilli (Chiara Francini), alias ‘Perla’. Sarà lei la sua confidente più intima e preziosa. Inoltre, dietro la scure dura di ‘Perla’, si nasconde la voglia di sentirsi ed essere ‘utile’, che gli altri abbiano bisogno di lei per aiutarli. Il suo personaggio, però, non è importante solo per questi due aspetti (l’amicizia per Lisa e il profondo senso di umanità che ha verso gli altri), ma anche perché diventerà segretaria dello studio Vinci, mostrando quanto sia rilevante la figura di una segretaria. Darà il suo contributo a fare ordine nello studio di Enrico, oltre che a cambiare l’uomo (un po’ nullafacente) che era Rocco Tancredi (Antonio Gerardi), che diventerà migliore grazie a lei. Insieme aiuteranno molto Lisa nel gestire la sua famiglia (i tre figli e la casa) e il lavoro (tra Enrico e Nina). Basterà tutto questo? Intanto Lisa si contraddistingue per il suo ruolo di assistente ineccepibile, abile e astuta; tuttavia non è ancora un avvocato esperto e ciò pregiudica la sua carriera. Come se non bastasse è donna e madre. E qui si sfiora l’altra tematica molto approfondita dalla fiction. Oltre al bullismo, anche la malasanità, ma soprattutto la discriminazione delle donne sul posto di lavoro. Se lei subisce le duplici angherie di Enrico e Nina, con un po’ di quello che potrebbe essere riconducibile al mobbing, sono due altre nuove figure che incrementano l’analisi di tale argomento. Si tratta di due giovani rampanti, ambiziosi e spregiudicati (anche troppo), aspiranti avvocati e che vogliono entrare a far parte dello studio Vinci. Ovvero, Cassandra Veggiani (Aurora Ruffino) e Massimo Altieri (Gianmarco Saurino). La prima deve tirare fuori tutto il suo cinismo per non soccombere e l’altro mettere da parte ogni forma di galanteria per non restare indietro. Se il secondo non vuole sfigurare per un forte senso di orgoglio personale, la prima è disposata a tutto pur di trionfare: anche a vendersi, ad andare a letto con chi possa darle un’occasione (e non perché non abbia moralità o sentimenti buoni), perché è la dura legge del mondo del lavoro; occorre sempre una raccomandazione e saper scendere a compromessi, soprattutto per una giovane donna e belle, intelligente e in gamba, di cui tutti sono pronti ad approfittarsi; ma sembrerebbe non Vinci, interessato più all’acume giuridico. Dunque c’è anche una sorta di satira sociale, dietro una parodia comica della donna in carriera e dell’aspirante giovane visto come una ‘futura promessa’. Di certo la comicità aspra, a tratti dura, non manca. Si ride, ci si diverte anche, si scherza – ma non su tutto, non su certe cose, sembra ammonire la serie -. Anche Lisa è buona e cara, sempre cortese, gentile, accondiscendente, disponibile, ma fino a un certo punto: su alcuni dettami non transige e non è disposta a venire meno ai suoi saldi principi morali, che vuole trasmettere ai figli.

Così, spesso, ci si ritrova a chiedersi (come il titolo di un altro episodio): di chi è la colpa? Ci si colpevolizza, ci si sente in colpa, ci si frustra e si è invasi da sensi di colpa mortali. E qui arriva l’altro importante insegnamento della fiction: tutti sbagliamo, abbiamo le nostre responsabilità e la nostra parte di colpa da doverci accollare. Dunque non è semplicemente una storia di triangoli amorosi; per questo ho titolato il pezzo “Non dirlo al mio capo 2: sempre più impegnato!”: sia perché è impegnata socialmente la fiction, che perché è impegnato tra due donne l’avvocato Enrico Vinci, oltre che sempre più occupato dal suo lavoro.

Ma se la storia diventa sempre più corale, allora questi nuovi personaggi non sono i soli. Come se non bastasse, infatti, oltre alle figure di Cassandra e Massimo arriva anche – da lontano – un amico di Enrico; ad incasinare ancor di più la sua vita e quella di Lisa, che incontra accidentalmente, come se non fosse più che sufficiente lo scompiglio che già ha portato il ritorno di Nina; lei ha deciso di lavorare nello studio con lui e Lisa, dunque la sfortuna e la maledizione del numero tre anche sul lavoro (oltre che in amore, per un triangolo di gelosie e invidie; anche nel lavoro genera una competizione esasperata e a tratti pericolosa); ma ci vuole invece collaborazione, come ammonisce ‘Perla’. Il cerchio dei legami sentimentali si allarga così, per enfatizzare la portata dell’amicizia complice e consigliera (anche con l’amico di Enrico). Invece, per quanto riguarda l’aspetto della competizione, ciò sarà ancor più esacerbato: come Enrico dovrà scegliere tra Lisa e Nina, così sul lavoro dovrà stabilire chi tenere a fine prova tra Cassandra e Massimo; solo uno dei due resterà nel suo studio: chi vincerà? E, soprattutto, come evolveranno le personalità dei personaggi? Questi ritorni dal passato (per Enrico e per Lisa, della sorellastra) come incideranno su di loro? Che ricordi ed emozioni faranno riaffiorare e come li cambieranno? E, tra Perla e Rocco è veramente pace fatta? Sono davvero entrambi più ‘buoni’? Mentre ci interroghiamo su questo ed attendiamo che la fiction ci sveli le risposte a tali quesiti, intanto subito un’altra domanda sorge spontanea: quali altri temi ci proporrà la fiction, su cui riflettere e che tratterà con la sua solita ironia vincente? Di certo non smetterà mai di farci sorridere e di divertirci anche, così come di sorprenderci, sempre pronta a stupirci. Una serie che potremmo definire perennemente in divenire e che, fino all’ultimo, lascia col dubbio e col fiato sospeso, pronta a prendere deviazioni inaspettate per finali stupefacenti. E questa è davvero la sua forza, aggiunta alla bravura e alla freschezza degli attori, perfettamente a loro agio nei panni dei loro personaggi, tutti protagonisti.

Intanto, curiosità, forse – notavamo – il nome Cassandra non è a caso: nota figura mitologica greca, che gli stessi Omero e Virgilio su tutti rammentano, era la gemella di Eleno (il figlio di Ecuba e di Priamo, re di Troia). Fu sacerdotessa nel tempio di Apollo, da cui ebbe la facoltà della preveggenza, in quanto capace di prevedere terribili sventure e per tale motivo odiata da molti. Il nome cala a pennello sul personaggio di Aurora Ruffino nella fiction, in quanto sarebbe adatta proprio per il suo rigore, per la sua precisione, per la sua possibilità – così – di controbilanciare il caos che a tratti regna nello studio (soprattutto da parte di Lisa); ma, come la Cassandra mitologica, anche quella della fiction deve superare le angherie, le inimicizie, le avversioni sul campo nel mondo del lavoro, da parte dei colleghi uomini come Massimo, e le antipatie delle altre colleghe femmine, invidiose della sua bellezza e del suo talento; non è sempre tutto facile per lei, in apparenza così ‘avvantaggiata’ e ‘fortunata’.

Ba. Co.

Mauro Gioia regala la sua collezione: 3mila canzoni napoletane su Internet

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In occasione delle Giornate europee del patrimonio, domani, sabato 22 settembre, alle ore 20, nell’Auditorium dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi, in via Michelangelo Caetani, 32, a Roma, si svolgerà una Conferenza Cantata, a cura di Mauro Gioia, per presentare l’acquisizione del suo Fondo di incisioni storiche di canzoni napoletane da parte della Direzione generale per le biblioteche e gli istituti culturali, attraverso l’Istituto centrale per i beni sonori ed audiovisivi.

Mauro Gioia (Sesto San Giovanni, 4 maggio 1966) è un cantante, attore e regista italiano che all’età di quattro anni si è trasferito a Napoli con la famiglia. Nella città partenopea studia e compie i suoi primi passi nel mondo artistico musicale, e inizia a collezionare rari dischi a 78 giri con i classici della canzone napoletana. Attualmente vive a Parigi.

Il Fondo di Mauro Gioia consiste in una banca dati di oltre 3mila registrazioni discografiche storiche di musica napoletana provenienti da rari dischi a 78 giri, per la maggior parte incisi nel cosiddetto ‘periodo acustico’ (dal 1900 al 1925), e i cui repertori appartengono all’area culturale partenopea con una presenza di scenette teatrali dialettali.

Sono presenti gli interpreti più rappresentativi del periodo, per storia personale e qualità artistiche: Gennaro Pasquariello, Elvira Donnarumma, Fernando De Lucia, il Petrolini del periodo napoletano, solo per citarne alcuni, cosi come incisioni di Eduardo Scarpetta, Eduardo De Filippo o Salvatore De Muto, l’ultimo Pulcinella.

Alcune rarità impreziosiscono la raccolta: tipo i quattro dischi (tra cui il primo in assoluto) incisi a Napoli da Fred Gaisberg per Emile Berliner; una dozzina di dischi che Gennaro Pasquariello realizzò per la Società Fonografica Napoletana, risalenti al 1909; il provino presentato nel 1959 ad Elvis Presley per convincerlo a incidere “It’s now or never” (versione americana di “’O sole mio”); le primissime incisioni effettuate a Napoli da Ettore Petrolini; alcune lacche di Fernando De Lucia provenienti dalla raccolta di Paul Getty.

I riversamenti digitali di queste incisioni, accompagnati dalle schede, saranno a disposizione del pubblico attraverso l’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi, cui Gioia ha deciso di affidare il suo archivio sonoro.

Nel corso della serata verranno eseguiti dal vivo alcuni brani della collezione e ripercorsa la storia del disco e della canzone classica napoletana, due storie profondamente intrecciate tra loro.

