lunedì, 22 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Rugby Championship. Argentina: vincono perché sono duri
Pubblicato il 20-09-2018


rugbyLa notizia della settimana è, anzi a pensarci bene quella del mese o forse del 2018, insomma gli All Blacks hanno perso con l’aggravante che la sconfitta è arrivata a Wellington, uno dei templi del rugby neozelandese, e contro i grandi rivali del Sudafrica. Non sono state sufficienti le mete dei “tutti neri” , 34 a 36 il risultato finale, contro un Sudafrica che ha giocato un match tutto orgoglio e forza fisica, alla vecchia maniera Bok, capaci di resistere gli ultimi 10 minuti ad uno tsunami nero e riaprendo di fatti il Championship.

Ci può essere qualcosa di più forte? Sì, l’Argentina che piega l’Australia a Brisbane per 19 a 23. Erano ben 35 anni che non succedeva. L’Australia è fra le grandi potenze finanziarie dove lo sport è una delle basi della società e i Governi Centrali e locali elargiscono milioni di dollari. L’Australia ha una delle nazionali di rugby più blasonate. Ma in questa Argentina è chiara l’impronta di Coach Mario Ledesma, uomo di rugby a tutto tondo con esperienze nel Top 14 francese come giocatore e in Australia come allenatore delle difese, capace di restituire i Pumas ai grandi fasti. Un gioco elementare senza troppi fronzoli con gli avanti che spingono ed i trequarti che corrono, tutto guidato da una mediana sagace. Insomma riesce ad accentuare temperamenti innati. La vittoria di Mendoza, un mese or sono, contro il Sudafrica, la bella prestazione se pur battuti di inizio mese contro gli All Blacks segnano positivamente il passo di questa squadra. Vi è stato un cambio generazionale senza grossi scompensi con giovani talenti di grande carattere che in molti ammirano e schiererebbero fra le proprie file.

E questa Argentina, sarà anche per l’innumerevole presenza di cognomi italiani, ci ha da sempre portato a raffronti con il nostro rugby e rimuginare come facciano ad essere sempre davanti, così in alto nel ranking, occupando tenacemente posizioni fra i primi dieci posti nella classifica mondiale, e a batterci sistematicamente. Una federazione, la UAR, che finanziariamente non vive nella prosperità, non potrebbe anche per i noti motivi economici che stanno tormentando lo stato argentino negli ultimi trent’anni, un campionato che da sempre vede innumerevoli poco più che adolescenti vivere con il mito della fuga nei campionati anglo-francesi. C’è stato un periodo in cui, in parecchi, si accasavano anche in Italia. Giocatori che non sempre li si poteva classificare di “prima scelta” ma da noi sfangavano la giornata con contratti economici poco più elevati di quello di un quadro direttivo nell’industria. Certo poi ci sono i Dominguez, i Parisse, i Castrogiovanni e i Neto e tanti altri che indossando la maglia Azzurra hanno portato lustro alla nostra nazionale. Ma questo non cambia e ti prende il mal di stomaco nel pensare a noi e quanto abbiamo e quella Terra così. Così agli antipodi da tutto il rugby che conta, così discosti dal giro di business. E poi arrivi ad una risposta, forse non proprio alla risposta tecnica ma con una sua logica, con un raziocinio. Sono un popolo tànghero e tanghèro, è gente dura che pare sia sortita dal pennello di un naif come Covili. A loro basta un pallone ovale e un paio di vecchie scarpe tacchettate per sgambare e azzuffarsi sulle zolle di un campo di periferia di una delle strepitanti popolose grandi città come in mezzo al nulla nel silenzio della pampas in Patagonia. Questi possono battere chiunque. Sono i figli e i nipoti di chi ha penato realmente e mordere la sofferenza è nel DNA. Sanno che, anche nel terzo millennio, spingere e correre può essere ancora il modo per fuggire dalle tante miserie che può riservare un paradiso infernale. Noi lo abbiamo dimenticato.

Rugbyingclass
di Umberto Piccinini

 

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