venerdì, 16 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Peppe Provenzano:
“La sinistra persa”
Pubblicato il 15-09-2018


provenzano

Siciliano e appassionato meridionalista, vicedirettore dello Svimez e membro della direzione del PD, Giuseppe “Peppe” Provenzano analizza le sfide del futuro con la competenza e il metodo di chi conosce bene il passato. Un rappresentante di un’idea di classe dirigente sopravvissuta, nonostante tutto, alla deriva del personalismo e dell’improvvisazione che, anche a sinistra, si è imposta nel ceto politico con la crisi dei partiti tradizionali.

Dopo aver rinunciato alla propria candidatura, lo scorso gennaio, in polemica contro le logiche con cui il PD dell’allora segretario Renzi aveva preparato le liste, Provenzano ha dato vita a Sinistra Anno Zero, un’area di dibattito e confronto che mira a ricucire la frattura “definitiva tra la sinistra e il mondo del lavoro” creatasi negli ultimi anni.

Pochi giorni fa, Matteo Renzi ha detto che ora si sono fatte troppe autocritiche ed è il momento di passare a fare l’opposizione. Condividi questa impostazione?

Per la verità, di autocritica non ne ho sentita alcuna. Penso invece che dobbiamo discutere a fondo su quello che è successo perché il 4 marzo non rappresenta solo una sconfitta elettorale. Si tratta di una vera e propria sconfitta storica: non siamo riusciti ad impedire che, nel cuore dell’Europa, perché questo è l’Italia, si affacciasse lo spettro della nuova destra. Le ragioni sono molte e vengono da lontano. Bisogna scavare a fondo. Nel momento esatto in cui esplodevano intorno a noi le più grandi diseguaglianze, e questo ci faceva scivolare nella crisi peggiore della nostra storia, noi dicevamo, alla fondazione del Pd, che non c’era più il conflitto tra capitale e lavoro, tutti uniti in nome di un’innovazione astratta come fosse un valore in sé che perdeva ogni qualificazione o connotazione sociale. Già negli anni Novanta ci siamo dimenticati che esistessero gli operai o rassegnati al fatto che potessero votare tutti la Lega. Quando il Partito Socialista con Claudio Martelli, a Rimini, nel 1982, proponeva “l’alleanza tra merito e bisogno” dicendo che la base della sinistra non potesse fermarsi alla rappresentanza del lavoro operaio e dipendente, non si era mai sognato di dire che il mondo del lavoro dipendente e gli operai non esistessero più. Negli ultimi anni, quelli del renzismo, si è compiuto un processo degenerativo, si è consumato un divorzio definitivo tra la sinistra e il mondo del lavoro, prim’ancora che per le scelte di governo, per il messaggio di fondo che abbiamo dato: per esempio che Marchionne, pace all’anima sua, fosse meglio dei sindacalisti. La sinistra non ha perso, si è persa.

Di fronte a questo scenario cosa si può salvare oggi?

Penso che per salvare un’ispirazione, non tanto una tradizione, bisogna far vivere i valori e i principi del socialismo nel tempo nuovo in questa epoca di “grande trasformazione”. E penso che questo sia il compito di una nuova classe dirigente, perché chi ci ha preceduto ha dilapidato un patrimonio secolare. Bisogna tornare a cogliere la radice delle questioni, i nostri temi, la libertà e l’uguaglianza, si ripropongono in forme nuove e urgenti con l’evoluzione del capitalismo nella globalizzazione, con la finanziarizzazione e la rivoluzione digitale. E dobbiamo cogliere la sfida fondamentale: non rassegnarci alla fine del lavoro. Sono convinto che il lavoro non esaurisca ormai da tempo lo spettro di sviluppo e affermazione della personalità, ma combatto l’idea che si affermi un’umanità di serie A, che studia nelle migliori università private, cosmopolita, inserita nei processi produttivi, che possiede gli algoritmi e governa l’intelligenza artificiale, e un’umanità di serie B, la stragrande maggioranza, che partecipa attraverso forme di lavoro degradato o peggio si limita a consumare perché generosamente assistita dal capitale, magari attraverso un reddito di cittadinanza per tutti. Piuttosto, investiamo in conoscenza e redistribuiamo il lavoro. Nella storia dell’umanità, i salti tecnologici sono sempre serviti a liberare tempi di vita, luoghi e tempi per vivere la felicità pubblica, come la chiamavano i nostri illuministi. E poi, non è un paradosso che debba essere il Papa a ricordarci, qualche giorno fa, in un’intervista al «Sole 24 Ore» che il lavoro è dignità, è genio creativo per un nuovo ordine economico?