S’incontreranno così personaggi del passato che si chiamavano Fred Gaisberg, Guillaume Cottrau, Anton Beyer, Gilda Mignonette; ci ritroveremo a Marechiaro o a Cunnailante, sulle tavole di un café-chantant o in un ottocentesco salotto aristocratico: nomi e luoghi che ci conducono in una dimensione transnazionale – con epicentri saldamente partenopei – tutta da scoprire.

Nel corso dell’evento verrà anche distribuito un cd dal titolo “Era d’Oro”, registrato per l’occasione da Mauro Gioia e Giuseppe Burgarella presso gli studi di registrazione dell’Istituto Centrale per i Beni sonori ed Audiovisivi.

Il progetto trova coerenza stilistica nell’uso di una sorta di classicismo interpretativo, filologicamente legato allo spartito canto-e-piano, con repertori prevalentemente tardo-ottocenteschi o dei primi del Novecento, arricchiti da singoli episodi come “Passione” di Bovio-Valente-Tagliaferri, scritta tra le due Guerre.

Fondamentale per la buona riuscita di tutta l’operazione è stato proprio il ruolo dell’Istituto, che ha fornito i mezzi per la digitalizzazione e le direttive per la schedatura dei materiali (a cura dello stesso collezionista, sotto la guida di alcuni dipendenti dell’ex Discoteca di Stato), oltre a organizzare, grazie al direttore Massimo Pistacchi, la presentazione al pubblico della collezione.

Grazie a questa collezione, l’indice SBN sarà implementato di diverse centinaia voci, tra autori, titoli e interpreti mai comparsi prima nel catalogo generale del Sistema Bibliotecario Nazionale, ma soprattutto permetterà l’ascolto gratuito di vere rarità discografiche attraverso il Portale della canzone italiana

Il Portale, inaugurato nello scorso febbraio, attualmente presenta oltre 250.000 brani di canzoni italiane. Canzoni proposte attraverso centinaia di playlist tematiche con testi esplicativi in 8 lingue (oltre l’italiano, i testi sono tradotti in inglese, francese, tedesco, spagnolo, cinese, giapponese e russo), così da promuovere, anche all’estero uno degli aspetti più caratteristici della cultura italiana come la canzone.

Con l’acquisizione del Fondo di Mauro Gioia, e la messa in rete gratuita sul Portale, la canzone napoletana trova a livello internazionale un’ulteriore forma di diffusione relativa soprattutto a quei brani classici che, a partire dalla fine dell’Ottocento, hanno contribuito a creare, nell’ambito della popular music, una vera e propria identità culturale nazionale.

Il reddito di cittadinanza fa litigare il governo

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Il reddito di cittadinanza fa litigare il governo impegnato nel disegnare la manovra. I due azionisti di maggioranza spingono per mettere in corsa i loro cavalli di battaglia. Magari anche solo come un titolo nell’elenco della manovra. Anche se vuoto. Ma comunque ci deve essere per dare un senso a quanto sbandierato in campagna elettorale. Ed è proprio il caso del reddito di cittadinanza che Di Maio tenta di imporre a Tria con una fretta un po’ sospetta. Un provvedimento ancora impalpabile, vuoto nei contenuti, ma che crea comunque tensione nell’esecutivo. Di Maio, dopo le proteste dell’altro (vice)premier Salvini ha cambiato il tiro affermando che il reddito di cittadinanza, sarà limitato ai soli cittadini italiani. “Noi – ha detto – abbiamo corretto la proposta di legge che avevamo presentato anni fa, nel 2014. È singolare che ritorni in auge: già nel 2016 l’abbiamo modificata. Stiamo lavorando sulla platea. È logico che la devi restringere ai cittadini italiani”, ha detto infatti il vicepremier recepento le proteste leghiste per la possibilità che il sussidio potesse finire in tasca a cittadini non italiani.

“Ormai ci siamo così convinti che la politica non fa quello che dice durante la campagna elettorale. Io non mi arrendo all’idea che quello che si è detto lo faremo”, prosegue il vicepremier su Radio1. “Inseriremo in legge di bilancio il reddito cittadinanza e la flat tax”, ha aggiunto di Maio. “Io non sono uno di quelli che promettono e dimenticano il giorno dopo” delle elezioni.

Una posizione che Tiziano Treu, presidente del Cnel e ex ministro del Lavoro, definisce inaccettabile. Non per impostazioni ideologiche ma per le regole comunitarie. Infatti secondo il diritto europeo, “è inaccettabile – afferma Treu – che una prestazione assistenziale come il reddito di cittadinanza possa essere data solo agli italiani. Lo dice il presidente del Cnel e ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu spiegando che la Corte europea di giustizia si è pronunciata più volte su prestazioni simili ribadendo l’estensione anche agli stranieri con permesso di lungo soggiorno.

