mercoledì, 14 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Us Open 2018: finale femminile ‘difficile’, Nole sale al n. 3
Pubblicato il 11-09-2018


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Questa edizione degli Us Open non passerà di certo inosservata, ma anzi – al contrario – passerà alla storia: in positivo e in negativo. Per le emozioni che ha regalato e per quanto successo in campo. Finale dolce-amaro per le finali. Ma procediamo con ordine. Innanzitutto segnaliamo le condizioni meteo molto pregiudicanti non trascurabili: la pioggia incessante molte volte ha fatto disputare i match col tetto coperto, cambiando le condizioni di gioco; altrimenti, in via alternativa, c’è stato un caldo allucinante e afoso con anche quasi quaranta gradi. E con il rischio disidratazione dietro alla porta e sensazioni terribili di calore asfissiante e senso di soffocamento per i giocatori, che faticavano a respirare; come accaduto a Stefano Travaglia prima (che si è ritirato appunto per disidratazione, tra la commozione generale) e a Roger Federer (ritiratosi per il caldo eccezionale che gli faceva mancare l’aria e non lo faceva respirare, tanto da essere sottoposto ad accertamenti). Dunque già vincere in tali condizioni era un successo. Poi il prestigio del torneo è indiscutibile. Intanto, su Eurosport, Flavia Pennetta faceva conoscere i retroscena e descriveva le emozioni di arrivare in finale, giocare e vincere. Indescrivibili, ma ha provato a farle comprendere anche se è qualcosa di incredibile quello che si prova. E, a proposito d’Italia, da segnalare il ritiro di Francesca Schiavone, con il suo sorriso sgargiante di gioia, perché è felice della sua scelta, decisione che ha preso con il cuore perché ora vuole allenare (meglio i maschi possibilmente); tornare a vincere ed essere competitiva ‘in panchina’. La sua passione per il tennis non si spegne, ma basta col tennis giocato in prima persona: vuole vedere crescere con lei altri tennisti, da seguire come coach. In bocca al lupo per la sua nuova avventura a Francesca, che ha regalato un’altra emozione, insieme a Flavia. Certo ha emozionato vedere condizioni di gioco così dure; basti pensare che un altro momento ‘toccante’ è arrivato da Rafael Nadal; lo spagnolo è stato costretto al ritiro contro Del Potro in semifinale per un infortunio (forse una contrattura muscolare) al ginocchio. Rafa ha richiesto il time out medico, ma a nulla è servito; giocare non al top per lui è stato straziante e alla fine ha deciso di ‘fermarsi’ piuttosto che continuare a giocare così (male a suo avviso). Prima ha battibeccato per una chiamata col giudice di linea annunciando che si sarebbe ritirato di lì a poco, poi ha alzato bandiera bianca e si è arreso (sul 7/6 6/2 a favore dell’argentino) definitivamente. Con Del Potro rammaricato, che lo ha stretto a rete in un sincero abbraccio amichevole. E proprio a lui sarebbe toccato piangere di dispiacere in finale contro Novak Djokovic. Il serbo ha vinto in tre set e, così, sale alla posizione n. 3 del ranking mondiale. È decisamente quello dei tempi migliori. Fa molto piacere vederlo ritrovato. Nole vince bene il primo set per 6/3, disegnando alla perfezione il campo (con esecuzioni da manuale in totale sicurezza e disinvoltura). Poi cala leggermente di livello, mentre Del Potro ha una reazione d’orgoglio e alza il ritmo, soprattutto col dritto. Inizia a guadagnare terreno e va in vantaggio; poi Nole riesce a recuperare e pareggiare i games; si arriva al giusto e meritato tie-break, che Djokovic riesce ad acciuffare per 7 punti a 4. Se nel secondo set l’argentino aveva messo in difficoltà il serbo, nel terzo Nole è carico, ha ritrovato fiducia e sembra anche più fresco fisicamente, rispetto a un Juan Martin affaticato e stanco; sofferente, per Del Potro sembra finita, anche perché Nole va in vantaggio di un break e rischia di fare il secondo, di andare 4-1 e servizio; invece così non è e ci si attesta sul 3-2; a quel punto Juan Martin