Boccia con la camicia verde

La Confindustria italiana è sempre stata col potere. Non mi stupisco delle parole del presidente Boccia che, dopo aver commentato con inusitata dolcezza la manovra economica del governo, ha dichiarato agli industriali vicentini che la Lega di Salvini é il suo punto di riferimento. Il 24 ottobre del 1932 il senatore Giovanni Agnelli, presidente della Fiat, incoronò Benito Mussolini esultando al Lingotto “dove batte il cuore di Torino operaia, alla rinnovata Italia e al suo Duce”. “Viva Benito Mussolini” dichiarò con convinzione.

Poi, una volta cambiato regime, la Fiat e la Confindustria, che per tanti anni sono stati la seconda alle dipendenze della prima, si sono scoperte democristiane. Angelo Costa, il presidente della ricostruzione, era profondamente cattolico e vicino a De Gasperi. E guidò la Confindustria dal 1945 al 1955 e poi dal 1966 al 1970. Unica parziale eccezione quella laica e repubblicana dell’avvocato Gianni. Umberto Agnelli, negli anni settanta, fu anche senatore della Dc. Nei primi anni novanta Luigi Abete, presidente di Confindustria, fiutò l’aria del rinnovamento e si gettò a pieno titolo a sponsorizzare Mario Segni e i suoi referendum.

Crollata la prima repubblica sotto i colpi di Tangentopoli (e mentre molti imprenditori che avevano sfruttato i vecchi partiti se ne dichiaravano vittime sacrificali) ecco emergere una nuova tendenza berlusconiana, anche se forse mai prevalente e poi prodiana. Giorgio Fossa e Antonio D’Amato erano sul filo della simpatia operante per il secondo e il primo. E il renzismo benedetto da Marchionne che a sua volta era stato esaltato dal giovane presidente del Consiglio? Come dimenticarlo? Ma sappiamo della rottura tra Fiat e Confindustria neppure sanata dalla presidenza di Luca Cordero di Montezemolo al vertice degli industriali.

Stupirsi? E di cosa? Boccia oggi sta con chi comanda, come tutti i suoi predecessori. Si é sempre chiarito che la Confindustria non fa politica. La politica la fa chi governa e la Confindustria l’appoggia a prescindere dal colore. Con qualche nota a fondo pagina. Finora, questa semmai é la novità, lo faceva senza esplicite dichiarazioni di sostegno. Boccia é andato oltre e si messo la camicia verde. Proprio come quel suo illustre predecessore (contrariamente ai Pirelli gli Agnelli negli anni venti e trenta non assunsero mai la presidenza di Confindustria) che la camicia nera la vestì con entusiasmo. Almeno un altro punto di riferimento, storico, Boccia deve averlo rinvenuto.

Jeremy Corbyn un alieno anzi un fratello

Per le classi dirigenti, italiane ed europee e per i loro opinionisti di fiducia, Corbyn è un alieno. Prima innocuo anzi autolesionista; poi pericoloso e da combattere con tutti i mezzi. Appena eletto, si era nell’autunno 2015, uno scherzo di natura, pardon della politica. Dopo il referendum sulla Brexit, dove il suo appoggio al “remain” era stato altrettanto tiepido di quello di Cameron ma più seriamente motivato (“l’Europa è quella che è; ma le sue regole sono pur sempre un freno agli spiriti animali dei conservatori inglesi”), sfiduciato a stragrande maggioranza, come responsabile della vittoria del “leave”, dal gruppo parlamentare laburista  (l’ultima sfiducia risaliva al 1931…), salvo ad essere rieletto a stragrande maggioranza dagli iscritti.

Prima delle elezioni del 2016, oggetto di compiaciute derisioni come responsabile della immancabile sconfitta anzi della futura immancabile scomparsa del partito dalla scena politica inglese. E poi, dopo aver portato il voto laburista a livelli mai raggiunti dal 1951 in poi, accusato di non avere vinto abbastanza (“se solo avesse dato ascolto a Blair…”). Per poi essere oggetto di attacchi sempre più isterici: estremista, traditore del suo paese, oppressore delle minoranze interne e, per chiudere, sostenitore dei terroristi, agente di Putin e, per liquidarlo definitivamente, antisemita. Una serie di mazzate (cui contribuiscono attivamente gli eredi di Blair: all’insegna del “meglio perdere che vincere con Corbyn”)  volte alla distruzione politica e morale di un  alieno pericoloso ma che non sembrano turbare né lui, né il partito che, al congresso di Liverpool gli ha riservato un’accoglienza entusiastica né soprattutto,  la sua gente.

E questo vale anche per i socialisti. Quelli senza aggiunte, correttivi o aspirazioni alla “modernità”. Quelli di sempre. Corbyn è questo e così si definisce: “un socialdemocratico”; un compagno. Non un “papa esterno”, arrivato per a spiegarci il perché e il percome così da risolvere i nostri problemi con qualche formuletta accattivante. Piuttosto uno che vive con noi e con i nostri problemi, affrontandoli secondo un “comune sentire”. Insomma, un fratello. Uno di noi

Lo è nel suo aspetto fisico. Uno sfigato; non un frustrato, uno sconfitto e tanto meno un solitario.  Uno dei tanti eroi collettivi che compaiono nei film di Ken Loach. Lo è nel suo approccio alla politica e, in un certo senso, anche agli affetti. Parte di una sinistra stradarola a partire dalla sua rappresentanza quarantennale di un quartiere popolare di Londra e dalla pratica di un attivismo Tre compagne di vita: un’attivista londinese e poi due profughe politiche latinoamericane. E poi lo è il suo socialismo, vissuto in un’empatia profonda e di natura prepolitica, insieme  con le persone e con le cause che queste rappresentano: minatori, insegnanti, inquilini di case popolari, vittime di episodi di razzismo comunque declinato; pacifisti contro il nucleare, le guerre per la democrazia, fatte o minacciate; e, infine, popoli oppressi, che fossero latinoamericani,  cattolici irlandesi o palestinesi ( quanto basta, da quest’ultimo punto di vista, per essere catalogato automaticamente come antisemita…).