IL CAVALIERE A CAVALLO

berlusconi tendaSilvio Berlusconi torna protagonista sulla scena politica, nonostante Forza Italia sia scesa nei sondaggi, e lo fa riallacciando i legami con i suoi alleati Salvini e Meloni, irritando ancora una volta i pentastellati e promettendo che il Centrodestra “sarà presto al Governo”. Il Cavaliere ha poi annunciato: “Il centrodestra si presenterà unito a tutte le prossime competizioni elettorali a partire dalle elezioni regionali di Piemonte, Abruzzo, Basilicata, Sardegna, con l’individuazione di un candidato condiviso, così come in tutti altri appuntamenti amministrativi”.
Il presidente della Camera Roberto Fico commenta la ritrovata unità del centro-destra in vista delle elezioni regionali, limitandosi a dire: “Loro sono un’alleanza. Non c’è nessuna novità”.
Ma Matteo Salvini non si è sbilanciato e ieri dopo l’incontro ha detto: “Abbiamo parlato di tasse, lavoro e immigrazione”, il leader leghista non ha bisogno dell’appoggio del Cavaliere a livello nazionale, ma a livello regionale sa che con il centrodestra unito molte regioni, anche quelle storicamente ‘rosse’, potrebbero passare a destra senza difficoltà.
L’altro alleato dell’alleanza, la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, plaude all’accordo: “È un fatto positivo quello di ieri, l’aver stabilito che il centrodestra sarà compatto alle prossime regionali non era scontato e per noi era importante, è un passo propedeutico anche a livello nazionale, per dare domani a questa nazione un governo che sia frutto di idee comuni e condivise. Poi, si sa che io penso che il centrodestra vada rifondato e non semplicemente riassemblato, ma sicuramente quelle idee che sono maggioritarie tra i cittadini devono avere una rappresentanza forte”.
Ma il primo successo agli occhi di tutti è la vittoria leghista con l’elezione di Marcello Foa alla presidenza del Cda Rai.
Foa è stato eletto con quattro voti a favore, hanno riferito le fonti: quelli dei consiglieri vicini a Lega, M5s e Fratelli d’Italia, più l’amministratore delegato Fabrizio Salini. Rita Borioni, vicina al Pd, ha votato contro, mentre Riccardo Laganà, che rappresenta i dipendenti Rai, si è astenuto. Ad agosto il giornalista e scrittore non aveva ottenuto la maggioranza qualificata durante la votazione in Commissione parlamentare di Vigilanza Rai per la mancata partecipazione di Forza Italia. Il partito di Silvio Berlusconi contestava infatti alla Lega, di cui resta formalmente alleato, di non essere stato coinvolto nella scelta di Foa. Adesso però l’imbarazzo è tutto nel Movimento cinque stelle che vedono eletto Foa grazie all’appoggio esterno di Silvio Berlusconi, proprio colui sul quale avevano giurato che “non avrebbe messo le mani sulla Rai”. Adesso però il M5S fa dell’elezione di Foa una vittoria contro l’opposizione e il Pd. “Il Pd, artefice del Patto del Nazareno, fa le pulci sul voto del Cda della Rai. Capiamo che a loro il profilo di Foa non piaccia, ma a un certo punto dovrebbero farsene una ragione”. Così, in una nota, Gianluigi Paragone, capogruppo M5S in Commissione Vigilanza Rai.
La dem Rita Borioni ha presentato una diffida formale a procedere all’elezione a causa dei “chiarissimi profili di illegittimità della stessa”, le sue parole a inizio seduta. Ma adesso la difficoltà del M5S è quella di ritrovarsi sempre più oscurati da una Lega sempre che al Governo ha le redini e le cui scelte sono spesso suggerite e sigillate dall’Alleanza con il Cavaliere di Arcore.

Sanità. Italia al quarto posto per efficienza della spesa

Sanità-Legge stabilità

Bloomberg ha aggiornato l’indice dell’efficienza della spesa sanitaria globale e per il 2018 l’Italia si piazza al quarto posto. Meglio di noi Hong Kong, Singapore e Spagna. Seguono subito Sud Corea, Israele e Giappone. Per concludere i primi dieci posti si piazzano anche Australia, Taiwan ed Emirati arabi uniti.

Il rapporto Health care efficiency misura il rapporto tra la spesa sanitaria e l’aspettativa di vita in base ai dati 2015 di 56 Paesi del mondo. Le banche dati da cui attingere i numeri sono Banca mondiale, Oms, Onu e Fmi. Altro dato da considerare è l’aspettativa di vita media di almeno 70 anni, un Pil pro capite a 5 mila dollari e una popolazione minima di cinque milioni.