pareggia i conti e si prevede un altro set molto lottato; ma Nole ha un sussulto e strappa la battuta e va a servire sul 5-3; chiude con un punto strepitoso in attacco in controtempo. Gioia infinita per Nole, amarezza profonda per Juan Martin, che aveva creduto nella rimonta e nell’allungo almeno al quarto set. Una partita molto equilibrata ed entusiasmante: un paio di turni di servizio di Nole sono durati decine di minuti, uno oltre 16 minuti. Nole abbraccia a rete l’amico di sempre in lacrime. Poi corre dal suo team e da sua moglie a festeggiare. Quando scende, cambio di maglietta per entrambi i giocatori e l’argentino ancora in lacrime in panchina; allora Nole va da lui e cerca di confortarlo. Molto commovente ed emozionante vederli così vogliosi di vincere e attaccati al torneo. Ora Nole sale al n. 3. Il segreto della forma ritrovata? Una scalata con la moglie in trekking sui monti della Francia (per cinque giorni, lontano da tutto e tutti), dopo la sconfitta contro Marco Cecchinato al Roland Garros in Francia, che gli ha fatto ritrovare l’entusiasmo per il tennis.

Ma le emozioni non sono finite. Procediamo con ordine. Per quanto riguarda il maschile, particolarmente entusiasmanti i quarti di finale. La partita più bella del torneo forse è stata proprio quella tra Nadal e Thiem (finita al quinto set con il punteggio di 0/6 6/4 7/5 6/7 7/6 a favore dello spagnolo): davvero si è deciso tutto su un punto in questa maratona che ha acceso il pubblico. Così come nella finale tra Djokovic e Del Potro sono stati tre dritti facili sbagliati dall’argentino a segnare il parziale e fare la differenza (discriminanti dunque). Ad assistere sugli spalti (forse a sostegno di Del Potro) anche l’attrice Meryl Streep. Protagonista al cinema (dal 6 settembre) in questi giorni con “Mamma mia-ci risiamo”, ad assistere ai match maschili anche un altro attore che ha recitato nel film-musical precedente: Pierce Brosnan. Ed a proposito di cuori che palpitano, è stato proprio Novak Djokovic a chiedere di essere controllato, facendosi misurare la pressione per un battito anomalo che ha sentito: un’aritmia probabilmente dovuta al caldo, allo stress e alla stanchezza, che però un po’ ha fatto preoccupare gli spettatori. Caldo torrenziale che ha costretto nei quarti a due stop di oltre dieci minuti, anche venti, per cambiarsi di vestiti e rigenerarsi e rinfrescarsi un po’. Il primo è avvenuto proprio nel match tra Del Potro e Isner, con una lunga pausa concessa prima del quarto set. L’americano ha ceduto fisicamente, in una partita ‘dura’ comunque, a suon di aces. Dopo aver vinto il primo set al tie-break, Isner inizia a cedere terreno e perde gli altri tre per 6/3 7/6 6/2 (con un crollo netto nell’ultimo, dove rischia un fragoroso 6/1). L’altra interruzione per cambio d’abiti la chiede Millman a Djokovic nella sfida dei quarti, dominata dal serbo in tre set netti per 6/3 6/4 6/4; così come, in semifinale, il serbo vincerà facile contro Nishikori con il punteggio di 6/3 6/4 6/2. In forma strepitosa Nole, nulla da fare (ha fatto anche serve&volley contro Del Potro, anche se non ha messo a segno molti aces, percentuale bassa di servizi vincenti anche se non alla battuta, il che ha stupito molto poiché di solito serve davvero bene). Invece il giapponese è stato al centro di un altro match straordinario nei quarti, contro Cilic. Il croato era favorito, invece si è trovato in difficoltà con il nipponico (più veloce e rapido), bravo a sorprenderlo al quinto set. Forse stanco per il caldo, Cilic ha dovuto mettere in moto una rimonta strepitosa e fare ricorso a tutta la sua alta percentuale di aces, per rimanere in partita e restare ancorato al match. Dopo aver vinto il primo set per 6/2, il croato esce un po’ dal match, mentre il nipponico inizia ad entrare in partita e vince gli altri due set per 6/4 7/6; finalmente nel quarto il croato si ritrova e acciuffa il set per 6/4, facendo il break decisivo; ma nel quinto il giapponese gli ricambia il 6/4.

