martedì, 18 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Pensioni. Cida: “Il ricalcolo contributivo non è tecnicamente percorribile”
Pubblicato il 26-09-2018


Previdenza

PENSIONE E RISCATTO

La pensione totalizzata «estingue» il riscatto. Idem la pensione in cumulo. Chi sta versando a rate gli oneri contributivi di un riscatto, infatti, non può aver accesso alla pensione liquidata in regime di

totalizzazione o in regime di cumulo, se prima non chiude la partita del riscatto. Due le possibilità: pagare il debito contributivo residuo (ottenendo, così, la valutazione dell’intero periodo di riscatto ai fini pensionistici); non pagare più altre rate (ma in tal caso sarà valutato il segmento di riscatto corrispondente all’onere effettivamente versato). Non è possibile, invece, chiedere le trattenute in pensione. A precisarlo è l’Inps nel messaggio n. 3190/2018 recentemente diramato.

Segmenti contributivi.

L’Inps dà chiarimenti in merito alla gestione delle trattenute sulle pensioni erogate in regime di totalizzazione (dlgs n. 42/2006) o cumulo (legge n. 232/2016). Si tratta di due ipotesi simili: sia la totalizzazione e sia il cumulo, infatti , consentono a tutti i lavoratori (dipendenti, autonomi e liberi professionisti ), che hanno corrisposto contributi in diverse casse, gestioni o fondi di previdenza, di acquisire gratuitamente il diritto a un unico trattamento pensionistico di vecchiaia, anzianità, inabilità e ai superstiti. Con la totalizzazione la pensione è liquidata solo e soltanto con il sistema contributivo; con il cumulo, invece, la prestazione di quiescenza è il risultato della somma di tanti spezzoni, ciascuno determinato dalle diverse gestioni previdenziali coinvolte nel cumulo (vale il criterio cosiddetto del «pro quota»).

Stop al riscatto.

Come accennato, sulla pensione liquidata per totalizzazione o cumulo non sono applicabili le discipline prefigurate nelle diverse gestioni previdenziali sul versamento degli oneri da riscatto, discipline peraltro divergenti e non omogenee tra loro. In mancanza di un’espressa norma, afferma l’Inps, su tali pensioni non possono essere fatte le trattenute per il pagamento di oneri di riscatto che devono, dunque, essere interamente corrisposte prima dell’accesso all’assegno pensionistico. Nelle ipotesi di pagamento rateale in corso, sottolinea l’Inps, affinché il periodo da riscatto sia interamente valutato, i soggetti richiedenti devono versare l’onere residuo in unica soluzione. Altrimenti, i periodi contributivi oggetto di riscatto saranno valutabili per la durata corrispondente all’importo dell’onere effettivamente pagato.

Cessione del quinto.

Per la stipula di contratti di finanziamento da parte di titolari di pensione, spiega l’Inps, il calcolo della quota cedibile (della pensione) soggiace ai limiti indicati in tabella. Pertanto, nel caso di pensioni concesse in regime di totalizzazione o di cumulo, la quota cedibile va calcolata, nell’ambito delle predette soglie, in relazione all’importo totale della pensione effettivamente in pagamento, a prescindere dalla circostanza che le singole quote siano erogate dall’Inps e/o da altri enti e/o casse professionali e, dunque, anche qualora non sia presente alcuna quota a carico dell’Inps.

Trattenute per Ape volontario.

Sulla pensione liquidata per totalizzazione o cumulo il recupero dell’Ape volontario avviene secondo le stesse modalità di recupero previste per le pensioni ordinarie (cioè in 240 rate mensili).

Pignoramenti.

L’Inps precisa che la pensione liquidata per totalizzazione o cumulo, quale unico trattamento pensionistico, pur costituito da vari pro‐rata, è pignorabile a seguito di procedure esecutive promosse da terzi in base alla disciplina stabilita per i redditi di pensione (art. 545, comma 7, codice di procedura civile).

