venerdì, 16 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Giovanni Lerda, “educatore e propulsore di folle”
Pubblicato il 05-09-2018


gevoltri02Nacque a Fenestrelle, in quel di Pinerolo, il 29 settembre 1853. A tredici anni, essendo rimasto orfano di padre, fu costretto a lasciare la scuola e a cercare lavoro. Venne assunto quale commesso in una libreria di Torino, poi quale impiegato nella Casa Editrice Bocca, dove si fece apprezzare sempre più e alla fine divenne direttore. L’ambiente torinese, come sempre ricco di cultura e fortemente stimolatore, lo fece avvicinare ai molti studiosi, scienziati, ecc. che ruotavano attorno alle Case Editrici, all’Università, ecc..
Attratto fortemente dalla scuola del Lombroso, ne approfondì il pensiero con particolare riferimento al noto antropologo e collaborò a riviste specialistiche con scritti molto interessanti. Sul piano politico egli si avvicinò al movimento operaio e socialista, che a Torino aveva già uno dei centri più vivaci, e alla Massoneria, e collaborò ad alcuni fogli di orientamento anarchico e socialista. Nel 1891 era con P. Schiaparelli tra i promotori di “Ventesimo secolo”, un foglio molto vivace, portavoce della Lega democratico-sociale, da cui nacque la sezione del Partito dei lavoratori. Nel ’92 venne presentato alle elezioni per il rinnovo della Camera dei deputati, ma non ebbe successo. Nel 1893 si trasferì a Genova, dove gestì una libreria di sua proprietà senza però smettere l’attività politica. Nel 1893 presentò la propria candidatura alla Camera per il collegio di Voltri, ma ancora una volta senza fortuna, come senza fortuna furono le successive candidature. Nel 1894 fondò “Era nuova”, col quale continuò a propagandare il socialismo. Partecipando ai vari congressi regionali e nazionali del Partito socialista entrò in contatto con i maggiori rappresentanti del movimento dei lavoratori. Nel ‘96 entrò negli organismi dirigenti regionali del partito e due anni dopo nel Comitato nazionale. Ricercato dalla polizia per i fatti di Milano del 1898, costati per la reazione della polizia e dei militari decine di morti e di feriti oltre che numerosi arresti, dovette emigrare per qualche tempo in Svizzera. Il crescente impegno politico, la collaborazione ai maggiori organi di stampa, la partecipazione a forti polemiche con alcuni rappresentanti del revisionismo lo fecero stimare ancor di più nel mondo socialista e progressista internazionale. All’interno del Partito socialista difese con estremo calore l’intransigentismo collaborando a “Il Socialismo” di Enrico Ferri, col quale si contrappose a Filippo Turati e ai riformisti. Nel 1911, divenuto leader riconosciuto di un folto gruppo di intransigenti indipendenti, promosse la rivista “La Soffitta”, che diresse con Costantino Lazzari.
Fu nettamente contrario alla impresa di Libia e approvò l’espulsione dei bissolatiani, che si erano dichiarati favorevoli alla scelta colonialista di Giolitti. Quando nel congresso nazionale di Reggio Emilia venne decisa l’incompatibilità tra l’adesione alla Massoneria e l’adesione al partito, preferì allontanarsi dai socialisti ufficiali, e confermò le dimissioni anche dopo che i congressisti le avevano respinte. Pienamente inserito nella Massoneria, fece parte della Giunta esecutiva del Grande Oriente d’Italia. Quando però si cominciò a parlare di un possibile intervento dell’Italia nella guerra contro gli Imperi centrali, si schierò tra i neutralisti. Nelle prime elezioni politiche del dopoguerra fu candidato alla Camera per conto della Unione Socialisti Indipendenti. La crescente avversione al massimalismo allora prevalente nel PSI, così come alla “agitazione senza costrutto” che sempre più caratterizzava il “biennio rosso”, lo avvicinò ai riformisti, fino a spingerlo nel ‘22 ad aderire al PSU. Il montare della reazione fascista lo espose alla sorveglianza della polizia e alla persecuzione degli squadristi. Con l’imposizione della dittatura e lo scioglimento dei partiti di opposizione non ebbe più alcuna possibilità di azione, sicchè lasciò Roma per rientrare a Torino. Sempre più insofferente del clima di oppressione imposto dal fascismo, pensava di fuggire all’estero e, come si pensa, stava già facendo i preparativi quando il 16 maggio del ’27 si spense. Di lui in una epigrafe di monumento si dice” Educatore e propulsore di folle”.

Giuseppe Miccichè

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