Come siamo arrivati a questa deriva culturale?

Nel corso di questi venticinque anni la sinistra ha perso e si è persa perché era diventata centro, ma il centro sociale in questo Paese, e in tutto l’Occidente, si è andato assottigliandosi sempre più per l’impoverimento della nostra classe media connessa ai processi di globalizzazione non controllati. Storture che il processo di integrazione europea non ha corretto, civilizzato, come volevamo, ma per molti aspetti amplificato. Con la crisi, poi, il ceto medio ha subito un impoverimento reale ed è nata la paura per le prospettive di reddito proprie e soprattutto dei propri figli. Noi cosa dicevamo? Non abbiate paura. Senza mai precisare quali strumenti di governo avremmo messo in campo per offrire protezione sociale e opportunità uguali e reali a chi le aveva perse. Così ci siamo allontanati dai bisogni e siamo apparsi disarmati di fronte all’ingiustizia. Una dinamica che riguarda le cosiddette forze riformiste e quelle radicali, lacerate da divisioni che, agli occhi del popolo, sono apparse invece prive di valore. E’ questa stessa distinzione ad essere forse ormai priva di senso, sicuramente di interesse. Se guardiamo alle dinamiche elettorali si scopre un parallelismo tra PD e LeU (e persino Potere al Popolo) che vanno meglio nei centri urbani, nelle zone altamente scolarizzate, e invece perdono nei luoghi dell’emarginazione e della sofferenza sociale, proprio dove ci sono quei soggetti che vorresti rappresentare e che sommariamente possiamo chiamare esclusi. Per includerli serve una sinistra di governo. Ma la sinistra di governo inseguiva i “moderati”: peccato chei moderati dal 1992-93, uno spartiacque per molte ragioni nazionali e internazionali, erano sempre meno, quasi non c’erano più.

Le dinamiche a cui fai riferimento hanno innescato, dunque, un processo di radicalizzazione?

Ovviamente. Torniamo al passaggio storico della fine della Prima Repubblica. Stragi di mafia, Tangentopoli: è lì che matura una crisi nel rapporto tra opinione pubblica ed élite politiche che non si è mai più risanata anche per un errore della politica, e della sinistra in particolare, nella capacità di riformarsi e difendere il proprio ruolo. Perché il 1992-93 è anche e soprattutto Maastricht, un processo che modifica le leve di governo dell’economia e della società e i meccanismi di costruzione del consenso. Il tema non è la partecipazione al processo di integrazione europea, ma la “minorità” politica e culturale con cui le nostre classi dirigenti l’hanno affrontato, in qualche caso anche a sinistra, assecondando nei fatti lo smantellamento dello Stato, la rinuncia alla leva pubblica di intervento nell’economia, che ha allargato le fratture sociali e territoriali. Se poi guardiamo alla dinamica politica, il tema della radicalizzazione è evidente. La discesa in campo di Berlusconi e la nascita di Forza Italia hanno segnato la fine del centro “politico”, e con la scomparsa della DC si è sdoganato quel demone della destra che invece il partito centrista, come ha spiegato una volta Marco Follini, nella sua complessità e nella sua saggezza, era sempre riuscito a contenere e nascondere.
Da lì inizia proprio un processo di radicalizzazione dell’elettorato italiano che ha raggiunto il suo culmine nelle elezioni del 2018, con oltre il 50% dei voti, 17 milioni di elettori, che vanno a forze che si collocano ai margini estremi del sistema politico, per intercettare il voto di chi si colloca ai margini del vecchio patto sociale.