Rispetto al 2014, l’Italia perde una posizione. Tra gli altri Paesi europei la Norvegia è undicesima, Irlanda tredicesima, la Grecia quattordicesima. Male la Francia che si attesta al sedicesimo posto mentre il Regno Unito è trentacinquesimo posto pagando, secondo Bloomberg, la Brexit. La Germania ha perso sei posizioni e si ferma al quarantacinquesimo posto. Bene la Thailandia che fa il balzo in avanti maggiore rispetto agli altri Paesi nella classifica (14 posizioni) fermandosi al ventisettesimo posto. Pesa, in questo caso, l’aumento dell’industria del turismo medico, in grande espansione. C’è poi una breve analisi sulla situazione statunitense. Gli Usa sono al cinquantaquattresimo posto e la misurazione, scrive Bloomberg, è stata basata sull’incidenza dell’Obamacare che ha ampliato l’accesso alle cure. Il paragone che viene fatto comprende la Repubblica Ceca. “Rispetto ai Cechi che hanno la stessa aspettativa di vita degli Americani, gli Usa spendono più del doppio in assistenza sanitaria rispetto al Pil. Il 16,8% contro il 7,3%. Infine, conclude Bloomberg, non se la passa bene neanche il Cile che esce dalla top ten e si piazza al trentunesimo posto dietro a Messico e Costa Rica.

Mistero Iva e battaglia sulla finanziaria

tesoro

Sulla fianziaria, a Palazzo Chigi si è tenuto un vertice di governo sulla manovra. Tra i presenti , il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il vicepremier Matteo Salvini, il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Per il M5s ci sono il ministro Riccardo Fraccaro e il viceministro Laura Castelli. Presenti, inoltre, i ministri Enzo Moavero Milanesi, Paolo Savona e il viceministro Massimo Garavaglia. Assente Luigi Di Maio perché ancora impegnato nella missione in Cina.

In una recente intervista a Radio Anch’io, il vicepremier Di Maio ha detto: “Abbiamo corretto la proposta di legge iniziale sul reddito di cittadinanza anni fa: è singolare che torni in auge una proposta di legge che non prevedeva ancora la platea per l’assegnazione del reddito ma è chiaro che è impossibile, con i flussi immigratori irregolari, non restringere la platea e assegnare il reddito di cittadinanza ai cittadini italiani”.

La nuova riunione, convocata al termine di un incontro fra Salvini e i suoi (e dopo quello del centrodestra a Palazzo Grazioli) dovrà cercare di rispondere a una lunga serie di domande: la Lega delinea ogni giorno che passa, sempre di più, il profilo delle misure su cui vuole mettere la propria firma (riforma Fornero, pace contributiva e fiscale, flat tax per aziende e partite Iva), ma allo stesso tempo fissa anche i paletti per quanto riguarda quelle che dovrebbero essere targate M5S. Un esempio su tutti, il reddito di cittadinanza. Salvini su quest’ultimo argomento ha sottolineato: “Dovrà riguardare solo gli italiani”.

A parole si mostrano tutti d’accordo ma in realtà, secondo quanto viene spiegato da fonti parlamentari, i confini della platea sono tutt’altro che scontati e molto probabilmente non sarà possibile escludere almeno i cittadini europei.

Dopo le fibrillazioni dei giorni scorsi il governo torna a lanciare messaggi rassicuranti, sia sulla tenuta dell’esecutivo che su quella dei conti pubblici. Il vicepremier Luigi Di Maio, dai microfoni di Radio 24, ha precisato: “Questo è un governo compatto. I rapporti con Giovanni Tria sono di piena fiducia. Per mantenere le promesse fatte in campagna elettorale i soldi ci sono e se c’è bisogno di un po’ di deficit ricordiamoci sempre che il primo punto è migliorare le vita degli italiani”.

Sulla stessa linea le parole del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che durante il question time al Senato ha spiegato: “L’obiettivo è quello di assicurare una graduale realizzazione degli interventi di politica economica contenuti nel contratto di governo. Sempre compatibilmente con l’esigenza di garantire l’equilibrio dei saldi strutturali di finanza pubblica”.

Toni ben diversi da quelli emersi all’indomani del vertice sulla manovra a Palazzo Chigi di lunedì scorso, gli stessi che ha usato il premier Giuseppe Conte da Salisburgo: “Non impicchiamoci ai decimali, non voglio parlare di decimali. Andremo a tracciare la linea e uscirà un numero. Ma non siamo fuori dal mondo, dovrà dare il segno che teniamo i conti in ordine”.

E per farlo bisognerà tenere conto anche del peggioramento delle stime sul Pil 2018, certificato recentemente dall’Ocse che ha tagliato le sue stime sulla crescita a +1,2%. Rispetto al +1,5% contenuto nel Def, questo significherebbe trovare altri 2 miliardi circa.

L’Ocse ha anche diffuso una serie di raccomandazioni, accolte con fastidio dall’esecutivo. Di Maio ha detto: “Non deve intromettersi”. Compresa la nota sul reddito di cittadinanza che dovrebbe essere una misura mirata sui più bisognosi e non un provvedimento universalistico. Ma su questo tema il M5S non fa passi indietro.

Riccardo Fraccaro, ministro per i Rapporti con il Parlamento, ha affermato: “Siamo il governo del cambiamento, l’obiettivo è fare in modo che nessun cittadino di buona volontà stia sotto la soglia di poverà che è 780 euro. Se non riusciamo a cambiare le cose meglio andare a casa”.

Su un punto tutto l’esecutivo sembra d’accordo: flat tax, reddito di cittadinanza e intervento sulla legge Fornero non saranno finanziati con le clausole di salvaguardia. Secondo Di Maio si tratterebbe di ‘una fake news’. Mentre da Salisburgo il premier Giuseppe Conte ha aggiunto: “Non è di attualità”. Ed il ministro Tria al Senato conferma: “Rispetteremo le risoluzioni sul Def che impegnano il governo a scongiurare l’aumento delle aliquote”.

Giovanni Tria ha rassicurato il Parlamento. Il ministro tiene la barra dritta: conferma sì la linea di apertura alle misure su pensioni e reddito di cittadinanza, ma nel rispetto degli equilibri di bilancio. Il ministro dell’Economia, nel corso della question time al Senato, ha detto: “L’obiettivo è di assicurare la graduale realizzazione delle misure previste dal contratto di governo compatibilmente con l’esigenza di garantire l’equilibrio dei saldi strutturali di finanza pubblica. Per quanto riguarda le misure attraverso le quali si intende procedere alla realizzazione degli obiettivi e al reperimento delle risorse da destinare alla loro attuazione il governo procederà all’individuazione degli ambiti di intervento in sede di predisposizione della Nota di aggiornamento al Def. In quella sede provvederà a fornire il quadro delle diverse misure volte ad assicurare l’attuazione del contratto di governo che troveranno concreta attuazione nella stesura della prossima legge di bilancio. Parlare di pace fiscale non significa varare nuovi condoni ma pensare a un fisco amico del contribuente, che favorisca l’estinzione dei debiti. Sono allo studio iniziative per un efficace aiuto ai cittadini in difficoltà e per incrementare la tax compliance. Allo stato non è possibile fornire stima degli effetti di gettito delle nuove misure in esame nella definizione della prossima manovra”.

Il premier Conte, ha fatto eco a Di Maio e Salvini sul tema dell’aumento Iva  facendo sapere: “Non abbiamo mai contemplato l’ipotesi di aggravare le posizioni dei contribuenti, dei cittadini, quindi rimodulare gli oneri economici in termini così significativi. Non è di attualità. Siamo in costante contatto con Tria, siamo in piena fase di elaborazione della manovra e in questo momento non ha senso tirare fuori un numero e un numero voglio farlo come esito di un processo. Questo numero dovrà dare anche il segno che stiamo tenendo i conti in ordine”.

Luigi Di Maio, anche su Facebook continua a fare ripetute assicurazioni: “Fidatevi, i soldi ci sono. Sono cambiate molte cose da quando eravamo all’opposizione ad oggi che ci troviamo al Governo, ma non è mutato l’obiettivo principale, che è quello di migliorare la vita degli italiani. E fidatevi, per fare tutto questo i soldi ci sono e li useremo al meglio per riacquistare quei diritti che le vecchie riforme hanno annullato. Le cose si possono fare, le cose si possono cambiare. L’unica cosa che sia cambiata rispetto a quando sedeva nei banchi dell’opposizione fossero le responsabilità. Ma, non è cambiata la mia fiducia nel fatto che le cose si possono fare, le cose si possono cambiare perché i soldi ci sono e li daremo agli italiani che è quello a cui hanno diritto e che gli hanno distrutto in questi anni”.

M5S e Lega premono sul ministro dell’Economia Giovanni Tria perché trovi i soldi per le misure promesse, dal reddito di cittadinanza alla flat tax. Il palazzo di via XX Settembre per ora resiste al pressing e resta in trincea ma il tempo stringe. Per quanto riguarda l’Iva, le indiscrezioni apparse nelle ultime ore sulla stampa relative all’ipotesi di aumenti selettivi sono state nettamente smentite dal vicepremier Luigi Di Maio che ai microfoni di Radio 24 ha detto: “Abbiamo promesso che eviteremo l’aumento dell’Iva e lo faremo”.

L’altro nodo da sciogliere è la soglia del deficit e l’ipotesi dello sforamento del 2%. Tria, lungi dal fornire alcuna indicazione sugli obiettivi di deficit del prossimo anno, si è limitato nelle scorse ore a ribadire che l’impegno sulla riduzione del debito non cambia.

Invece, Di Maio ha assicurato che le risorse saranno trovate dai tagli agli sprechi e attingendo un po’ al deficit nel caso questi non bastassero. In ogni caso, il vicepremier ha chiarito che il debito sarà fatto rientrare l’anno dopo o tra 2 anni. La Lega apre intanto all’ipotesi avanzata dal capo politico del Movimento 5 Stelle. Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha detto: “Sforare il deficit come dice Di Maio? Si può arrivare anche allo sforamento del 2% però se si fanno proposte serie e credibili”.