E dalle lacrime di Del Potro (che ha ammesso: “contro Nole ho giocato sempre al limite”), si è andati a quelle delle protagoniste della finale femminile, che molto ha fatto discutere. Se Nole ha eguagliato il record di Pete Sampras (suo idolo da bambino) di vincere 14 Grand Slam (tra cui tre Us Open), Serena Williams rincorreva il suo 24esimo titolo. Invece la finale è stata molto controversa. Di fronte aveva la giapponese Naomi Osaka: 20 anni, il 2018 per lei è stato un anno fortunato. Qui a New York ha centrato il suo secondo titolo in carriera e il primo Grand Slam che mette in archivio; e che potrebbe diventare il primo di una lunga serie. La nipponica è molto talentuosa e ha dominato il primo set, facendo correre Serena e soprattutto passandola con il suo dritto stretto in cross incrociato: passanti fulminanti per l’americana, che ha potuto solamente applaudire. Si aggiudica nettamente per 6/2 il primo parziale Naomi, ma poteva essere anche un 6/1 se di fronte non avesse avuto una n. 1. Serena inizia a perdere le staffe e prende un penalty point per ‘abuso di racchetta’, che rompe. Questo faceva seguito a un altro ‘penalty point’ per coaching, poiché l’allenatore Patrick Mouratoglou aveva fatto un gesto spingendola ad avanzare e non rimanere ancorata a fondo campo. A quel punto la Williams ha perso la pazienza ed è incorsa nel terzo penalty point per ‘abuso di parola’, dando del ladro all’arbitro Carlos Ramos, convinta che non dovesse ricevere la penalità; a suo avviso, se fosse stata un uomo non le avrebbe dato l’ammonimento, poiché gli uomini spesso fanno cose ben peggiori e non vengono sanzionati. La Osaka è attonita, interdetta, non capisce cosa stia succedendo, è confusa. Serena disperata e in lacrime. Lei chiama i supervisor, il marito è triste sugli spalti; la tennista crede che ormai per lei sia impossibile giocare, poiché va a servire sul 5-3 per la nipponica, che chiuderà 6/4. In realtà così non è perché un break di differenza si poteva ancora recuperare, ma ormai è fuori controllo, infuriata. La giapponese non esulta per la vittoria e durante la premiazione cadrà in lacrime, quasi dispiaciuta. A quel punto Serena tira fuori la classe e prima abbraccia e cerca di confortare l’avversaria prima della premiazione, poi – durante il discorso finale – ricorda che bisogna rendere merito e onore alla maggiore prestazione e al talento della giovane tennista, nonostante tutto il pubblico fosse dalla parte della statunitense. Peccato perché nel secondo set Serena era anche in vantaggio e avanti nel punteggio. Tutti speravano in un terzo set. Il dato di fatto è che Serena dovrà risarcire la federazione tennis statunitense di 17mila dollari: 10mila per l’abuso verbale, 4mila per coaching e 3mila per aver rotto la racchetta. La multa è una certezza, così come che la Osaka abbia meritato la vittoria; così come fu contro la Kasatkina ad Indian Wells, quest’anno nel marzo scorso, quando si impose per 6/3 6/2, in maniera similare, giocando una finale favolosa e strepitosa. L’altra cosa sicura è che non era una finale facile per nessuno; ma una situazione difficile per tutti. Per Serena, per la pressione che aveva su di sé, per le aspettative e per la voglia di centrare il 24esimo titolo, per le difficoltà di giocare pur non essendo al 100% (anche se avendo ritrovato la forma comunque). Per la Osaka, per la soggezione di un’avversaria stimata, apprezzata da tutti, che tutti sostenevano e tifavano, che incuteva timore per il prestigio e il carisma