Eppure, più che forza di trasformazione della realtà, la sinistra italiana negli ultimi anni sembrava essere una certificatrice dell’ineluttabilità del presente…

La sinistra, in questi lunghi anni, che risposta ha dato alle domande, alle inquietudini crescenti tra le fasce popolari? C’è la globalizzazione e le delocalizzazioni? Quelle sono le regole, adattiamoci, concentriamoci a esportare, chi se ne frega della domanda interna. C’è la rivoluzione digitale che distruggerà posti di lavoro? Arrangiatevi, mandate i figli all’estero. C’è l’esplosione demografica in Africa e che cosa ci vuoi fare? Arriveranno a milioni, è così. E non un discorso sull’insostenibilità della crescita demografica, sulla guerra e sulla pace, sul modello di sviluppo di Nord e Sud del mondo. E nemmeno sul degrado dei servizi nelle nostre città, nelle periferie dove la mancanza di uno stato sociale in grado di includere davvero, di garantire sicurezza, ha reso l’appello all’accoglienza spesso solo come un richiamo moralistico. Noi, in sostanza, abbiamo detto al popolo che “tutto ciò che è reale è razionale”, ma la sinistra nasce esattamente per fare l’opposto. Questo atteggiamento ha raggiunto il parossismo rispetto al tema dell’Europa; che, intendiamoci, continua ad essere per noi un orizzonte irrinunciabile, a patto di non difendere l’Europa così com’è. Un organismo che qualche volta ha compiuto scelte che allontanano da un obiettivo di crescita intelligente e giustizia sociale su scala sovranazionale. Pensiamo alla subalternità con cui (non) abbiamo affrontato i fenomeni più innovativi. Le piattaforme che estraggono profitti dal lavoro su cui, nello stesso tempo, scaricano anche la proprietà dei mezzi di produzione e il rischio di impresa. Penso ai rider senza tutele, o ad Uber. Oppure ad Airbnb a cui non abbiamo nemmeno applicato la cedolare secca che avrebbe consentito almeno di recuperare qualcosa da un fenomeno che sta stravolgendo i centri storici delle nostre città provocando un turismo estrattivo, specie nel Mezzogiorno, senza una logica di vera valorizzazione. E, di fatto, consentendo un’evasione fiscale enorme. Oggi il tema è ricostruire, sia a livello nazionale che europeo, la statualità: c’è da affrontare il problema della sovranità democratica ed economica. Disegno economico e disegno istituzionale si tengono. Il crollo del ponte a Genova segna persino sul piano simbolico lo sgretolamento dello Stato. Il nostro Paese è stato fatto grande dal Genio Civile, e noi cosa abbiamo fatto? Abbiamo smantellato tutti i corpi tecnici dello Stato. Ricostruiamoli, perché la nazionalizzazione dei monopoli non può essere una bestemmia, non è il Venezuela come qualcuno ha detto, è ancora un pezzo d’Europa. E questo vale ancor più per le sfide dell’innovazione. Il sovranismo è “retrotopia”, una nostalgia pericolosa che scivola inevitabilmente nel nazionalismo. Ma noi dobbiamo riconquistare una sovranità economica, lo ripeto, quella a cui abbiamo rinunciato in questi anni, spesso per un eccesso di zelo, anche a sinistra, o per accreditarci nei salotti buoni. Perché, come una volta ha spiegato Luigi Ferrajoli, se allo Stato è sottratta la sovranità economica e sociale, non resta che la sovranità penale. E passiamo a uno Stato che reprime e rinchiude ciò che non riesce a promuovere e integrare. Forse questa è una delle ragioni di fondo, strutturali, per cui anche a sinistra abbiamo sostituito la giustizia sociale con il giustizialismo.

Come invertire la rotta?

