sabato, 20 ottobre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Italiani in Niger, Macron permettendo
Pubblicato il 24-09-2018


Nel silenzio generale, distratti dalle umane vicende di Rocco Casalino, è stato dato il via libera ufficiale alla missione italiana in Niger. I nostri militari, 42 uomini più il loro comandante, il Generale di brigata Antonio Maggi, avranno il compito di addestrare le forze locali. Scopo finale quello di contrastare la tratta di esseri umani e il traffico di migranti che attraversano il Paese, oltre che a stabilizzarlo. Il nostro ministro della difesa, Elisabetta Trenta, è raggiante. Dichiara: “Si tratta di un grandissimo risultato di questo governo, dopo mesi e mesi di immobilismo durante il quale l’Italia ha tuttavia continuato a dare il suo supporto alla popolazione sul piano umanitario”.

Analizziamo questo “grandissimo risultato”. In realtà il piano originario per il Niger prevedeva non 42, ma 470 militari, 130 mezzi terrestri e 2 mezzi aerei. Con un piano di intervento che ponderava anche un certo grado di operatività nel cosiddetto “G5 Sahel”. Parliamo di Mali, Mauritania, Chad e Burkina Faso, paesi in cui è in corso un’operazione che vede impegnato un contingente internazionale ONU che contrasta l’estremismo islamico. Un contingente composto da 12.000 militari e 1.900 agenti di polizia. Britannici, francesi e canadesi. La missione italiana in Niger, ragionevolmente, si sarebbe dovuta saldare con quella internazionale nei paesi vicini, per dare continuità all’azione contro i trafficanti di uomini e gli integralisti islamici.

Perché da 470 soldati con mansioni operative si è passati a 42 addestratori? Per tre motivi: 1) il governo del Niger, che si basa su equilibri tribali, non è stabile ma, nella sua instabilità, è comunque concorde nel guardare alla presenza di truppe straniere sul suo territorio con un certo sospetto. 2) La Francia, dopo aver espunto l’Italia dalle questioni libiche concedendo qualche contentino economico, si è sempre dimostrata critica per un nostro impegno “sostanziale” nel Sahel. Perché far rientrare dalla finestra quegli ospiti scomodi che si erano fatti uscire, con poco sforzo, dalla porta? Certo sarebbe stato troppo imbarazzante far annullare la missione italiana. Il ridimensionamento consente a Roma di salvare la faccia e a Parigi di vincere con garbo. 3) Pesa su tutto, come un macigno, l’immobilità cui è stata costretta la già tremebonda politica estera italiana grazie alla crisi di governo finita poi con l’esecutivo giallo verde. In quel periodo di “vacanza” Parigi ha fatto come voleva, “costruendo” la nuova, e ridotta, missione italiana.

Faccio una considerazione finale: l’idea di rendere sicure le frontiere del Sahel deve essere il perno della politica estera italiana. Si stabilizzano le aree in funzione anti jihadista e si contrasta il traffico dei migranti, alleggerendo la pressione sule coste libiche e, di conseguenza, su quelle italiane. Il Sahel è la chiave delle migrazioni e della sicurezza dell’Occidente. Ma la politica estera è una cosa seria. Non la si improvvisa e la si deve portare avanti con determinazione. Anche a costo di far arrabbiare monsieur Macron. Che con noi non è mai stato tenero…

Mario Michele Pascale

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento