sabato, 15 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Quota 100, incognita anche per gli esodati
Pubblicato il 24-09-2018


EsodatiPotrebbe prendere corpo l’idea di anticipare la pensione con un minimo di 36 anni di contributi previdenziali. Il vicepremier Matteo Salvini punta a 62 anni di età e 38 di contributi, al Tesoro si starebbe lavorando su 64 anni e 36 di contributi. L’ipotesi della riforma delle pensioni con quota 100, con un minimo di 62 anni di età e 36-37 anni di contributi, sembrerebbe rafforzarsi. L’anticipo della pensione con un minimo di 36 anni di contributi interesserebbe nel 2019 una platea di circa 400mila persone in più rispetto alle regole attuali.
Durante il vertice sulla manovra che si è tenuto recentemente a Palazzo Chigi, uno dei punti chiave tra quelli affrontati è stata la riforma delle pensioni. La Lega ha confermato la cosiddetta ‘quota 100’ (62 + 38), con l’obiettivo si superare l’attuale legge Fornero. In un’intervista, Salvini ha messo l’accento sui provvedimenti che consentiranno di smontare la legge realizzata dall’ex ministro al Welfare durante il governo Monti. Matteo Salvini ha dichiarato: “La riforma del sistema previdenziale consentirà a 300-400mila persone di andare in pensione liberando altrettanti posti di lavoro”.
Nel dibattito pubblico che si sta sviluppando attorno alle nuove opzioni di flessibilità,  previste in avvio nel 2019, resta ancora aperta la questione dei  cosiddetti lavoratori precoci, ovvero di coloro che hanno iniziato a lavorare in giovane età e per questo non riescono a raggiungere in tempo utile il requisito anagrafico della quota 100. Per questi pensionandi si è quindi ipotizzato di avviare una versione generalizzata dell’attuale quota 41,  sebbene si sia parlato anche di 41,5 o 42 anni di contribuzione. Nella pratica, questi sarebbero sufficienti a garantire l’accesso alla quiescenza, indipendente dall’età effettivamente maturata, seppure al prezzo di un ricalcolo parzialmente contributivo.
In realtà, non è ancora chiaro quale sarà il vincolo anagrafico della quota 100, non appare nemmeno scontato l’avvio generalizzato della misura dedicata ai precoci già nella prossima Manovra. Basti ricordare, a tal proposito, le recenti proiezioni del Centro Studi Tabula di Stefano Petrarca, che ha stimato in 13 miliardi di euro  l’avvio contemporaneo della quota 100 dai 62 anni e della quota 41.
Se i tecnici dell’esecutivo si trovano a dover sciogliere il difficile nodo dei conti, dall’altro lato la pazienza dei  lavoratori precoci sembra andare verso l’esaurimento. Le ipotesi circolate nelle scorse settimane secondo le quali la quota 41  possa essere rimandata al 2020 (cioè alla legge di bilancio successiva) sembrano comunque poter essere sconfessate, perlomeno rispetto a quanto ha evidenziato il leader della Lega Matteo Salvini in merito alla flessibilità previdenziale nella legge di bilancio 2019.
Il Sottosegretario al Ministero del Lavoro Claudio Durigon ha affermato: “Il Governo non si dimentica di chi ha già raggiunto 41,5 o 42 anni di contributi  perciò vedremo cosa si può fare e quante risorse aggiuntive servono”.
Dal punto di vista dei finanziamenti, le risorse verrebbero reperite tramite la riorganizzazione degli attuali capitoli di spesa e la  nuova pace retributiva, mentre un ulteriore contributo alla sostenibilità del provvedimento arriverebbe dal ricalcolo parzialmente contributivo dell’assegno. Insomma, se è vero che il provvedimento dovrebbe essere confermato già a partire dal 2019, sui criteri operativi e sulla sua reale convenienza restano ancora molti dettagli da chiarire.
La Quota 100 è una proposta per anticipare l’età pensionabile per i lavoratori iscritti presso i fondi di previdenza gestiti dall’assicurazione generale obbligatoria (AGO), le gestioni speciali dei lavoratori autonomi, la gestione separata i fondi sostitutivi ed esclusivi dell’assicurazione generale obbligatoria.
L’idea parte dal presupposto di ripristinare il vecchio sistema delle quote, abolito dalla Riforma Fornero del 2011, consentendo al lavoratore di sommare l’età anagrafica a quella contributiva per raggiungere un valore che consente l’uscita. Nel caso della quota 100 la somma dei valori di età e contributi deve restituire, per l’appunto, il valore 100 (es. 64 anni + 36 di contributi = 100).  Questa proposta è stata fatta propria dal Governo Conte per superare la legge Fornero nel corso della nuova legislatura. In attesa che il nuovo esecutivo sveli i dettagli ufficiali del progetto (attualmente si ipotizza un minimo di 64 anni di età) andrebbe ricordato che nel 2015, in occasione della discussione della flessibilità in uscita, fioccarono diversi progetti di legge poi rimasti nel cassetto.
Il più noto era contenuto nel disegno di legge 2945 promosso dall’ex Ministro del lavoro, Cesare Damiano. In quel progetto  i lavoratori avrebbero dovuto perfezionare almeno un’età anagrafica minima di 62 anni e 35 anni di contributi  più il contestuale perfezionamento della quota 100 valore determinato, per l’appunto, attraverso la somma dell’età anagrafica con quella contributiva. A conti fatti, l’uscita poteva essere centrata, ad esempio, con  62 anni  e  38 anni di contributi, con 63 anni e 37 di contributi, con 64 anni e 36 di contributi o con 65 anni e 35 anni di contributi.
Più alto il requisito previsto per i  lavoratori autonomi (ovvero gli iscritti alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi e nella gestione separata) ai quali veniva richiesto il perfezionamento della  quota 101  con almeno  63 anni di età.
Anche la Lega Nord nel 2015 presentò un analogo disegno di legge (ddl 2955) più flessibile ma molto più oneroso rispetto all’ipotesi Damiano. La Lega fissava i paletti a  58 anni e 35 anni di contributi rendendo di fatto possibili le uscite anche con le combinazioni 60 anni e 40  di contributi. In entrambi i progetti non erano previste penalità sull’assegno.
Nella riforma a quota cento, non si parla dei lavoratori in esodo, che sono usciti dal mercato del lavoro e che percepiscono un assegno dal Fondo speciale Inps soggetto a tassazione separata. Nel frattempo le aziende continuano a versare i contributi all’INPS fino al raggiungimento della pensione. Non si sa se i lavoratori esodati saranno esclusi o inclusi nella quota 100 per i requisiti pensionistici. Premesso che quasi tutti gli esodati hanno raggiunto o superato la quota cento, nel caso di inclusione ci sarebbe un vantaggio per il datore di lavoro che cesserebbe il versamento dei contributi all’INPS ed una penalizzazione del lavoratore che riceverebbe una pensione maturata più bassa.
Dunque, la riforma della legge Fornero non sempre avvantaggerebbe i lavoratori e non sempre produrrebbe nuovi posti di lavoro. Con il sistema contributivo, per tutti, si sa che, se sono minori gli anni di contribuzione, sarà minore la prestazione pensionistica ricevuta. Poi, dal possibile turn-over della forza lavoro, si determinerebbe una maggiore precarietà nel lavoro.

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