Partendo dalla realtà della questione sociale, dai fallimenti del neoliberismo, certificati dal FMI non certo dai No global. L’Italia viene da un ventennio prima di crescita debole, poi di recessione; a questi ritmi, con le prospettive di rallentamento dell’economia dovute alle chiusure protezionistiche e all’instabilità globale, recupereremo livelli pre-crisi chissà quando. Alla fine avremo un tempo lunghissimo di sostanziale stagnazione. La cosa più drammatica è che la ripresa non solo è troppo debole per fronteggiare le emergenze sociali esplose con la crisi, ma continua ad allargare i divari. Non solo tra i cittadini, con i poveri che hanno continuato a crescere, ma anche tra le imprese, e di questo non parla mai nessuno. Cresce la distanza tra una quota sempre minore che è inserita nelle catene globali del valore, che esporta e tiene in attivo la bilancia commerciale e la stragrande maggioranza che attua strategie difensive al ribasso, o che scivola nel sommerso per non essere espulsa completamente dal mercato. Dobbiamo smetterla con la retorica delle eccellenze e avere una politica che non si limitati ad interventi tipo Industria 4.0 che si rivolge a chi ce la può già fare; invece al di là degli incentivi, bisogna intervenire per consentire alle aziende più deboli e tecnologicamente più arretrate di cogliere le sfide competitive. Si deve smetterla con la retorica del merito, contraddetta costantemente dai fatti, e mettere tutti, indipendentemente dalla provenienza familiare e geografica, nelle condizioni di sviluppare le proprie capacità. Dobbiamo invertire la priorità. Non crescere per redistribuire, ma ridurre i divari economici, sociali e territoriali per tornare ad avere uno sviluppo robusto, durevole, equilibrato e sostenibile. Bisogna dotarsi di strumenti e la priorità, ripeto, a mio avviso è ricostruire uno Stato che sia intelligente, innovatore e che intervenga nell’economia. L’Europa deve cambiare, smetterla di far “trionfare le idee fallite”, ma c’è un tema tutto italiano, legato anche ai nostri feticci ideologici. Non è colpa dell’integrazione europea se abbiamo rinunciato a quella grande intuizione, socialista, della programmazione economica (che ha fatto la fortuna dei paesi emergenti, per la verità già emersi). Non è colpa della Germania se abbiamo per lungo tempo rinunciato alla politica industriale (che gli USA non hanno mi abbandonato). Non è colpa di Bruxelles se negli ultimi anni abbiamo raggiunto il livello di investimenti pubblici più basso di sempre (quando l’Ocse ci dice che sono esattamente quello di cui avremmo bisogno). Abbiamo ottenuto la flessibilità per cosa? Per tagliare le tasse sulla casa anche ai ricchi? Ci siamo fatti scavalcare a sinistra perfino dalla Commissione europea e dal FMI. No, non è la “vecchia” sinistra, questa. È il vecchio blairismo, specie quello con vent’anni di ritardo.

La crisi delle forze socialiste e di sinistra non è solo un fenomeno nazionale, anche in Europa c’è un affanno evidente e i recenti risultati svedesi lo dimostrano.