Tutto molto bello, ma anche tutto irrimediabilmente datato, si potrebbe dire. Insomma, un oggetto prezioso; ma anche un’anticaglia, come dire, fuori tempo.

Ma, forse, lo spirito del tempo sta mutando. Al punto di riportare al centro della scena, in nome del senso comune, il socialismo, i suoi principi fondamentali e le persone che a quei principi si sono mantenute costantemente fedeli. Ed è quello che sta accadendo in Gran Bretagna. E potrebbe accadere altrove.

E, allora, forse, gli alieni sono gli altri.

Alberto Benzoni

Avviso Ue alla Manovra, ma Salvini “tiriamo dritto”

pierremoscovici-465x390Ieri notte il Consiglio dei ministri ha approvato la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, su proposta del presidente Giuseppe Conte.
Dal reddito e pensione di cittadinanza, alla prima fase della flat tax e al superamento della legge Fornero, sono alcuni dei principali punti del provvedimento.
Verrebbero stanziati 10 miliardi di euro per il reddito di cittadinanza. Il provvedimento riguarderà  sei milioni e mezzo di persone. Contestualmente all’introduzione del reddito di cittadinanza è prevista anche la riforma e il potenziamento dei Centri per l’impiego. Il rischio è che chi prenderà il reddito di cittadinanza, poi vada anche a fare lavori in nero.
Via libera anche alla pensione di cittadinanza. La misura prevede l’innalzamento della minima a 780 euro.
Nella manovra c’è poi il superamento della legge Fornero con l’introduzione della quota 100 per andare in pensione. Il provvedimento dovrebbe riguardare almeno 400.000 persone. La misura mirerebbe a introdurre una modalità di pensionamento anticipato per favorire l’assunzione di lavoratori giovani. Ci saranno più pensionati ma con una prestazione pensionistica più bassa. Mentre, non si prevedono nuove assunzioni di giovani poiché molti dei lavoratori che andranno in pensione sono in esodo (e quindi già fuori dal mercato del lavoro). Per i lavoratori esodati, i datori di lavoro si sono impegnati a versare i contributi pensionistici all’Inps fino al raggiungimento del pensionamento (quindi se il pensionamento arriva prima, il datore di lavoro non verserà più i contributi, ma la prestazione pensionistica per il lavoratore sarà più bassa).
Viene avviata la prima fase dell’introduzione della flat tax tramite l’innalzamento delle soglie minime per il regime semplificato di imposizione su piccole imprese, professionisti e artigiani. Il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha annunciato: “Tasse abbassate al 15% per più di un milione di lavoratori italiani”.
Tra le priorità figura anche la ‘pace fiscale’. Secondo quanto riportato in una bozza del Def il provvedimento dovrebbe riguardare i contribuenti con cartelle esattoriali e liti fiscali anche pendenti fino al secondo grado e di importo fino a 100mila euro. Ma non si comprende se è un premio agli evasori o una penalizzazione per chi si è visto arrivare tasse non dovute messe a ruolo per la riscossione.
Sono stati previsti risarcimenti in arrivo per i risparmiatori danneggiati dalle crisi bancarie. Il vicepremier Luigi Di Maio ha annunciato che per ‘i truffati delle banche’ è stato istituito un fondo ad hoc di 1,5 miliardi. Quindi, i truffati verrebbero risarciti con i soldi di onesti contribuenti, mentre i ‘poveri truffatori’ si terranno i soldi dei truffati.
Tra le altre misure ci sono la cancellazione degli aumenti dell’Iva previsti per il 2019 e il taglio dell’imposta sugli utili d’impresa (Ires) per le aziende che reinvestono i profitti e assumono lavoratori aggiuntivi. La nota di aggiornamento al Def prevede poi un programma di manutenzione straordinaria della rete viaria e di collegamenti a seguito del crollo del ponte Morandi a Genova, per il quale, in considerazione delle caratteristiche di eccezionalità e urgenza degli interventi programmati, si intende chiedere alla Commissione europea il riconoscimento della flessibilità di bilancio. Importo finora stimato non superiore al miliardo di euro.
Dalla Commissione europea, sui propositi di aumento del deficit, al 2,4 per cento del Pil, decisi ieri dalla maggioranza di governo in Italia, sono arrivati i primi segnali negativi.
Pierre Moscovici, il commissario europeo agli Affari economici, intervistato da due radio francesi ed alla Tv francese Bfm, ha affermato: “Si tratta di un Bilancio che sembra spingersi oltre i limiti delle nostre regole comuni. Fare politiche di bilancio espansive, quando si ha un debito molto elevato come quello italiano, è pericoloso, e finirà per ritorcersi contro il governo che ha fatto questa scelta politica. E, alla fine, il conto lo pagherà il popolo”. Così, Moscovici ha avvertito l’Italia all’indomani dell’approvazione della nota di aggiornamento al Def da parte del Cdm che ha esteso al 2,4% il rapporto deficit/Pil.
Pierre Moscovici ha anche aggiunto: “Se gli italiani continueranno a indebitarsi che cosa succede? Succede che i tassi di interesse aumentano, il servizio del debito, cioè i rimborsi, diventa più oneroso, e tutti gli euro destinati al servizio del debito, gli italiani non si ingannino, è un euro in meno per le autostrade, un euro in meno per le scuole, un euro in meno per la giustizia sociale. Quando si è indebitati si è inchiodati e non si può agire, non ci sono più margini per i servizi pubblici. È per questo che non è un burocrate di Bruxelles che parla: sono convinto che non sia nell’interesse degli italiani. Non ho niente contro gli italiani ma si possono benissimo fare delle misure sociali, riducendo il deficit. Come? Facendo delle scelte, tagliando spese che non sono efficaci, e ce ne sono. E aumentando le spese che preparano l’avvenire, che sono per la giustizia sociale. Non mi pronuncio sul contenuto del bilancio italiano, ma ci sono delle regole”.