da n. 1 che ancora riveste; tra l’altro è stata la sua icona del tennis da seguire sin da piccola. Anche la Wozniacki ha sottolineato – nel docufilm biografico sulla vita di Serena -, quanto sia rispettata e apprezzata nel circuito. Ma per la Williams non era facile tornare e giocare, dopo un anno difficile come il 2017. Come ben ha raccontato in “Being Serena” (il titolo del docufilm prima citato), è stato per lei estenuante recuperare la forma fisica dopo il parto, il rischio di morire per un’embolia polmonare dopo la nascita della figlia. Rivivere quelle emozioni, che evidentemente le sono tornate alla mente, non le ha facilitato il compito e non le ha permesso di avere quella tranquillità per competere. Lei è un tipo molto esigente con se stessa, non ama perdere; in più sente il peso di essere d’esempio per la figlia, per tutte le mamme come lei, per le altre colleghe e per tutte le donne. Quest’ultima, una ausa che ha abbracciato e che la rende ancor più ‘vulnerabile’. La forza nella fragilità di una combattente, di cui è evidente la sensibilità e suscettibilità. L’orgoglio di non voler cedere né mollare per dignità, ma è dura rassegnarsi alla superiorità di un’avversaria giovane e fresca, nel pieno vigore della forma. Tutto questo non giustifica il suo atteggiamento esasperato, ma neppure quello dell’arbitro. Anche se è facilmente comprensibile che non era facile neppure per lui arbitrare una partita così difficile. Ha deciso di farlo nel modo più conforme possibile, con rigore ligio e ferreo, nel massimo rispetto del regolamento, che ha applicato in piena regola. Ineccepibile, ma forse anche questo esagerato. Forse avrebbe dovuto adottare un po’ più di psicologia: tranquillizzare, calmare e rasserenare Serena, cercando di metterla più in condizione di giocare la sua partita. Un po’ come ha fatto Lahyani con Nick Kyrgios (contro Herbert), lì forse anche troppo disponibile: infatti l’australiano era sotto di un set e anche nel secondo e perdeva 6-4 3-0 dal francese, ma Lahyani è sceso dalla sedia, lo ha confortato e Nick ha rimontato e vinto il match al terzo; e non sono tardati ad arrivare i guai per l’arbitro. Di sicuro, però, l’aspetto psicologico è importante, anche da parte del giudice di sedia verso i tennisti. Una delle regole principali, al di là di tutto, è che l’arbitro deve sempre rivolgere uno sguardo a un tennista e poi all’altro; in particolare prima al tennista più a ‘rischio’, anche a seguito del risultato del gioco, che potrebbe ‘esplodere’ da un momento all’altro, proprio per scalzare tale evenienza. E questo Ramos non lo ha fatto, anche se ha applicato correttamente il regolamento. Anche le sanzioni per Serena sono state molto salate, ma del resto ciò accadde anche a Fabio Fognini quando gli fu aperto il codice di condotta per comportamento antisportivo. Ancora una volta, al di là di giudizi, delle critiche, delle vedute, delle opinioni più o meno condivisibili e opinabili, si può discutere quanto si vuole: ognuno ha le sue ragioni e la sua visione in merito, il suo punto di vista incontrovertibile; ma il dato di fatto è che Naomi Osaka tocca il suo best ranking salendo alla posizione n. 7 del mondo, mentre Serena Williams si ferma alla n. 16, inseguendo la top ten; comunque anch’esso un ottimo risultato, forse impensabile per lei fino a poco tempo fa, quando discuteva sul da farsi sul suo coach, incerta sul suo futuro. E tutto questo è una nota più che positiva.

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