sabato, 15 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Spagna. I dolori del “giovane” Sanchez
Pubblicato il 28-09-2018


governo-sanchezIl governo spagnolo, guidato da Pedro Sanchez, vive giorni difficili e di continue polemiche. Dietro l’angolo, le dimissioni del terzo membro dell’esecutivo, dall’insediamento nel giugno scorso. Dopo neanche trenta giorni alla Moncloa, il Presidente del Governo ha dimissionato Maxim Huerta, ministro della cultura, a causa di una condanna per evasione fiscale. Al giro di boa dei 100 giorni, Sanchez ha accusato il colpo delle dimissioni del ministro della Salute, Carmen Monton, costretta a lasciare l’incarico, dopo la scoperta del plagio della sua tesi di master all’Istituto di Diritto Pubblico dell’Università statale Juan Carlos I di Madrid. Una tesi ampiamente copiata e l’intero percorso del master pieno di irregolarità, in termini di presenze fittizie e voti non corrispondenti.

Tuttavia, si è scoperto che lo stesso Istituto di Diritto Pubblico di Madrid, chiuso dalla magistratura e al centro di un’inchiesta, in cui è coinvolto anche il neo-leader del Partido Popular Pablo Casado, rappresentava una fabbrica di titoli falsi per l’élite politica spagnola. È degli ultimi giorni, la notizia della tempesta scatenata sulla titolare della Giustizia Dolores Delgado, per le conversazioni intercettate con l’ex commissario José Manuel Villarejo, collezionista di dossier segreti, in custodia cautelare dallo scorso novembre, accusato di riciclaggio, organizzazione criminale, corruzione per i ricatti a giudici, politici, imprenditori e funzionari del Centro Nacional de Inteligencia (Cni).

La Delgado, inizialmente aveva negato di aver mai conosciuto l’ex commissario, in seguito è stata smentita da diversi audio diffusi da media on line confidenciales, dove si ascoltano commenti, quanto meno, imbarazzanti. Si va da apprezzamenti non affettuosi verso il collega Fernando Grande-Marlaska, attuale ministro degli Interni, omosessuale dichiarato nel governo socialista a larga maggioranza femminile, bollato come «maricon»; ad intercettazioni dove la Delgado, in un incontro con Villarejo e l’ex giudice Garzon, racconta di aver visto, durante un viaggio di lavoro a Cartagena, procuratori spagnoli e membri del Tribunale Supremo accompagnarsi a cameriere minorenni dell’hotel.

E altri numerosi commenti del tenore di: «La giustizia in questo paese è una puta mierda». Sia Carmen Monton che Dolores Delgano, erano tra i più stretti collaboratori del premier socialista. Entrambe le esponenti politiche sono state fedeli al leader, anche nel tortuoso cammino che ha portato Sanchez nuovamente alla guida del PSOE, con lo scontro con buona parte del gruppo dirigente storico e, dopo poco tempo, alla presidenza del governo.

Queste vicende colpiscono direttamente l’esecutivo, hanno delle ripercussioni rispetto alla già fragile tenuta parlamentare: il monocolore socialista gode, infatti, dell’appoggio di 84 deputati sui 350 della Camera. Com’è evidente, il Partito Socialista necessita dell’appoggio di Podemos e delle forze regionaliste e indipendentiste per ottenere la maggioranza al Congresso.

Il Senato, a maggioranza popolare, ha approvato una mozione di censura dell’operato della Delgado, che si è difesa dichiarando che nessuno potrà minacciare il governo socialista. Pablo Iglesias, il leader di Podemos, dopo aver chiesto, a gran voce, le dimissioni dell’allora ministro della Salute, Carmen Monton, reclama le dimissioni del ministro della Giustizia, in compagnia del Pp e di Ciudadanos che richiedono le elezioni anticipate.

Un’altra grana, più politica e meno giudiziaria, è rappresentata dalla “questione venezuelana”: il governo spagnolo è, in Europa, tra i più aperti sull’accoglienza dei migranti che arrivano dal mare (va in questo senso, l’iniziativa dell’ex ministro Monton, volto al ripristino dell’assistenza sanitaria universale anche per gli immigrati clandestini).

Si ricorderà quando a giugno scorso, il primo ministro spagnolo ha tolto le castagne dal fuoco al governo Di Maio-Salvini, che aveva rifiutato l’accesso nei porti italiani della nave Acquarius, con 629 migranti a bordo. In quell’occasione Sanchez dichiarò: «È nostro obbligo aiutare a evitare una catastrofe umanitaria e offrire un porto sicuro a queste persone. Si tratta di un segnale affinché la Spagna rispetti gli impegni internazionali in materia di crisi umanitarie».

Oltre ai migranti provenienti dall’Africa, negli ultimi mesi moltissimi cittadini venezuelani hanno lasciato il loro paese e si sono trasferiti in Spagna, provocando una curiosa contraddizione. Diversi paesi americani, tra cui Colombia, Perù e Stati Uniti, che si oppongono al regime venezuelano, hanno introdotto nuove politiche per aiutare i venezuelani a ottenere la residenza e i permessi di lavoro temporanei nei rispettivi territori, in modo da mostrare la propria opposizione a Maduro.

Di contro, il governo spagnolo non ha velocizzato le procedure, limitandosi ad appoggiare le ultime sanzioni approvate dall’Unione Europea contro diversi funzionari venezuelani, a denunciare l’illegittimità delle elezioni di maggio e a sostenere che il «dialogo» rappresenti l’unico modo per uscire dalla crisi venezuelana.

Questo atteggiamento si spiega con le posizioni di Podemos, i cui leader hanno avuto rapporti di amicizia consolidati con Chavez e Maduro.

Nonostante le opposizioni di destra chiedano di adottare nuove politiche che facilitino l’integrazione dei migranti venezuelani in Spagna, il governo manterrà una posizione morbida verso il regime di Maduro, continuando a proporre una soluzione negoziata in Venezuela che eviti una crisi interna con Podemos, forza politica necessaria per la sopravvivenza dell’attuale governo.

Gli ostacoli parlamentari sono davvero molti: dall’approvazione della prossima legge di Bilancio, alla necessità di gestire la complessa partita della questione catalana e le possibili complicazioni nei tentativi di dialogo tra il governo di Madrid e l’esecutivo della Generalitat, preseduto da Quim Torra.

Solo se Pedro Sanchez riuscirà a mantenere la rotta, ad avviare un piano di riforme incisivo sul piano sociale e istituzionale, potrà arrivare alla fine della legislatura, nel 2020, nonostante le pressioni.

Paolo D’Aleo

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