lunedì, 15 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Il Labour è forte perché unisce la Gran Bretagna
Pubblicato il 28-09-2018


Nel Regno Unito, al contrario del resto dell’Europa, la sinistra regge con il Labour Party. La vice presidente dell’Internazionale socialista, Pia Locatelli, ha partecipato alla conferenza annuale del partito di Jeremy Corbyn, a Liverpool, durante la quale è stata approvata una mozione che prevede esplicitamente la possibilità di invocare un secondo voto popolare sull’esito dei negoziati con Bruxelles. Questo però è l’unico punto che divide la base dal suo leader: Jeremy Corbyn, ha frenato sull’ipotesi di un secondo referendum sulla Brexit automatico in caso di bocciatura in parlamento dei risultati negoziali del governo Tory di Theresa May, nonostante la mozione messa ai voti al riguardo dal congresso del suo partito a Liverpool.


locatelli isSono andata alla Conferenza annuale del Partito Laburista con la voglia di capire la posizione di quel partito sulla Brexit. Ufficialmente nel referendum di due anni fa i laburisti britannici avevano sostenuto“REMAIN” (restiamo) contro “LEAVE” (usciamo); nei fatti la loro campagna era stata fiacca e il partito non si era stracciato le vesti quando, con uno scarto minimo, il voto popolare aveva optato per lasciare l’Unione europea.
Devo confessare che, anche dopo aver seguito con attenzione la sessione dedicata alla Brexit, e dopo aver letto ancor più attentamente la mozione sullo stesso tema, non sono certa di essermi chiarita le idee.
Tutto il Labour è unito sul voto contrario al deal, cioè l’accordo sostenuto da Theresa May, ma lo scenario successivo, in caso di bocciatura, è invece pieno di incognite.
Se il deal otterrà la maggioranza nel Parlamento di Westminster, il 19 marzo 2019 la Gran Bretagna lascerà l’Unione. È invece difficile prevedere cosa succederà se la proposta di Theresa May verrà bocciata anche perché l’incertezza non riguarda solo il campo governativo.
A Liverpool i laburisti sostenitori di REMAIN, organizzati in Momentum, premono perché il partito colga l’occasione per rovesciare l’esito del referendum e per questo chiedono un nuovo voto popolare. La leadership laburista, alquanto restia a prevedere un nuovo referendum, chi per una questione di principio – non si rimette in discussione un voto popolare-, chi per timore di una sconfitta, risponde chiamando il Paese a nuove elezioni per mandare a casa il governo Tory.
Ci sono volute cinque ore di negoziati per arrivare a questa soluzione che accontenta le due parti, l’una favorevole e l’altra contraria ad un nuovo referendum, soluzione espressa in una mozione votata da tutta la Conference.
La mozione sostiene che il voto popolare si è espresso a favore della Brexit, ma il voto del giugno 2016 non intendeva ridurre i diritti, favorire il disordine in economia e mettere a rischio posti di lavoro, come invece fa la proposta di Teresa May che minaccia anche la libertà di movimento e la pace in Irlanda del Nord.
Il Labour, attraverso il suo ministro ombra per la Brexit, Keir Starmar, ha elaborato sei test cui sottoporre l’accordo finale e i Parlamentari laburisti voteranno contro l’accordo se non li supererà positivamente.
La chiamata al voto per il Parlamento lascia comunque spazi di ambiguità: due figure importanti del Labour hanno espresso posizioni opposte sulla possibilità di un futuro nuovo referendum: Keir Smarmer, ministro ombra per la Brexit, include tra le opzioni possibili un nuovo referendum mentre per John McDonnell, braccio destro di Jeremy Corby, il voto popolare dovrebbe riguardare esclusivamente il contenuto del deal.
Non ha contribuito a far chiarezza il discorso conclusivo di Jeremy Corbyn, applauditissimo, qui di seguito sintetizzato:
il Labour rispetta la decisione del popolo britannico (nel referendum) ma nessuno è tenuto a rispettare la condotta del governo dopo il referendum. Abbiamo tutti sperato che dopo il voto venissero avviati negoziati efficaci e responsabili che proteggessero i diritti e i posti di lavoro; così non è stato perché i negoziati si sono svolti tra le diverse fazioni dei Tories.
Ora l’alternativa che ci viene offerta è tra un cattivo accordo e un non-accordo; invece noi abbiamo il compito di dare sostegno ad un deal che vada incontro ai bisogni del Paese, un deal che sia compatibile con il nostro impegno a ri-costruire e trasformare la Gran Bretagna.
Il Labour si opporrà al piano preparato da Theresa May così come si opporrà all’uscita dalla Unione europea senza un accordo, sarebbe un disastro nazionale. Se questo succederà, chiederemo di andare al voto, mantenendo aperte tutte le opzioni possibili per il futuro del Paese.
Se vi sarà un accordo che preveda l’unione doganale e confini “leggeri” con l’Irlanda, protegga i posti di lavoro e i diritti di chi lavora, rispetti gli standard ambientali e dei consumatori, allora noi voteremo quel deal.
Il Labour si propone come alternativa all’attuale governo, contro le politiche di austerità, di divisione sociale, di conflitti internazionali. Là dove i Tories hanno diviso, noi uniremo e saremo uniti e pronti a vincere come nel 1945, nel 1964, nel 1997…
Il Labour è pronto a ricostruire e trasformare la Gran Bretagna perché è nostro compito farlo, tutti insieme e… we can.

Standing ovation per il leader ma, alla richiesta se sarà possibile un nuovo referendum, nessuno mi ha risposto con certezza, in un senso o nell’altro.
Speriamo che alle prossime elezioni vinca il labour!

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