Secondo Moscovici: “La manovra di bilancio dell’Italia, per come si profila dal documento finanziario, ora pare essere ‘fuori dalle strisce’ delle nostre regole comuni. E’ un bilancio in cui l’Italia, che ha un debito al 132%, sceglie l’espansione e il rilancio. L’Italia è la culla della democrazia, ma c’è una frase latina che dice ‘pacta sunt servanda’. Le regole vanno rispettate e non sono regole stupide: hanno un obiettivo comune a tutta la zona euro. Se il debito pubblico aumenta, allora creiamo una situazione instabile nel momento in cui la congiuntura cambia. Non abbiamo interesse ad una crisi tra la Commissione e l’Italia,  nessuno ha interesse a una cosa del genere, perché l’Italia è un Paese importante della zona euro. Ma non abbiamo nemmeno interesse a che l’Italia non rispetti le regole e che non riduca il suo debito pubblico, che resta esplosivo. Ci sono delle regole. Le regole devono fare in modo che il debito pubblico non aumenti. Dunque, ora ci sono delle procedure. Il 15 ottobre il bilancio italiano arriverà nel mio ufficio e i miei servizi lo valuteranno. E poi, dopo il 15 ottobre, risponderemo. Ci sono diverse possibilità:  la prima è dire ok, va bene; la seconda è chiedere delle correzioni e la terza è che proprio non va, e il bilancio viene respinto. E’ una possibilità prevista dai testi, che non si è mai verificata”. Parlando quindi delle sanzioni da irrogare all’Italia in caso di bocciatura della Manovra, Moscovici ha sottolineato: “Sono possibili, sono previste nei trattati, ma è una cosa che prende molto tempo, non sono nello spirito delle sanzioni, non lo sono mai stato. Non sono un burocrate”.
Le parole del commissario Moscovici sono state commentate immediatamente dal vicepremier Di Maio: “Considero l’intervento di Moscovici interlocutorio. Le preoccupazioni sono legittime ma il Governo si è impegnato a mantenere il 2,4% per tre anni e vi posso assicurare che ripagheremo il debito, e il debito scenderà”.
A margine del Comitato per la sicurezza in prefettura a Milano, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha assicurato: “Se l’Ue dovesse bocciare la manovra ‘noi tiriamo avanti’ (Mussolini diceva: ‘noi tireremo dritto’). Pensiamo di lavorare bene per la crescita del paese e per ridare fiducia, speranza, energia e lavoro. E quindi, sono felice di quello che abbiamo fatto in questi quattro mesi e di quello che faremo nei prossimi quattro anni. Dobbiamo abbattere i muri della precarietà, della sfiducia e della disoccupazione in Italia. Questa manovra, riducendo le tasse ai piccoli e aumentando le pensioni di invalidità, è un passo in avanti verso la civiltà: sono convinto che analisti e mercati capiranno che stiamo lavorando per il bene del Paese. Non sono assolutamente preoccupato. Tria non è mai stato in bilico, è un membro del governo, di un governo che in maniera compatta, piano piano, con intelligenza e responsabilità, sta mantenendo uno per uno tutti gli impegni presi”.
Ma le affermazioni trionfalistiche di Salvini e Di Maio non sono molto condivise dal mercato finanziario. All’indomani dell’approvazione della nota di aggiornamento al Def da parte del Cdm, che ha esteso al 2,4% il rapporto deficit/Pil, lo spread, dopo un avvio stabile a 237 punti base, raggiunge i 272 punti base con il rendimento al 3,196%. La reazione sui titoli di Stato dell’Italia è altrettanto netta. Su queste emissioni i rendimenti si muovono in direzione specularmente opposta al prezzo e, per questo, sono come una cartina tornasole delle tensioni nei mercati. Sulle principali scadenze di Btp si registrano aumenti dei rendimenti tra i 25 e i 36 punti base. Secondo la piattaforma Mts i rendimenti dei Btp decennali hanno raggiunto il 3,16 per cento, 25 punti base in più rispetto alla chiusura di ieri con lo spread in allargamento a 267 punti base. Il rialzo più forte, 36 punti base si è registrato sui Btp a 5 anni, con tassi al 2,30 per cento e un differenziale che schizza a 235 punti base. Sui Btp a 2 anni i rendimenti aumentano di 29 punti base, all’1,11 per cento e il divario si allarga a 159 punti base.
Piazza Affari, in mattinata, è scivolata sotto la soglia dei due punti percentuali: l’indice Ftse Mib è sceso sotto quota 3% a 20.849 punti.
Le raffiche di sospensioni in Borsa hanno colpito i titoli bancari. A finire in asta di volatilità sono stati: Banco Bpm, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mediobanca. Sospesi anche Unipol e Banca Generali. Riammessa invece Ubi, che al momento lascia sul terreno il 7,97%.
Le Borse europee avevano aperto in calo la seduta odierna di contrattazioni, sulla scia della situazione italiana. Le principali piazze del Vecchio continente registravano perdite che raggiungevano il mezzo punto percentuale: Parigi -0,51%, Francoforte -0,53%, Londra -0,18% e Bruxelles -0,34%.
Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, da Torino per le celebrazioni dei 120 anni dell’Istituto, ha commentato:  “Come giudicare un governo che si pone l’obiettivo esplicito di aumentare di mezzo milione i pensionati? È un esecutivo non previdente. Si dice che questo servirà a liberare posti di lavoro per i giovani, ma non c’è nessuna garanzia che questo avvenga. Le imprese di fronte all’incertezza tenderanno a ridurre gli organici e tenderanno a gestire così gli esuberi. Nella storia del nostro paese non c’è mai stata la sostituzione dei pensionati con i giovani”.

