martedì, 18 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Giuseppe Mazzini, il vero volto della democrazia
Pubblicato il 26-09-2018


mazzini 2Negli ultimi anni la letteratura storica su Giuseppe Mazzini si è arricchita di molteplici studi, che vanno dalle biografie vere e proprie all’analisi del suo pensiero politico. Accanto alle biografie di Luigi Ambrosoli, di D. Mack Smith, di Roland Sarti e ai pregevoli saggi di Salvo Mastellone sul pensiero politico si aggiungono ora gli «Scritti sulla democrazia, l’autodeterminazione dei popoli e le relazioni internazionali» a cura di Stefano Recchia e di Nadia Urbinati (2011 e 2016, pp. 281 e 332), la raccolta antologica «Agli Italiani» (2017, pp. 125) a cura di Giancarlo Tartaglia, e il volumetto «Patria, Europa, umanità Italiani» (2017, pp. 54) di Maurizio De Blasio.
La molteplicità degli studi ha reso onore al principale protagonista del Risorgimento e al più acuto pensatore politico europeo, ma ha tralasciato un aspetto peculiare come quello dell’anticomunismo. Eppure Mazzini lo ha assunto come elemento conduttore della sua attività politica nella «Giovane Italia» (1831) fino all’esilio in Francia, alla costituzione della «Giovane Europa» (1850) e alla lotta per l’unificazione nazionale. Nel Manifesto del Comitato centrale europeo, Mazzini fissò infatti i punti essenziali del suo pensiero democratico, che riassunse nella triade «libertà, associazione. Progresso». Per dare slancio a questi aspetti, egli sostenne che bisognava procedere nella difesa del lavoro, nell’«applicazione dei principi di libertà e eguaglianza» e in un intensa opera pedagogica che mirasse soprattutto all’educazione e all’elevazione della coscienza democratica del popolo.
In questo contesto Mazzini congiunse il Risorgimento come anelito all’unificazione nazionale ad un progetto di Repubblica democratica come forma peculiare della sovranità popolare. Egli risolse così l’antitesi tra l’unità democratico-nazionale e il federalismo neoguelfo con il ricorso a una struttura politica moderna. Fin dal 1850 caldeggiò «l’unità politica armonizzata coll’esistenza delle Regioni, circoscritte da caratteristiche locali» e basate su «grandi e forti Comuni, partecipanti quanto più possibile, coll’elezione, al Potere». Il tema del regionalismo era così coniugato con la creazione di un partito democratico inteso come associazione politica.
Nella seconda parte «Dei doveri dell’uomo» (1860) Mazzini considerò l’associazione come unica garanza di progresso e attribuì ai lavoratori liberamente associati la capacità di risolvere la questione sociale. La sua acerrima critica fu rivolta sia al capitalismo che al comunismo, entrambi considerati responsabili della povertà della classe lavoratrice. Se ai comunisti rimproverò la loro visione della proprietà, ai capitalisti non risparmiò critiche violente per il loro dispotismo politico e per le loro responsabilità di tenere i lavoratori in una «condizione penosa». Il comunismo non poteva risolvere i mali sociali, perché voleva creare uno Stato «onnicomprensivo» con la soppressione di una società pluralista che, incentrata sul dibattito politico e sulla libertà di stampa, era considerata come l’unica istituzione capace di superare le spinte totalitarie del comunismo.
Sul piano politico Mazzini auspicò un’unità nazionale basata su una struttura regionale, unica premessa per creare un organismo statale, che superasse i contrasti politici del Risorgimento e sviluppasse un processo democratico nella società. La costituzione dell’Italia in uno Stato repubblicano, e quindi il rifiuto del comunismo come negazione della libertà, doveva poggiare su una larga base di autonomie amministrative in un quadro unitario dell’organizzazione politica centrale.
Tra il 1840 e il 1846, Mazzini rivolse particolare attenzione al concetto di democrazia su influsso di Thomas Carlyle e John Stuart Mill. In una serie di articoli, pubblicati sul periodico «The people’s journal» e raccolti nell’aureo volumetto Pensieri sulla democrazia in Europa (Milano 1997, pp. 164) a cura Salvo Mastellone, egli pervenne ad una concezione della democrazia, la cui essenza fu identificata con la sovranità popolare a condizione che la rappresentanza politica fosse scelta nell’ambito di persone oneste e qualificate sotto il profilo morale e culturale. La sua concezione di democrazia, rimasta invariata fino alla morte (1872), definì una dimensione etica volta «verso l’emancipazione, il miglioramento, la cooperazione di tutti» nella convinzione che il suffragio universale sia l’opzione più idonea per designare le capacità dei cittadini chiamati alla gestione dell’amministrazione pubblica.
La partecipazione democratica aveva come finalità quella di sottrarre il potere politico «a una cerchia di privilegiati», per costituire un «governo rappresentativo» e porre la sua direzione «sotto la guida dei migliori e dei più saggi». Nella scelta dei loro rappresentanti, i cittadini dovevano essere educati mediante la circolazione delle idee ad un progetto politico, che divenisse patrimonio comune di un nuovo «partito democratico» e poi dell’intera società. Una concezione della storia limitata all’aspetto economico e allo sviluppo degli interessi materiali tra gli uomini doveva essere sostituita da una democrazia etica, che – oltre ad essere garante dei diritti sociali, dei valori etici e del merito personale – fosse l’unica in grado di fornire le idee fondamentali necessarie per l’avvenire dell’Europa e di tutti i popoli.

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