mercoledì, 21 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Casaleggio e i rischi della democrazia elettronica
Pubblicato il 07-09-2018


Negli scorsi giorni Davide Casaleggio, il figlio del cofondatore del Movimento 5 Stelle e a capo della Casaleggio Associati e dell’Associazione Rousseau, ha dichiarato che “la democrazia diretta è il futuro”, le assemblee parlamentari e la democrazia rappresentativa costituiscono un passato da archiviare.

Ma sarà davvero così?

Di sicuro, le nuove tecnologie della comunicazione, in quanto tecnicamente in grado di realizzare una partecipazione dei cittadini alla sfera pubblica, possono offrire un efficace contributo alla vitalità della democrazia pluralista.

Tuttavia, l’e-democracy, non sembra poter costituire né un’alternativa alle istituzioni rappresentative, né appare in grado di prefigurare un loro superamento.

La democrazia elettronica non deve essere considerata una forma di governo ma, tutt’al più, un sistema in grado di gestire e rivitalizzare la relazione tra le Istituzioni e i cittadini.

Occorre distinguere da una parte una comunicazione politica veicolata dai vecchi mass-media e una comunicazione realizzata invece tramite la rete, una sorta di continua diretta con i cittadini, che obbliga il politico ad aumentare la propria esposizione al pubblico.

Non è una questione di velocità nelle comunicazioni né, tantomeno, una questione di capacità di recezione generazionale. Anche la generazione dei Millenials, frequenti utilizzatori di strumenti di rete e social, non comprendono pienamente le dinamiche del web, limitandosi ad un uso dettato da un’esperienza superficiale e intuitiva.

A differenza di quanto avveniva in passato, il cittadino non è più semplice ricettore del messaggio: giornali, telegiornali, manifesti, spot pubblicitari, sono tutti strumenti passivi dal punto di vista del destinatario del messaggio. Viceversa, il web e la comunicazione 2.0 implicano un grado d’interazione immediata: condivisioni, retweet, commenti. Una capacità interattiva basata su una sintassi comunicativa semplice, non mediata e poco strutturata.

Anche l’identità del partito politico cambia in maniera piuttosto rapida con l’evoluzione dei mezzi di comunicazione: la comunicazione politica è fortemente personalizzata, si assiste a un sempre maggiore e inquietante scarto tra le promesse annunciate e i programmi effettivamente realizzati.

In questo modo, i caratteri essenziali della rappresentanza democratica tradizionale (l’eletto rappresentante del popolo, l’assenza del vincolo di mandato) vengono sostituiti dal ruolo sempre più marcato dei sondaggi d’opinione, come strumento di misurazione del consenso, che elimina qualsiasi “pensiero lungo”, o almeno di medio periodo.

Ci si trova ormai nel pieno della modernità liquida, per dirla con Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo della politica: nella nostra epoca si sono disgregati i legami sociali tra gli individui spalancando le porte ad una radicale individualizzazione. Una società dove l’individuo, egoista ed egocentrico, è afflitto dalla solitudine non potendo più contare su concetti ben definiti di tempo e spazi sociali.

La democrazia liquida diventerà negli anni la proposta organizzativa di maggior successo dei movimenti che si richiamano alla centralità della rete e in particolare del movimento dei Pirati.

L’Italia, anche in questo caso, si conferma un’isola politica di diversità, poiché nel nostro paese il Partito Pirata, espressione dell’Internazionale dei Pirati, non ha mai raggiunto livelli significativi di consenso partecipando alle competizioni elettorali, tutt’al più con singoli candidati nelle liste unitarie della sinistra radicale.

Il maggiore motivo di tale insuccesso è dovuto al sostegno raccolto dal Movimento 5 Stelle che, nonostante specifiche peculiarità che affondano le radici nella recente storia politica italiana, ha fatto del mito della rete, della trasparenza, della lotta ai vecchi partiti le principali bandiere della propria azione politica.