L’ex ministro Elsa Fornero, all’indomani dell’aggiornamento del Def, ha detto: “È triste vedere tutta questa esultanza nel momento in cui si caricano i giovani di nuovi debiti. Vedere l’esultanza candida e disarmante di chi carica il debito sulle spalle degli altri lo trovo un po’ penoso”.
Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, a margine del World Manufacturing Forum, commentando la nota di aggiornamento del Def per la legge di Bilancio, ha detto: “Non è tanto importante lo sforamento di un punto ma i risultati che ne deriveranno grazie all’uso di risorse in termini intelligenti per il Paese. Adesso vediamo nel merito, il punto è: se questa manovra genererà dei risultati di minor debito pubblico e di più occupazione determina uno ‘story telling’ diverso nel quale si può fare più debito pubblico purchè questo abbia un’attenzione a crescita economica, occupazione e meno debito”.
Finora c’è stato il silenzio del presidente Sergio Mattarella e del ministro del Tesoro Giovanni Tria.
L’altra faccia della vittoria della linea del M5S e della Lega, dei festeggiamenti in piazza dei ministri e dei parlamentari penta stellati, è fatta di bisbigli, preoccupazioni, e della grande attesa per la risposta, di Borse, Europa e spread. Con un punto fermo, che emerge in serata: il ministro del Tesoro Giovanni Tria resta al suo posto, ben sapendo che, nella sua scelta, può contare sulla piena sponda del capo dello Stato. Fonti del Quirinale smentiscono con decisione che tra Mattarella e Tria ci siano stati contatti anche se è risaputo che il Quirinale è sempre stato contrario alle dimissioni del titolare del Mef. Poco dopo l’intesa raggiunta sul 2,4% del deficit/Pil, c’è stata una telefonata tra Mattarella e il premier Giuseppe Conte, fatta negli stessi momenti in cui Luigi Di Maio e i ministri M5S si affacciano dal balcone di Palazzo Chigi per celebrare il loro ‘trionfo’, acclamati dai parlamentari penta stellati che si sono spostati con tanto di bandiera a 5 Stelle, davanti Palazzo Chigi. Di Maio, brandendo il pugno dal balcone della sede del governo, ha urlato: “Ce l’abbiamo fatta”. Poi i ministri del Movimento sono scesi in piazza, assicurando che Tria non è in discussione. Hanno definito il ruolo di Conte ‘importantissimo’. Di fronte al timore della reazione dei mercati, Di Maio ha sottolineato: “Spiegheremo che ci sono così tanti investimenti in più che faranno crescere l’economia: saremo credibili”.
Secondo fonti del governo: “Proprio la previsione del più consistente piano di investimenti pubblici che sia mai stato realizzato in Italia, come ha spiegato Conte dopo il Cdm, sarebbe stato un tassello importante nel convincere Tria. Tanto che, in Cdm, l’ok alla previsione del 2,4% del deficit/Pil per tre anni è arrivato all’unanimità”. Quest’ultimo dato piace molto alla Lega. Anche se Matteo Salvini sceglie di non metterci la faccia e lascia la piazza al M5S, forse temendo la reazione dell’elettorato del Nord, forse decidendo di assumere un atteggiamento più attendista in vista della reazione dei mercati. E, a quanto raccontano fonti di governo, ancor più prudente sarebbe stata la linea di Giancarlo Giorgetti nel corso del vertice della manovra, con il sottosegretario che avrebbe caldeggiato, invano, di non superare il tetto del 2,1%. Ma così non è stato e ora, il primo e il 2 ottobre, toccherà a Tria spiegarlo prima all’Eurogruppo e poi all’Ecofin.
Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha così commentato la manovra e l’aggiornamento al Def: “E’ una manovra contro il popolo. Una finanziaria che impoverisce il Nord senza aiutare il Sud, con molto assistenzialismo e pochi investimenti per la crescita. Danneggia il risparmio, fa aumentare il costo del mutui e dei prestiti a famiglie e imprese”.
Il segretario del PD, Maurizio Martina, dopo l’accordo sul Def non nascondendo la preoccupazione del suo partito per lo sforamento del deficit al 2,4%, ha dichiarato a Radio Capital: “Di fronte all’irresponsabilità di questo Governo non possiamo non alzare la voce. Vorrei un governo che si rendesse conto delle scelte che compie. Non possiamo non scendere in piazza davanti a chi sta mettendo il Paese a rischio, La mobilitazione nazionale è  prevista per domenica a Roma dove arriveranno da tutta Italia 200 pullman, 6 treni e tante persone che vogliono costruire assieme a noi l’alternativa. La manovra ha messo 100 miliardi di deficit sulle spalle dei giovani. Sono ladri di futuro. È Una manovra pericolosa e ingiusta. In questi anni abbiamo fatto un lavoro di ricostruzione dell’Italia dopo la più grande crisi dal dopoguerra, per mettere in sicurezza i conti del paese. Per tutelare contribuenti, famiglie e imprese italiane. Il voto del 4 marzo non consente a chi governa oggi di poter fare tutto”.
Anche l’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, intervenuto a Uno Mattina, ha dichiarato: “Questa è una manovra irresponsabile. Avere il 2,4% di rapporto deficit/Pil significa produrre un’inversione a U nella finanza pubblica. Il debito comincerà ad aumentare e ci sarà una perdita di ricchezza dovuta a scelte sbagliate. Sono molto preoccupato”.
Il professor Marcello Messori, docente di Economia alla Luiss e direttore della ‘Luiss School of European Political Economy’, ha spiegato cosa potrebbe accadere con il 2,4% del rapporto deficit/Pil. In una analisi pubblicata nei mesi scorsi il professor Messori ha scritto: “Sarebbe un fattore di profonda instabilità per la nostra economia. Il 2,4-2,5% è il valore che avevo calcolato se fossero stati attuati tutti i punti del programma, seppure in modo graduale e moderato, senza alcun intervento di riduzione di altre spese. Quindi senza far scattare le clausole di salvaguardia aumentando l’Iva, e quindi la pressione fiscale, e senza alcuna attenuazione del trasferimento degli 80 euro dei governi precedenti. Si tratta di una percentuale che, prima ancora di contrastare con le regole europee, contrasta con gli obiettivi che almeno una delle componenti della coalizione ha sempre affermato: cioè, che la legge di bilancio avrebbe dovuto garantire uno sviluppo sostenibile ed equilibrato del nostro Paese, in grado di rilanciare gli investimenti e di attenuare le disuguaglianze in termini di distribuzione del reddito e della ricchezza, per ridurre le aree di povertà. Il 2,4%, renderebbe difficilmente sostenibile in un’ottica di medio periodo il debito pubblico italiano. E questo determinerebbe un aumento degli spread e quindi dei tassi di interesse; fatto che indebolisce il settore bancario che detiene molti titoli del debito pubblico nei propri bilanci perché, con tassi di interesse più alti, diminuisce il prezzo dei titoli stessi e le banche potrebbero avere problemi nel rispettare le regole patrimoniali internazionali, trovandosi davanti all’alternativa: o ricapitalizziamo o riduciamo il credito. Ma, visto che ricapitalizzare in questo momento è difficile, ci sarà una riduzione dei finanziamenti all’economia reale. Quindi il denaro costerà più caro e ci sarà meno liquidità e questo creerà molta incertezza che si propagherà al settore reale e si ridurranno gli investimenti. Proprio l’opposto di quanto si persegue a parole. L’idea che aumentando la spesa pubblica si aumenti automaticamente il tasso di crescita dell’economia è vero se, e soltanto se, l’aumento della spesa pubblica è efficiente e non ha conseguenze sul resto dell’economia”.
Secondo il professore Marcello Messori: “Invece, queste conseguenze ci sarebbero e sarebbero negative. Il ragionamento per il quale sia sufficiente aumentare la spesa pubblica per far crescere l’economia, purtroppo, non è così. Dipende molto dalla qualità della spesa. Inoltre, anche se riuscissimo ad effettuare un’allocazione efficiente della spesa pubblica, innanzitutto ci sarebbe uno sfasamento temporale perché, prima che produca effetti, ce ne sarebbe uno immediato di instabilità. C’è quindi un rischio serio che gli effetti negativi creino tali e tanti problemi da impedire la possibilità di aspettarsi effetti positivi nel medio periodo. E’ tutto molto più complicato di quanto non faccia presumere l’automatismo ‘più spesa più crescita’. Ma non è che dobbiamo non eccedere la soglia del 2% perché ce lo chiede l’Europa, non la dobbiamo infrangere perché non è compatibile con la stabilità della nostra economia. E rendere più instabile un’economia significa punire le fasce più deboli della popolazione”.
Anche Omero, nell’Odissea, con Ulisse che volendo sfidare le leggi della natura si infranse e naufragò nel tentativo di superare le ‘colonne d’Ercole’, avvisò l’umanità sui pericoli che si corrono quando si sfidano le leggi della natura. Adesso, il governo Conte, con Di Maio e Salvini motivati da scopi elettorali, con il decreto approvato ieri sera dal Consiglio dei ministri, ha sfidato le leggi economiche e rischia di far infrangere il Paese: a naufragare per primi saranno le fasce più deboli della popolazione che non possiedono neanche un salvagente.