Cida

RICALCOLO CONTRIBUTIVO NON PERCORRIBILE

“Finalmente il buon senso sembra prevalere sugli slogan: il ricalcolo contributivo sulle pensioni medio-alte non è tecnicamente percorribile e, nel modo, inoltre, come è stato annunciato e proposto nella proposta di legge Molinari-D’Uva, è iniquo e incostituzionale”. Così Giorgio Ambrogioni, presidente di Cida, la confederazione dei dirigenti e delle alte professionalità, commentando lo studio riportato di recente dal quotidiano ‘la Repubblica’. “Non possiamo che condividere la tesi contenuta nel documento anticipato dal quotidiano. L’analisi elaborata dal centro studi autonomo ‘Itinerari previdenziali’ sugli effetti dell’ultima iniziativa legislativa sulle pensioni coincide e amplia quanto sostenuto da Cida, che aveva interpellato economisti e giuristi per confortare le proprie tesi”, spiega Ambrogioni.

“Non solo il cosiddetto ricalcolo contributivo è tecnicamente impraticabile per carenza o mancanza dei dati previdenziali necessari -rimarca- ma la soluzione prospettata nell’articolato governativo appare giuridicamente insostenibile perché mette insieme retroattività, coefficienti stimati e calcoli presunti”.

“Nella nostra azione sindacale -continua Ambrogioni- a difesa del trattamento pensionistico di dirigenti e manager (cui si sono aggiunti magistrati, diplomatici, militari, professionisti) abbiamo denunciato gli aspetti velleitari della proposta fortemente sponsorizzata dal ministro del Lavoro, Di Maio, e ne abbiamo dimostrato le palesi carenze tecniche, l’incongruenza giuridica e la strumentalizzazione politica ai danni di una parte importante della classe dirigente di questo Paese. Lo abbiamo fatto ‘a viso aperto’, chiedendo a più riprese un incontro con il ministro per spiegare ed argomentare le nostre tesi. Richieste finora rimaste senza risposta”, avverte.

“Voltiamo pagina, allora, e apriamo un confronto leale -spiega ancora Ambrogioni- fra governo e chi rappresenta diritti e interessi di importanti categorie professionali. I cosiddetti corpi intermedi non vanno demonizzati, né ghettizzati, ma ascoltati e apprezzati al di fuori di pregiudizi lobbistici. Sta emergendo – dice – l’ipotesi di un contributo di solidarietà sulle pensioni medio-alte per recuperare risorse da destinare ad interventi nel welfare e nell’assistenza”.

“Diciamo subito -aggiunge- che tale scenario non ci piace affatto, visto che le nostre categorie di pensionati hanno già dato in termini di contributi di solidarietà e blocchi della perequazione. Però, siamo disponibili a sederci attorno a un tavolo e a discutere se la proposta viene sostenuta da un contesto politico convincente e da un’impalcatura tecnica sostenibile”.

“Altra sarebbe la nostra reazione se si volesse testardamente insistere sulla via dell’imposizione di un ricalcolo contributivo delle pensioni, basato sul pregiudizio e su quella ‘caccia alle streghe’ mediatica che è si è voluta costruire con il trucco delle pensioni d’oro”, conclude Ambrogioni.

Stipendio

ECCO QUANTO GUADAGNANO GLI ITALIANI

Difficile dire con precisione quanto guadagna un dipendente italiano. Naturalmente rispondere a questa domanda non è semplice dal momento che lo stipendio dipende dal tipo di professione che si ricopre. Per farsi un’idea delle retribuzioni basta guardare il Jp Salary Outlook 2018, realizzato dall’Osservatorio JobPricing, tramite i dati forniti dalla società di consulenza HR Pros.

Come rilevato dal report, nel 2017 lo stipendio medio di un dipendente in Italia è stato pari a 29.380 euro lordi, che al netto corrispondono a circa 1.580 euro mensili. Un dato che preoccupa poiché mette in risalto una lenta crescita delle retribuzioni nel nostro Paese, visto che nel 2015 il livello medio si era assestato a 1.560 euro. Un altro problema da risolvere riguarda la differenza che c’è tra lo stipendio dei dipendenti del Nord e del Sud Italia; chi è occupato nel Settentrione, infatti, guadagna il 7,1% in più di chi lo fa nelle zone centrali del Paese e il 17,3% in più degli occupati al Sud o nelle Isole.

