mercoledì, 19 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Scrive Luigi Mainolfi:
Dilemma, pubblico o privato?
Pubblicato il 04-09-2018


Dal 14 agosto u.s. ( crollo del ponte di Genova), giornali, Radio e Televisioni si interessano copiosamente di privatizzazioni, concessioni e nazionalizzazioni. Ogni tanto, le privatizzazioni vengono confuse con le concessioni e la presenza dello Stato in quote di società con nazionalizzazione. La cosa che mi sorprende è l’apparente sicurezza, con la quale molti parlano di argomenti che non conoscono. Anche la parola “ concorrenza” è tornato di moda, dopo un periodo di emarginazione. Ho notato che quasi nessuno fa derivare questi argomenti da una visione politica della società. Sembrano tutti figli di una stessa confusione, cambia solo la direzione dello sguardo. Vorrei tentare di dare il mio modesto contributo per cercare di diradare la nebbia. L’esigenza di strumenti politici, atti a correggere le mostruosità delle società, si incominciò ad avvertire dopo la Rivoluzione Industriale, di fine ‘700, in Gran Bretagna .

Quelli, che furono, poi, indicati come riformisti e utopisti, elaborarono diverse proposte, per rispondere alla domanda del “Che fare?” . Lentamente e dopo molti decenni, si arrivò alla nascita di “organizzazioni politiche” con orientamenti, sempre più distinti e in concorrenza. Si arrivò alla distinzione tra i sostenitori del liberismo e quelli dello statalismo, con diverse gradazioni. I primi sostenevano il “lascia fare, lascia passare”, dal che derivò il concetto della libera concorrenza, mentre i secondi ritenevano che le attività economiche dovevano essere controllate dagli Stati. Alcuni economisti sostengono che la concorrenza sia un punto di partenza per viaggiare verso il monopolio o il duopolio, concetti, ad essa, alternativi. Se A e B sono in concorrenza, si possono verificare tre ipotesi: A sconfigge B; B sconfigge A; A e B si mettono d’accordo e controllano il mercato.

Attraverso diverse fasi politiche si è arrivato a considerare normale la presenza dello Stato nell’Economia. Da alcuni anni, sentiamo ripetere che l’economia domina la politica. Cosa che ha, secondo loro, provocato la crescita delle diseguaglianze e la precarizzazione del lavoro. Addirittura, economisti importanti a livello mondiale sostengono che le future generazioni non avranno certezze, ma saranno trasformate in braccianti ( guadagneranno alla giornata). L’ aumento delle negatività è stato provocato dalla sudditanza interessata della politica ai poteri forti economici. A questi, dopo tangentopoli furono cedute le chiavi, per la gestione e per il controllo dei gioielli statali. Un’osservazione è d’obbligo. Gli Agnelli, gli Olivetti e le altre famiglie imprenditoriali erano partiti da zero e, gradualmente, crearono imperi, conservando uno stile aristocratico e liberista. Nel trentennio della seconda Repubblica, i Benetton , i Colaninno, i De Benedetti ,ecc sono cresciuti, grazie alla fine dell’armonioso rapporto tra politica ed economia. Mentre si abbassava il livello della politica, cresceva il mercatismo senza morale e la gara a chi diventava più potente e più influente. Il consenso dei cittadini ci fu grazie a delle frasi ad effetto, vere Fake news, come “ Le imprese Statali producono perdite, mentre quelle private producono utili”. Si paragonava un pubblico, corrotto e inefficiente, a un privato onesto ed intelligent.

Paragoni tra grandezze incommensurabili, con l’assoluzione di forze politiche interessate. La cosa ridicola fu che il PCI, dopo tangentopoli, tradendo la sua storia e la sua cultura, non ostacolò , anzi favorì, la svendita di pezzi delle partecipazioni statali. Anche ciò, che era stato nazionalizzato dal Centrosinistra (DC-+PSI), come ENEL), fu smembrato. Il ridicolo è stato raggiunto quando quote di società statali italiane sono state vendute a Società Pubbliche di altri Stati, come Germania, Cina, Francia, Qatar, ecc. Gli ultimi fatti dimostrano che pensare che i privati siano più bravi , più onesti e più altruisti dello Stato è una sciocchezza o un alibi per giustificare intrallazzi, in cambio di finanziamenti. Ciò, purtroppo, con il consenso degli ingenui cittadini. Se, poi, fotografiamo ciò che esiste negli altri Paesi, ci rendiamo conto che possiedono grandi percentuali delle attività economiche, soprattutto di Banche. Con queste presenze, controllano vasti settori dell’economia.

Ciò è dimostrato anche dal fatto che gli Stati aiutano le loro Imprese a conquistare mercati esteri. Se cerchiamo i Paesi, nei quali il PIL cresce di più, ci accorgiamo che il maggior numero è costituito da Paesi, in cui lo Stato è più presente in economia. L’esempio più eclatante è costituito dalla Cina, in cui esiste un capitalismo di Stato. C’è anche un altro motivo a favore della prevalenza della politica. In un mondo globalizzato senza limiti protezionistici, con economie virtuali gestibili con azioni informatiche velocissime e sensibilissime, l’avere una guida, controllata da una sola mente, rende l’economia di un paese meno vulnerabile e meno global-dipendente. Cari e pazienti lettori, come dobbiamo giudicare il mutismo del sindacato, che invece di ostacolare lo sbracamento concettuale, lo ha favorito? Forse hanno valutato che, avere come antagonisti società private, avrebbe fatto aumentare il loro potere contrattuale e le occasioni per trattare sottobanco. Mi augiuro che il, popolo si svegli.

Luigi Mainolfi

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