In Vino Fabula, sinergia di narrazioni per il Cesanese

VINO_CESANESE-852x479-e1527319406144La prima edizione di “In Vino Fabula. Residenza delle narrazioni”, progetto ideato e curato da Luca Calselli, con Rino Bianchi direttore artistico, si chiuderà domenica prossima, 30 settembre, in piazza Francesco Pais a La Forma-Serrone, in provincia di Frosinone.

“In Vino Fabula”, coordinato da Serrone in Excelso, rete di imprese locali, ha un’idea base che si è rivelata vincente: condividere la bellezza, le conoscenze e il gusto del territorio, coinvolgendo cultura e impresa.

Grazie a questo progetto alcuni tra i più interessanti narratori italiani come Francesca Bellino, scrittrice e giornalista; Angelo Ferracuti, scrittore e narratore; Emanuele Lelli, grecista, antropologo e saggista; Eleonora Mazzoni, attrice e scrittrice; Marco Petrella, autore di graphic novel, hanno incontrato e raccontato attraverso le parole e le immagini il vino Cesanese, prima e unica DOCG (denominazione di origine controllata e garantita) a bacca rossa del Lazio.

Il programma prevede l’ospitalità per ogni Autore coinvolto, che scriverà a suo modo del territorio, del paesaggio, del vino, del lavoro. Appuntamento quindi domenica prossima, a partire dalle 15.30, con la lettura pubblica dei racconti nati appunto durante il periodo di permanenza degli autori ospiti nel borgo ciociaro.

Saranno Shanna Rossi e un gruppo di giovani attori a leggere le opere inedite degli autori ospiti di questa prima edizione di “In Vino Fabula”.

Gli organizzatori hanno puntato su un progetto nuovo, capace di coniugare la scrittura con le altre discipline narrative e di ribadire il concetto che senza cultura un territorio è più debole. La cultura, quindi, intesa anche come il volano per una nuova e dinamica coesione sociale.

La grande partecipazione ha reso questo progetto unico nel panorama enologico e culturale italiano, facendo di “In Vino Fabula. Residenza delle Narrazioni”, una Residenza anomala contraddistinta dal forte legame con la città, dove protagonisti, accanto ai narratori, sono i cittadini, i vignaiuoli, i lavoratori, le scuole, i giovani.

Il “Caso Moro”, il Psi e le ipotesi complottiste

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A 40 anni di distanza dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro, abbiamo fatto qualche domanda al giornalista e blogger Nicola Lofoco. Da tempo impegnato negli studi di quello che più volte è stato definito “ Il caso Moro”, è stato autore di alcune pubblicazioni sul tema. Da anni ha espresso posizioni critiche contro l’ipotesi che i tragici fatto del 1978 siano stati il frutto di una cospirazione, ordita da centri di potere occulto. Iniziamo a chiedergli proprio questo:

Lei è uno degli studiosi del caso Moro che non ha sostenuto la tesi del complotto internazionale orchestrato dagli Stati Uniti. Da dove nasce questa sua convinzione?