Questi movimenti, nelle loro differenti specificità si presentano, seguendo la classica schematizzazione della scienza politica, come movimenti antisistema, portatori di un marcato antiparlamentarismo, in forte polemica contro la partitocrazia, cui contrappongono, genericamente, le virtù e la genuinità del popolo.

I movimenti che propugnano il mito della rete rifiutano le etichette di destra e sinistra, ciò nonostante è possibile scorgere l’inconcludenza di una simile mancata definizione. Come insegna l’esperienza storica, le scelte politiche, tanto più per partiti che si prefiggono l’obiettivo del governo della società, non sono mai neutre ma si dispongono all’interno di uno spazio programmatico dove i valori, i principi, le identità politiche, si collocano nel continuum destra-sinistra, conservatori-progressisti. Dunque, si può arbitrariamente decidere di non utilizzare le classiche schematizzazioni politiche, tuttavia il contenuto della classificazione non cambia, né sarà possibile non considerarla in futuro. Bisogna aggiungere che i movimenti della democrazia elettronica confondono spesso l’agorà virtuale, la democrazia elettronica con la democrazia reale e diretta.

La democrazia diretta presuppone la quasi totale assenza d’intermediari tra cittadino e Istituzioni e, dunque, la partecipazione di tutti i cittadini alle decisioni pubbliche.

Questo è possibile, in linea generale, attraverso gli strumenti del bilancio partecipativo, gli strumenti del referendum propositivo, del referendum confermativo, l’istituzione di consulte, comitati di quartiere e assemblee civiche.

In altri termini, uno spazio cittadino che sperimenti nuovi terreni di partecipazione e progettualità, attraverso l’interazione tra più figure: dal privato sociale alle comunità migranti, fino agli enti locali, in grado di fornire risposte adeguate ai differenti bisogni.

Vale la pena ricordare che questi strumenti di democrazia diretta sono già stati sperimentati, nel contesto latinoamericano, non dalle forze antisistema ma dai partiti della sinistra socialista e popolare. Si pensi all’esperienza dell’Amministrazione popolare di Porto Alegre, a partire dal 1988, guidato dal Partido dos Trabalhadores (PT).

La democrazia elettronica è cosa diversa dalla democrazia partecipativa; l’e-democracy cela il rischio della sostanziale subalternità del cittadino, il quale vive l’illusione della partecipazione, senza percepire il subdolo potere decisorio di elitès autoreferenziali, come Blog, piattaforme online, tutti strumenti privi dei necessari contropoteri di cui la democrazia deve, invece, sostanziarsi.

La presunta alternativa alla democrazia dei partiti rischia di trasformarsi in una disordinata assemblea telematica, dove le issues risultano completamente disarticolate e il cittadino è atomizzato davanti ad uno schermo.

La crisi dei partiti di massa e delle organizzazioni intermedie mostra come le difficoltà dei tradizionali strumenti di mediazione non stiano avviando una rivoluzione dal basso, un’immaginaria democrazia diretta, ma al contrario plasmino una società chiusa e guidata dal populismo.

All’opposto, è auspicabile che si apra una nuova stagione di partecipazione, con partiti rinnovati, pregni di cultura politica, nella quale sia coinvolta la cittadinanza attiva per riaprire dei virtuosi canali di dialogo nella sfera pubblica.

In questo modo, sarà possibile sottrarsi a scorciatoie organizzative che, nei fatti, assegnano ad un establishment autoreferenziale e lontano dai bisogni della collettività, le aspettative dei cittadini, che verranno certamente disattese.

Paolo D’Aleo

• Per un’analisi più esaustiva dei partiti e dei movimenti che s’inspirano alla democrazia elettronica, si legga: P. D’Aleo, Il problematico rapporto tra cyberspazio e democrazia rappresentativa. I movimenti politici dell’e-democracy, in Politica e Società, Il Mulino, Bologna, n. 1/2018, pp. 45-60.  

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