Sulle implicazioni più rilevanti del nuovo condono fiscale del Governo gialloverde, è intervenuto l’ex ministro delle Finanze, Vincenzo Visco che ha detto: “La Lega e i 5S litigano a proposito della ‘pace fiscale’ che peraltro fa parte del ‘contratto’ di Governo. E’ da presumere quindi che troveranno un qualche accordo, ma la tematica è particolarmente delicata e ha a che vedere con l’atteggiamento che il nuovo Governo assumerà a proposito del contrasto all’evasione fiscale. Secondo Lega e 5S la pace fiscale dovrebbe essere una ‘rottamazione’ delle cartelle più incisiva di quelle già introdotte dai Governi Renzi e Gentiloni. Si tratta di condoni applicati agli accertamenti già messi a ruolo, che riguardano cioè contribuenti per i quali lo status di evasore risulta ufficialmente certificato, in alcuni casi anche dopo diversi gradi di giudizio. Non si tratta quindi di contribuenti particolarmente meritevoli di tutela e attenzione. Inoltre, si tratta di crediti la cui riscossione dovrebbe essere pressochè garantita, e quindi non vi sarebbe bisogno di nessun incentivo all’adempimento”.

Visco ha anche osservato: “Esiste tuttavia una differenza tra l’approccio del Governo gialloverde e di quelli di centrosinistra: mentre i secondi si limitavano a ‘condonare’ sanzioni e interessi, i primi hanno in mente di ridurre anche il debito di imposta iniziale fin quasi ad azzerarlo in alcuni casi. E’ evidente che si tratta di una misura appetibile per certe categorie di contribuenti, elettori soprattutto della Lega, così come non va dimenticato che gran parte dei quadri leghisti sono contabili, ragionieri, commercialisti, ecc., inevitabilmente coinvolti nelle vicissitudini tributarie dei loro clienti, tuttavia i vantaggi per lo Stato, anche in termini di gettito, sono molto scarsi e i danni molto seri, come sempre in caso di condoni. I 5S resistono dicendo che non vogliono condoni, ma la ‘pace fiscale’ era un condono fin dall’inizio, quindi qualcosa si farà. Il guaio è che su questa materia è difficile che ci sia un’opposizione particolarmente accesa, dato che il copyright in materia di rottamazione delle cartelle esattoriali spetta al centrosinistra. Ma alcuni esponenti della Lega vanno oltre, prospettando un condono relativo anche alle ‘cassette si sicurezza’, cioè al contante. In questo caso il gettito ci sarebbe, ma si tratterebbe sostanzialmente di un ‘riciclaggio di Stato’, come fu definito quando fu irresponsabilmente proposta dal Governo Renzi, costretto poi a fare marcia indietro a furor di popolo dopo che furono trovati in una intercapedine i contanti di Fabrizio Corona. Le organizzazioni criminali andrebbero a nozze, ma è molto improbabile che questa misura venga adottata. Ma le proposte dirompenti non si limitano a queste: sempre la Lega ha proposto di reintrodurre nel processo di accertamento una procedura di concordato discrezionale, affidato cioè al confronto diretto tra contribuente e amministrazione, liberi di definire l’ammontare del debito di imposta. Oggi esiste il ravvedimento operoso che è regolato da una procedura molto rigorosa che esclude discrezionalità e limita il confronto alla discussione su elementi di prova specifici. L’effetto di una tale misura sarebbe quello di determinare disparità di trattamento tra i contribuenti, possibili abusi da parte dell’amministrazione, pressioni sull’amministrazione (a livello gerarchico, politico, ambientale…), e probabile corruzione. Si tornerebbe indietro di una cinquantina di anni. In sostanza, oggi prevale un approccio per cui pagare le tasse dovrebbe essere un optional , in quanto le tasse sarebbero di fatto un abuso dello Stato nei confronti dei cittadini, un approccio molto diffuso in Italia, fortemente propagandato ai tempi dei Governi Berlusconi, condiviso dalla Lega e non contrastato dai 5S, cui negli ultimi tempi della deriva renziana si è uniformato anche il Pd. Non c’è di che essere allegri”.

Quindi, la finanziaria, tra l’altro, è carente di giustizia fiscale. Inoltre la ‘pace fiscale’ non incrementerebbe il gettito. Il compito più difficile dovrà svolgerlo il ministro Tria che è costretto a risolvere il classico problema di ricerca operativa: “botte piena e moglie ubriaca”. Tra meno di un mese gli italiani sapranno come sarà fatta la ‘la quadratura del cerchio’ nella legge di bilancio. Inoltre, ci sarà il giudizio della Commissione dell’Unione Europea come sempre.

Salvatore Rondello

Periferie, subito una rete di servizi quotidiani

milano periferia

Le periferie rischiano di diventare terreno di scontro di una politica che si allontana sempre di più dalle esigenze quotidiane di chi le abita. Di periferie si parla molto, spesso a sproposito, alimentando speranze che rischiano poi di venire puntualmente frustrate.