Guardi, personalmente sono sempre stato dell’ opinione che i fatti vanno analizzati e compresi per quello che sono e che la loro comprensione deve basarsi sempre, solo ed esclusivamente, su delle prove certe. Bene, se seguiamo con precisione questa linea direttrice, possiamo affermare che, sino ad ora, il dramma dell’ omicidio di Aldo Moro, dei carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e degli agenti di polizia Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi è imputabile alle sole Brigate rosse. Molto spesso si tralascia il quadro storico-politico in cui matura tutta questa drammatica vicenda. Siamo, infatti, a pochi mesi di distanza dal funesto “ 77”, anno in cui entra profondamente in crisi il nostro sistema industriale e, contemporaneamente, in cui iniziano ad impennarsi, in maniera abbastanza preoccupante, i numeri inerenti alla disoccupazione giovanile. In questo dedalo di instabilità economica, cresce anche a dismisura la protesta studentesca nelle Università. Le rivendicazioni provenienti dal mondo giovanile, studentesco e non, hanno progressivamente portato molti giovani ad uno scollamento sempre più forte dai partiti tradizionali, incapaci di cogliere il loro malessere e le loro istanze. Se per un giovane, allora, era preferibile fare politica con una “ P38” in mano, anziché frequentare le sezioni di partito, ci sarà stato pure un motivo ben preciso. Questo non giustifica, in alcun modo, tutto quello che ha prodotto il terrorismo, di destra o di sinistra che sia stato. Ma comprendere le ragioni di un fenomeno credo sia opera imprescindibile per qualsiasi buon ricercatore. Non mi stancherò mai, sino alla noia, di ricordare che, in quel periodo, non vi furono le sole Brigate rosse. Il Viminale aveva schedato oltre 500 sigle di fazioni comuniste combattenti, che molto spesso agivano con logiche diverse. Cosi come operavano numerosi gruppi di stampo neo-fascista. Come si vede la genesi storica è abbastanza complessa. Ed imputare il tutto a presunte manovre dei decantati servizi segreti non credo sia corretto.

Quindi i servizi non hanno avuto nessun ruolo secondo lei?

Proprio sul finire del 1977 erano stati sciolti sia il servizio segreto militare , il SID, quanto il servizio segreto degli affari interni (Affari Riservati). Era stata una scelta necessaria, dato che molti dei loro esponenti erano stati coinvolti in alcune gravissime inchieste giudiziarie, come quelle sulla strage di Piazza Fontana o sul Golpe Borghese. Agli inizi del 1978, quindi, i neonati Sismi e Sisde erano ancora in fase di organizzazione in tutte le loro articolazioni, anche sotto l’aspetto prettamente logistico. Contrastare l’efficiente organizzazione delle Br era praticamente impossibile , soprattutto se teniamo conto che vi fu uno scarso coordinamento durante le indagini tra le varie forze dell’ ordine.

Quindi tutto chiaro e trasparente? Ne è sicuro?

Sino ad oggi molti fatti definiti più volte “ misteriosi “ del caso Moro, non sono risultati tali. Prenda ad esempio il caso più clamoroso, quello di un testimone dell’ agguato di via Fani, che asseriva di essere stato bersagliato, con colpi di arma da fuoco verso la sua moto, circostanza poi risultata falsa grazie ad alcune foto recuperate in rete. Ma si potrebbe fare un elenco vastissimo degli inesistenti “enigmi” che hanno caratterizzato tutta questa dolorosa storia. Come non è mai risultata vera, in nessuna aula di tribunale, la cosiddetta teoria dell’ “ etero-direzione “ delle Brigate Rosse. La verità è che i brigatisti sono stati favoriti nelle loro azioni da una vastissima area della società civile, che ne ha avallato gli intendimenti . Ma, anche qui, è imprescindibile compiere una considerazione puramente storica: bisogna prendere atto che, sino a quel momento, vi era una consistente porzione della nostra società che sognava la rivoluzione socialista. Una svolta rivoluzionaria che il Pci non aveva mai perseguito, sin dalla “ Svolta di Salerno” del 1944 intrapresa da Palmiro Togliatti. Per tutti quelli che non credevano più nell’ opera del Pci, le Br erano diventate un preciso punto di riferimento politico ed anche culturale.

Il Partito socialista era favorevole ad una trattativa per liberare Moro. Era giusto secondo lei?

Tutti sanno benissimo che la cosiddetta “ linea della fermezza” , cioè il rifiuto totale di qualsiasi tipo di trattativa con le Brigate Rosse, fu la linea tenuta, in modo ferreo e convinto, prima di tutto dal Pci. In un momento in cui si andava delineando la concreta fase politica del “compromesso storico “ tra democristiani e comunisti, la Dc non poteva in alcun modo mantenere un comportamento che non fosse convergente proprio con il Pci. All’interno della Dc vi erano personaggi di rilievo contrari alla trattativa, ma non tutto il partito era unito su questa posizione (a differenza del Pci). E va anche ricordato il non piccolo particolare che l’allora ministro dell’ Interno, Francesco Cossiga, aveva concordato ogni mossa insieme al ministro “ombra“ del Pci Ugo Pecchioli. I socialisti, invece, si mantennero su un’altra posizione. Il loro segretario politico, Bettino Craxi, aveva proposto un atto di clemenza da parte del Presidente della Repubblica verso un solo brigatista detenuto nelle carceri, e a riguardo vennero fatti anche diversi nomi. Personalmente credo che l’ iniziativa del Psi si potesse perseguire, in quanto avrebbe salvato una vita umana , restituendo Aldo Moro ai propri cari. E se cosi fosse stato, non credo che il corso della storia sarebbe stato poi tanto diverso da quello che abbiamo avuto.

