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Opinioni e commenti
 

Settant’anni fa Visconti realizzava il film “La terra trema”
Pubblicato il 24-09-2018


terra trema

Accanto alle difficoltà finanziarie che ostacolano la realizzazione del film di Luchino Visconti “La terra trema”, altre grane scoppiano prima che quel film venga proiettato alla Mostra del cinema di Venezia nel 1948. Pare che Visconti – come denunciato dall’associazione Pro Catania, che ha inviato lettere di protesta al Presidente della regione siciliana – abbia ripreso “ragazzetti di miserabile aspetto che frugano tra cataste di immondizia per recuperare ciò che di commestibile possa trovarvisi, onde cibarsene”, mentre alcuni cani avrebbero dovuto competere con i bambini per procurarsi gli scarti. Intervenendo con una lettera ai giornali, il regista manifesta stupore e respinge quell’accusa secondo lui “inventata di sana pianta”.

A tentare di appianare i contrasti fra il regista e i giornali e poi fra l’artista e i siciliani, interviene anche il produttore del film, l’architetto catanese Salvo D’Angelo, che sottolinea come all’estero già si parla di una Sicilia rivalutata grazie all’opera di Visconti che ha inventato un modo tutto nuovo di fare cinema. Il modo nuovo è la storia di un film dalle mille vicissitudini. Ma raccontiamo con ordine. Nell’autunno del 1947 Visconti arriva ad Acitrezza insieme agli assistenti alla regia Francesco Rosi e Franco Zeffirelli perché ha in mente di girare un film-documentario intitolato “La terra trema”, ispirato al romanzo di Verga “I Malavoglia”, con il quale si propone di descrivere “gli aspetti più salienti e caratteristici della vita e dei costumi della regione siciliana”.

Per questo le riprese intendono prendere di mira le città e le zone più tipiche dell’Isola. Attento al paesaggio del borgo marinaro e dintorni, Visconti mangia svogliatamente all’osteria del paese, discute, prende appunti, poi saluta con “arrivederci a presto”. Quando ritorna, in effetti, la troupe portata dal regista ad Acitrezza è composta di pochi elementi: non ci sono scenografi, costumisti, arredatori ecc. Anche i mezzi di lavoro sono ridotti al minimo: due cineprese, pochi metri di carrello, nessuna gru, nessun dolly.

La lavorazione di “La terra trema”, nata su iniziativa di Antonello Trombadori e finanziata con sei milioni di lire dal Pci, che forse intende utilizzare il film come una sorta di manifesto in vista dell’aspra contesa elettorale del 1948, ben presto si arena perché il partito non si impegna a versare ulteriori fondi. Dopo qualche disorientamento iniziale, Visconti racimola i soldi necessari per proseguire le riprese grazie alla vendita di alcuni beni di sua proprietà e ai sacrifici di amici coinvolti nella realizzazione del film. Ma non va molto avanti, a causa dei debiti che intanto si sono accumulati: nel luglio del 1948, ad esempio, un albergo di Catania, che durante le riprese ha ospitato Visconti e gli altri componenti della troupe, sollecita il pagamento di 1 milione di lire.

A questo punto a risolvere la questione interviene Salvo d’Angelo, legato alla casa di produzione cattolica Universalia, che, tramite un finanziamento di non meno di 37 milioni, dà a Visconti e alla sua troupe la possibilità di lavorare per diverse settimane e di portare a compimento la realizzazione del film. Intanto Acitrezza, che ha accolto con diffidenza e stupore il gruppo dei cinematografari, vede che la sua economia, fondata sulla pesca e la salatura delle acciughe, comincia a girare. E questo anche perché il regista milanese vuole pescatori e cittadini da utilizzare nelle scene del film. Il primo giorno delle riprese gli abitanti scelti per recitare si presentano con i vestiti della festa e, quando Visconti li rimanda indietro perché si mettano i vestiti soliti, rimangono male. “Se parlo nel cinema, dice una ragazza, voglio almeno essere vestita come quando esco la domenica”.

Sulla piazza del paese, circondato da una folla di uomini e di donne che si affollano sui balconi e le terrazze, Visconti illustra la storia della famiglia Valastro che ricalca e attualizza le vicissitudini dei Malavoglia. Nel film infatti il desiderio di mettersi in proprio dei protagonisti, il fallimento dovuto alla perdita della barca durante una tempesta, l’impossibilità di pagare l’ipoteca che determinerà la perdita della casa e le conseguenti difficoltà economiche non sfociano nella verghiana rassegnazione alle avversità del destino. Al contrario, incoraggiano la ribellione dei pescatori ai soprusi dei grossisti. Visconti espone situazioni, personaggi. Gli uomini, tutti pescatori, parlano, discutono, si consultano, alzano la voce, infine dicono la loro. I due aiuto registi, i giovanissimi Francesco Rosi e Franco Zeffirelli, prendono appunti, perché non c’è sceneggiatura, ma solo idee e poche paginette, mentre i dialoghi in siciliano stretto lievitano sul posto. Il dialetto, lingua dei poveri, sottolinea l’isolamento culturale di una comunità che vive un’esistenza sempre uguale a se stessa, estranea ai beni della modernità. L’italiano, invece, è la lingua di uno Stato percepito come lontano e nemico. È la lingua parlata dai potenti e dalla burocrazia, quella dell’avviso di sfratto che arriva a casa Valastro e anticipa il fallimento del progetto imprenditoriale di ‘Ntoni (“arrivau a catta”).

Lorenzo Catania

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