Per la verità i socialdemocratici, alla guida del governo rosso-verde, hanno tenuto confermandosi il primo partito, e solo lo sdoganamento dei nazionalisti da parte dei centristi potrebbe ribaltare il risultato. Questo è il tema decisivo in Europa oggi, impedire la saldatura tra popolari e nazionalisti, come sembra suggerire il bavarese Weber, candidato alla Presidenza della Commissione per il PPE. La Merkel è d’accordo su questa linea? Contraddizioni. Ma c’è una involuzione evidente dei popolari, a cui non si risponde, a mio avviso, con un fronte europeista indistinto. Bisogna riportare nell’area europea la dialettica tra destra e sinistra, e da questo conflitto far avanzare il processo di integrazione, una prospettiva irrinunciabile per perseguire la giustizia sociale contro il “potere dei giganti”. Chiudere con la stagione delle grandi coalizioni, su cui i socialisti si sono quasi suicidati. Non mi sfugge la difficoltà di fondo della sinistra europea. Rilevo però troppe volte che nella storia abbiamo assistito all’ansia di decretare la morte del socialismo, che invece sembra vivere una nuova vita negli Stati Uniti. Ma in Portogallo una sinistra plurale guidata dai socialisti governa con successo e guadagna consensi. In Spagna il socialista Sanchez è al governo, con i voti di Podemos, dopo uno scontro nel partito asprissimo proprio sulla grande coalizione. In Grecia, Tsipras governa tra mille difficoltà in un Paese piegato dalla miopia dell’Europa tedesca con la complicità di tutti e con un programma socialdemocratico. La mia idea è proprio questa: un’alleanza delle sinistre euromediterranea, che condividano gli stessi interessi su tutti i principali dossier, dalla riforma economica dell’Eurozona ai migranti, al riorientamento geopolitico verso il Mediterraneo. Ma, tornando ai nostri problemi, bisogna notare che in Europa, laddove declinano i riformisti, si affermano forze più radicali, spesso nuove: nella comune sconfitta di riformisti e radicali, invece, c’è la specificità italiana. Ma prendiamo Corbyn che ha portato il Labour alla percentuale più ampia di consensi, e che per certi versi ha già vinto dettando l’agenda politica su questioni rilevantissime come le ri-nazionalizzazioni. Insomma, se la sinistra torna a fare il suo mestiere non è finita. Ma deve fare il suo mestiere fino in fondo. Willy Brandt diceva che la socialdemocrazia non può diventare l’officina dove si riparano i guasti del capitalismo. E questo vale tanto più oggi, che quella macchina è cambiata profondamente, e non basta aggiustare un singolo pezzo. Se invece dici che non ci sono alternative, accetti il “pilota automatico” e, in definitiva, non riesci a compiere scelte di fondo, per quale motivo un cittadino, magari un giovane precario, dovrebbe appassionarsi alla politica e alla sinistra, immaginarla come il luogo dove può forgiare il suo destino?

Questo è un messaggio disperato o di speranza?

Un verso di Antonio Machado dice “desperados esparamos todavia”. Però no, io non sono affatto disperato. Vedo una grande voglia di reagire, ma la sfida è difficile, e passa per una questione fondamentale: la ri-politicizzazione della società. Che diventa una sfida enorme, al tempo dell’algoritmo. La sfida sui social è la trasparenza, è ridare una gerarchia sociale alle notizie. L’opposizione non può farsi convocare da Salvini sulla sua agenda se vuole diventare alternativa. Io credo che esista un mondo vasto, dentro e fuori, non il Pd, ma tutte le forze politiche della sinistra attuale che fa cose buone e giuste, che esprime un bisogno di sinistra spesso malgrado noi e qualche volta persino contro di noi. Cambia la forma del politico, e deve cambiare in tutti gli ambiti reali e virtuali dove si forma il consenso. Non tessi una tela se inviti i cittadini a votare alle primarie del Pd, ma solo se riconosci il loro protagonismo sociale. Soprattutto, solo se diventi riconoscibile. Devi essere riconoscibile sulla base non solo di un programma di governo, che pure è essenziale nella sue linee fondamentali, ma di qualcosa di più. Di una cornice ideale dentro cui la pluralità di chi oggi esprime politica si possa sentire rappresentata. Questo è il compito di una nuova generazione di donne e uomini politici. No, non è un fatto solo anagrafico. Ma bisogna prendere atto che, persino al di là dei meriti o delle responsabilità, chi ha guidato fin qui ha interrotto un rapporto di fiducia con la società. Se vogliamo salvare un’ispirazione, far vivere un nucleo di principi nel tempo nuovo, abbiamo bisogno di una radicale discontinuità di idee e di volti. Perché serve una grande credibilità, oggi, per farsi promotori di giustizia sociale. Di una nuova idea di società, se non un’idea di socialismo.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

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@robbocap

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