Fabrizio Federici

Governo deficitario

C’era nel mio paese d’origine un Consigliere Comunale che per tutto il suo mandato invocò lavori di riattamento delle strade di campagna. Ne tirava fuori la necessità di qualunque cosa si discutesse. Era detto “Cretò”. In una seduta in cui il Sindaco illustrò la situazione del bilancio, sentì questi dire, allarmato: “E poi ci sono cinquanta milioni di deficit”. Cretò, prontamente gli gridò: “Ecco! Ecco! Dite che pe fa’ le strade de campagna non ce so le quatrine!. Co’ sti sordi de sto deficitte de strada ce ne famo un ber po’”.

Salvini-Di Maio sono allievi del Consigliere Cretò. Solo che sono riusciti ad estorcere l’aumento del deficit al povero Tria. Ma il reddito di cittadinanza “aspetta cavallo mio che l’erba cresce…”.

Governo deficitario e sgangherato, ritrova l’unità per aumentare il deficit! Un bel successo! Cretò sarebbe orgoglioso di questi suoi allievi…!!!

Mauro Mellini

BASSO IMPERO

balcone

Il governo festeggia sul balcone di Palazzo Chigi il raggiungimento di un accordo interno alla maggioranza sul Def. Una scena comica e inquietante allo stesso tempo. Comica perché è il dovere di ogni governo presentare una manovra, inquietante perché il Def poggia su basi che possono mandare all’aria i conti del Paese. L’effetto del Def infatti non si è fatto attendere. I primi a reagire, come sempre, sono i mercati, sempre molto sensibili e veloci a cogliere le conseguenze delle azioni della politica. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi infatti ha fatto un balzo in avanti arrivando a toccare quota 280 punti base all’indomani del Consiglio dei ministri che ha visto affermarsi la linea di Lega e M5s. Una linea che i due vicepremier hanno imposto al ministro dell’Economia Tria con un rialzo del rapporto tra pil e debito fino al 2,4% nel prossimo triennio. Secondo chi ci governa è una buona notizia perché si liberano risorse, secondo i mercati non lo è perché si aumentata il debito. E i debiti vanno onorati. È evidente che l’effetto è quello inverso: chi ha più debiti ha meno risorse. Chi ha più debiti ha meno possibilità di ottenere flessibilità.

Secondo la piattaforma Bloomberg, il differenziale sulla scadenza a dieci anni all’ora di pranzo è a 276 punti, una quarantina in più della vigilia, per un rendimento del Btp decennale salito al 3,2%. Sul titolo a due anni – solitamente più osservato dai mercati perché termometro della fiducia degli investitori sulla tenuta del Paese in un orizzonte più a breve – il differenziale si è allargato fino sopra 165 punti base, anche in questo caso crescendo di circa 40 punti.

Piazza Affari il giorno dopo l’accordo ha aperto in netto ribasso. Un rosso profondo, che ha portato l’indice a sfiorare il 5%. I titoli più colpiti quelli del comparto bancario con i colossi come Intesa e Unicredit che arrivano a cedere il 7 per cento e una raffica di sospensioni che si abbatte sulle azioni settore. Gli altri listini europei sono deboli, ma con variazioni molto meno marcate: Londra tratta in rosso dello 0,44%, Francoforte arretra dell’1,2% mentre Parigi cede lo 0,7%. Risente della tensione anche l’euro: la valuta unica scivola sotto quota 1,16 contro il dollaro. Insomma, mentre gli esponenti di punta del governo festeggiavano affacciandosi al balcone di Palazzo Chigi acclamati dalla folla pentastellata in delirio, l’effetto del Def è stato immediato, ma devastante per la credibilità del nostro Paese.

“Prima di improvvisarci Ragionieri del Bilancio – commenta su Facebook Bobo Craxi – è però opportuno ravvisare in questa sceneggiata dal balcone di Palazzo Chigi un principio di comicità involontaria. Credo non ci sia alcun Governo in Occidente che festeggi una legge finanziaria come la vittoria di un Campionato di Calcio. Specie quando il campionato non si è né vinto né giocato. Possiamo solo anticipare che l’avventurismo economico-finanziario di questi porterà il Paese ad una stagnazione per altri anni che ci porterà nuovamente ad un Governo peggiore di Monti. Un bel capolavoro non c’è che dire”.

La bacchetta magica di Di Maio

Difendere i poveri, e un socialista può essere contrario? Ma nessuno è arrivato alla presunzione che con una legge si abolisce la povertà. Evidentemente quella del taumaturgo Di Maio è smisurata. Alla stregua del mago Otelma promette di far sparire tutti i poveri. E poi di resuscitarli benestanti. La sua arte é assai più complicata di quella berlusconiana che vaticinava meno tasse per tutti e un’attività di operaio per sé. Così oggi pare che per abolire i poveri sia necessario indebitare di più tutti gli italiani. Cioè lo Stato. Attenzione, però. Non con nuovi investimenti che producono Pil e lavoro, e dunque abbassano il rapporto deficit-Pil, ma aumentando la spesa corrente.

Ma sì, meno introiti fiscali, pensioni con meno anni, un reddito per chi non lavora. Con quali risorse? Tagliando spese inutili e improduttive? Nient’affatto. Solo aumentando il deficit per tre anni. La previsione, alla luce dell’andamento delle borse (oggi Milano a meno 4,6 e lo spread a 270), e della probabile bocciatura di Bruxelles, poi vedremo la reazione dei mercati, non lascia presagire nulla di buono. Avremo più disoccupazione e più poveri. L’intento si trasformerà nel suo contrario. Gli impegni europei della riduzione del deficit comportava uno O,8 per il 2019. Il ministro Tria, evidentemente in accordo con le autorità europee, in primis Draghi, era disponibile ad arrivare all’1,6, senza eccedere sul reddito di cittadinanza e agganciandolo a quello di inclusione, istituito dal governo Renzi, che non prescinde dall’Isee e dalle condizioni di vita (la casa in proprietà) degli interessati. Apriti cielo. La Lega, che pareva soddisfatta della Flat tax per le partite Iva (poi vedremo dove finiranno le varie agevolazioni fiscali) e di quota cento (somma di anni e di contributi) per andare in pensione, pare aver svolto un’azione di compensazione e di equilibrio. Tanto alla Lega e qualcosa anche ai Cinque stelle. Soddisfatti tutt’e due.