A tal proposito, però, bisogna sottolineare che anche il costo della vita decresce scendendo nello Stivale. Nel dettaglio, tra le Regioni dove i dipendenti guadagnano di più troviamo la Lombardia (31.718 euro lordi) seguita da Trentino Alto Adige (30.908 euro) ed Emilia Romagna (30.523 euro); viceversa agli ultimi tre posti abbiamo rispettivamente il Molise (25.197€), la Basilicata (24.883€) e la Calabria (24.453€). Come è ovvio ci sono dei lavori dove si guadagna di più e altri dove invece la retribuzione è più bassa; secondo il report realizzato da JobPricing, ad esempio, la Ral media più alta a livello settoriale è quella relativa al mondo della finanza (41.000 euro), mentre con 23.778 euro lordi chiude la classifica il settore agricolo.

Fisco

IN 20 ANNI 200 MILIARDI DI TASSE IN PIÙ

Quasi duecento miliardi di tasse in più in vent’anni. Dal 1997 al 2017 il peso delle imposte che gravano sui 41 milioni di contribuenti italiani è infatti aumentato di 198 miliardi di euro (passando da 304 a 502 miliardi) ma con un tasso di evasione pari al 16,3 per cento, con punte del 24,7 in Calabria, del 23,4 in Campania e del 22,3 per cento in Sicilia. A rivelarlo, l’ultima analisi della Cgia di Mestre, che valuta a livello nazionale il livello delle imposte sottratte al fisco intorno ai 114 miliardi di euro.

La ricerca dell’Ufficio Studi della Cgia evidenzia come nei 20 anni considerati le entrate tributarie sono cresciute di oltre 65 punti, un livello nettamente superiore all’andamento dell’inflazione aumentata di quasi 43 punti percentuali.

Peraltro – ricorda la Cgia – “l’armamentario fiscale italiano è composto da oltre 100 voci: una sequela di addizionali e bolli, dai canoni ai contributi, dai diritti alle imposte per passare alle ritenute. Non mancano, ovviamente, le tasse i tributi e le sovraimposte; senza contare che paghiamo, purtroppo, anche le tasse sulle tasse. L’esempio più clamoroso lo subiamo quando ci rechiamo a fare il pieno alla nostra autovettura. La base imponibile su cui si applica l’Iva è composta anche dalle accise sui carburanti”.

Nel 2016 (ultimo anno in cui è possibile effettuare una comparazione con i paesi Ue) i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino al 2 giugno (154 giorni lavorativi), vale a dire 4 giorni in più rispetto alla media registrata nei Paesi dell’area euro e 9 se, invece, la comparazione è realizzata con la media dei 28 Paesi dell’Unione europea. Solo la Francia presenta un numero di giorni di lavoro necessari per pagare le tasse nettamente superiore a quello italiano (+21); tutti gli altri, invece, hanno potuto festeggiare la liberazione fiscale con un netto anticipo. In Germania, ad esempio, 7 giorni prima di noi, in Olanda 12, nel Regno Unito 27 e in Spagna 28. Il paese più virtuoso è l’Irlanda: con una pressione fiscale del 23,6 per cento permette ai propri contribuenti di assolvere gli obblighi fiscali in soli 86 giorni lavorativi .

“Come emerge in molti manuali di scienza delle finanze – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – con un carico impositivo smisurato anche l’evasione fiscale assume dimensioni economiche preoccupanti”. “In linea generale – segnala il segretario della Cgia Renato Mason – in nessun altro Paese d’Europa viene richiesto uno sforzo fiscale come in Italia. La nostra giustizia civile è lentissima, la burocrazia ha raggiunto livelli ormai insopportabili, la Pubblica amministrazione rimane la peggiore pagatrice d’Europa e il sistema logistico-infrastrutturale registra dei ritardi spaventosi: nonostante queste inefficienze, la richiesta del nostro fisco si colloca su livelli elevatissimi e, per tali ragioni, appare del tutto ingiustificata”.

Oltre all’eccessivo carico fiscale che grava sui contribuenti, concludono dalla Cgia, il problema nel nostro Paese è anche il peso dell’oppressione fiscale che ostacola l’attività quotidiana, soprattutto delle imprese di piccola dimensione. Al netto delle tariffe applicate dai commercialisti per la tenuta della contabilità aziendale, secondo una indagine realizzata periodicamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, il costo della burocrazia fiscale in capo agli imprenditori (obblighi, dichiarativi, certificazione dei corrispettivi, tenuta dei registri, etc.) ammonta a circa 3 miliardi di euro all’anno.

Carlo Pareto

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