Le periferie sono il palcoscenico più frequentato durante le campagne elettorali, salvo poi finire nell’ombra non appena le urne hanno dato il loro responso.
Negli ultimi anni, però, la situazione pareva cambiata, almeno dal punto di vista della risorse mese a disposizione dal passato Governo e dalla possibilità di utilizzare risorse europee, come ha avuto modo di fare il comune di Milano con il progetto relativo al quartiere Lorenteggio. Molte città, forti dello stanziamento di queste risorse, hanno proposto progetti concreti che ora vengono però messi in discussione da un dietrofront del Governo che ha, nei fatti, congelato buona parte dei fondi, rinviandoli ai prossimi anni. Anche l’accordo siglato nei giorni scorsi tra ANCI e Governo non pare aver risolto la questione che deve essere verificata città per città.
E chi abita in periferia sta a guardare con la netta sensazione che le grandi manovre della politica nazionale rimangano molto, troppo lontane dalla vita quotidiana delle persone.
Vanno bene i grandi progetti, necessari per immaginare un futuro diverso, ma per le nostre periferie e per chi ci abita conta molto di più la gestione quotidiana di servizi che molti danno per scontati, ma non sempre lo sono in zone periferiche. La qualità della vita si misura sulla vita quotidiana più che sulle belle promesse a lunga scadenza.

Milano credo possa, anche in questo campo, rappresentare un esempio positivo: oltre ai progetti di ampio respiro, penso al già citato Lorenteggio o al Quartiere Adriano, o ancora alla grande prospettiva del recupero degli ex scali ferroviari, la giunta Sala sta mettendo in atto interventi puntuali sul trasporto pubblico, la cura del decoro urbano, l’aumento dell’attenzione per la raccolta differenziata, l’illuminazione pubblica, il presidio sociale dei quartieri… Un’attenzione alla vita quotidiana che mira a creare relazioni sociali positive e ad affrontare il tema della sicurezza in maniera integrata e attenta alla vita quotidiana delle persone più che alle esigenze della propaganda politica. Mi pare una strada per stare vicino alle periferie e togliere dall’arena dello scontro politico.

Fabio Pizzul
Capo gruppo PD in consiglio regionale

Brexit, Macron fa fare pressioni alla May sull’Ulster

may tridentNon è un buon momento per la Premier Theresa May che si ritrova con un accordo in alto mare per il divorzio europeo. La proposta di Londra, secondo la premier May è l’unica seria e credibile, e prevede allo stato attuale una zona di libero scambio con l’Ue dei beni, ma non delle persone. Bruxelles invece vuole evitare che la contiguità con l’Ulster crei problemi doganali alla repubblica irlandese. La questione è intricata e il divorzio è previsto a fine marzo 2019. Theresa May ha annunciato che sul problema irlandese avanzerà delle nuove proposte, ma che non è possibile una soluzione che crei differenze doganali fra l’Ulster e il resto della Gran Bretagna. Ma nel frattempo si alzano gli scudi europei, “siamo scettici e critici sulle proposte” della Gran Bretagna, ha detto Donald Tusk, serve “chiarezza” e se non arriverà un segnale “concreto” entro il vertice europeo del prossimo ottobre, il summit straordinario del 17 e 18 novembre non verrà neppure convocato
In realtà è stato il presidente francese Emmanuel Macron a convincere i partner europei che era giunto il momento di mettere alle strette Theresa May sulla Brexit, dopo che la premier britannica aveva detto pubblicamente che l’unica opzione possibile è il suo «piano dei Chequers». Con questo piano il Regno Unito vuole restare allineato alle regole del mercato unico nel settore manifatturiero e dei prodotti agricoli (quello dei beni), in modo da evitare il ripristino di controlli alla frontiera in Irlanda del Nord, ma intende uscire dal quadro della regolamentazione europea sul fronte dello scambio di servizi, capitali e persone. Secondo fonti diplomatiche citate da Le Figaro, c’era inizialmente un consenso sulla scelta di non mettere in difficoltà la May in vista del Congresso del suo partito conservatore fra il 30 settembre e il 3 ottobre. Ma Macron si è adoperato per convincere gli altri che era tempo di “fare pressione sul Regno Unito perché facesse delle vere proposte”. “È venuto il momento di essere chiari. Non serve a niente dirci fra noi che le proposte non funzionano e raccontare all’esterno che le cose non vanno così male”, ha detto il presidente francese.
Ma la premier britannica non si lascia certo intimidire. “Siamo nell’impasse” e per Londra “nessun accordo è meglio di un cattivo accordo”, ha detto May in un discorso alla nazione pronunciato da Downing Street all’indomani del vertice Ue di Salisburgo. Il governo britannico ha sempre trattato l’Ue “con nient’altro se non rispetto” e “il Regno Unito si attende lo stesso” da Bruxelles, ha detto ancora la premier lasciando trasparire la sua irritazione per i toni e l’atteggiamento tenuto dei leader dei 27.