E’ così si é arrivata alla fatidica soglia del 2,4. Evviva. Gran festa dei Cinque stelle che davanti a Montecitorio hanno improvvisato un ritrovo gioioso con tanto di vu in segno di vittoria. Ragazzi che festeggiano l’aumento del deficit, ragazzi ottimisti sul futuro dell’Italia, ragazzi da prendere con le molle perché non si sono accorti del consistente e parallelo aumento di gas ed elettricità (dal 6 al 7 per cento) per le famiglie. Un governo deve fare le cose negli interessi dei cittadini, non necessariamente quelle che i cittadini chiedono. Nessuno pretendeva quattro punti in meno di scala mobile nel 1984, ma il decreto il governo Craxi lo emanò convinto di fare l’interesse dei lavoratori perché la conseguenza era la diminuzione dell’inflazione. E così avvenne. Un provvedimento che era contro le richieste dei lavoratori si trasformò in un fatto positivo per gli stessi lavoratori. Un governo non deve solo dare. Deve prevedere. Deve sapere, in questo caso, quale sarà il vero interesse dei più poveri. Dubito che questo governo di gioiosi festaioli abbia qualche attinenza con questa virtù.

Scrive Mario Guidetti:
Manovra, sfida all’Europa

Caro direttore,
la notizia del giorno è che la manovra economica del Governo fissa un deficit/PIL al 2,4%: Una sfida all’Europa e lungo l’elenco dei provvedimenti per “essere dalla parte dei cittadini”.

Ai “pur volonterosi e coraggiosi dilettanti allo sbaraglio della nuova Corrida (e noi li applaudiremo)”suggeriamo loro di fare visita al tavolo Hemingway, i cui membri che si definiscono Ministri (ahinoi, purtroppo senza potere), conoscono le vere esigenze delle famiglie che debbono combattere quattro finanziarie (stato – regioni – province – comuni) che spolpano il contribuente italiano!!! È un sistema che non può reggere.

Tutto questo per soffermarci per l’altra notizia del giorno: “Nuovo aumento di luce e gas + 7,6 e 6,1%”. Ma la vera beffa è che l’aumento non riguarda solo il costo della materia prima ma l’intera bolletta. Infatti non esiste praticamente utenza primaria (luce-gas-acqua….) che non sia gravata da addizionali (se non lo sapete, vi è anche quella a sostegno delle popolazioni colpite dal terremoto in Puglia, Basilica, Calabria – chi se lo ricorda più!!!!). Su queste addizionali, si paga l’IVA!!! Tassa sulla tassa: assurdo!

Proponiamo noi, ai volonterosi e coraggiosi dilettanti allo sbaraglio della nuova Corrida (e noi, ripetiamo, li applaudiremo)”, che le addizionali vengano escluse dal pagamento dell’IVA. Proponiamo noi un’IVA unificata ridotta al 4% per le utenze primarie (attualmente vi sono utenze con IVA al 10%, altre al 22%……). Una riduzione della imposta quindi dal 22% (o in alcuni casi dal 10%) al 4% porterebbe un risparmio secco di notevolissima entità sul bilancio annuo di una famiglia. e favorirebbe la ripresa dei consumi.

Cari colleghi Di Maio e Salvini (colleghi in quanto, come chi scrive queste note, pure loro sono iscritti ad un Ordine, quello dei giornalisti che qualcuno vorrebbe eliminare); caro Governo che si “definisce dalla parte dei cittadini”, fatelo senza tanti bla, bla, bla; fatelo prima che persone perbene, disperate non decidano di risolvere le proprie precarietà attaccandosi alla canna del gas, (prima che tale utenza venga sospesa per morosità).

Ad maiora

Mario Guidetti
prampoliniano portavoce del tavolo Hemingway

Scrive Celso Vassalini:
La storia si ripete sempre due volte

Egregio Direttore,

“La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Speriamo di essere già alla seconda”. Quando ho visto questa scena ho avuto brividi. Attenti che siamo vicini ad un crack. Sta per succedere qualcosa di grave, sensazione. Brutte sensazioni di cose già letto in passato. Brutto clima. Cosa deve ancora accadere perché da parte di giuristi, commentatori ed editorialisti ci sia una levata di scudi contro il villipendio della Costituzione e delle nostre regole democratiche e accordi con l’Europa, che stanno operando esimi rappresentanti dell’esecutivo “Ministri”? RICORDATEVI DI QUESTE FACCE..!

Purtroppo si, non avrei voluto vederla quella scena, Il balcone è l ambizione di gente senza scrupoli chi ha portato il popolo alla guerra , chi lo ha destinato alla disperazione nel futuro, quando non saprete come pagare il mutuo o finanziare la vostra attività, mettendo a serio rischio le pensioni, gli stipendi. Stanno festeggiando la loro puerile vittoria e la vostra, nostra rovina. L’atteggiamento infantile di chi non si rende conto delle conseguenze, che pagherà caro il Paese, degli atti che produce. Certo sono li è perché il popolo non vede al di la del proprio naso e ragiona con la pancia e democraticamente si deve rispettare. A dispetto della storia evocata quotidianamente da Di Maio, questa foto sceneggiata al balcone é veramente storica!

La rivedremo molte volte in avvenire come vediamo ancora oggi quella di Mussolini alla loggia di piazza venezia…. Dove sono finiti tutti i difensori della costituzione? Dove sono finiti? Che cosa aspettano? Continuano a brindare per averla “salvata” il 4 dicembre? Governare facendo solo debiti, lo saprei fare anche io, non ci sarebbe bisogno di strapagare un migliaio di parlamentari. Lo facevano la DC e il PC negli anni dal 60 ai 90. Praticamente il governo del cambiamento si è rivelato il governo del ritorno alla prima Repubblica. Milioni di lavoratori in nero che non pagano una lira di tasse adesso avranno anche il premio di cittadinanza.

Celso Vassalini