MANOVRA DESTABILIZZANTE

Punto stampa con il Ministro Giovanni Tria e con il Commissario Ue agli affari economici e monetari, Pierre Moscovici.

Alla dura lettera della Commissione europea consegnata ieri da Moscovici al ministro Tria, il governo giallo-verde sembra sordo ed insensibile, anche all’aumento dello spread che certamente non aiuta lo sviluppo del paese ed impoverisce gli italiani. Sorge il sospetto che la demagogia messa in atto dalla Lega e dai Pentastellati è finalizzata a destabilizzare l’Euro e l’Unione europea.

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, prima del summit Ue-Asia a Bruxelles, ha avvertito: “Come Unione Europea, non siamo disposti ad accettare il rischio di caricarci questo debito per l’Italia. L’Ue è un’economia e una comunità di valori, e funziona perché ci sono regole comuni a cui tutti devono aderire. Se si rompono queste regole, e l’Italia si allontana da Maastricht, allora significa che l’Italia si mette in pericolo, ma ovviamente mette a rischio anche gli altri. L’Ue non vuole assumersi per conto dell’Italia i rischi derivanti da una violazione delle regole comuni sulla finanza pubblica. La Commissione ha risposto alla manovra finanziaria italiana, e ha detto chiaramente che deve essere modificata. Penso che questo sia un punto decisivo, perché l’Ue è una comunità economica e di valori, e funziona perché ci sono regole comuni che devono essere rispettate da tutti. Se qualcuno le infrange, se l’Italia si allontana dalle regole di Maastricht, questo significa che mettere in situazione di pericolo non solo sé stesso ma anche altri paesi. E l’Ue non vuole assumersi questo rischio per conto dell’Italia”.

Con la lettera durissima, anche più delle attese, che ha illustrato nel dettaglio la deviazione senza precedenti nella storia del Patto di stabilità, la Commissione europea ha acceso ufficialmente i riflettori sul ‘caso Italia’, che già preoccupa molti leader in Europa. Finirà anche sul tavolo dei commissari martedì prossimo, che firmeranno la bocciatura formale della manovra, e dell’Eurogruppo il 5 novembre, che darà appoggio politico alla decisione dei tecnici Ue. Due passi scontati, se l’Italia entro lunedì non assicurerà, per iscritto, che cambierà la manovra e farà scendere il deficit invece di aumentare la spesa.

Il premier Giuseppe Conte, a Bruxelles, ha difeso i piani del Governo ed ha ridimensionato le accuse dell’Ue con estrema superficialità. A Bruxelles non ha trovato grandi sponde tra i colleghi all’Eurosummit: dalla Germania all’Austria, dalla Francia all’Olanda, alla Finlandia e al Lussemburgo, è ampio il fronte di chi chiede il rispetto delle regole comuni. Concetto ribadito anche dal presidente della Bce Mario Draghi, che ha messo in guardia dal contestare le regole Ue perché si danneggia la crescita.

Per Bruxelles il bilancio italiano punta a un non rispetto particolarmente serio degli obblighi del Patto, a causa di una espansione vicina all’1% e ad una deviazione dagli obiettivi pari all’1,5%. La Ue ha chiesto al Governo di dare una risposta ai rilievi entro lunedì 22 ottobre, in tempo perché il collegio dei commissari possa discuterne martedì. Ma, ha ricordato, la deviazione è talmente grave, senza precedenti, che l’Italia rischia l’apertura di una procedura per debito eccessivo da un momento all’altro, per deviazioni che peraltro si trascinano da anni. Non basterà quindi soltanto un’illustrazione più dettagliata delle misure. Per convincere i commissari Moscovici e Dombrovskis, firmatari della lettera, il Governo dovrà impegnarsi a cambiare i target. Cosa che il premier Conte ha escluso con la nota frase: “Più passa il tempo e più mi convinco che la manovra è molto bella”.

Moscovici ha osservato: “Forse sarà bella, ma questo è un giudizio estetico. Il problema qui è funzionale, giuridico e politico. E’ una manovra che non rispetta le regole”. Ieri, a Roma, Moscovici ha avuto modo di spiegare direttamente al ministro Tria il senso della lettera e dei timori europei. Il commissario Ue ha chiarito: “La manovra non può restare al 2,4% di deficit e con uno scarto del deficit strutturale di un punto e mezzo. Chiediamo una correzione”.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in serata ha incontrato Moscovici ed ha auspicato: “Che ci sia il massimo di collaborazione con l’Italia. Attraverso il dialogo e il confronto si trovi una intesa”. Tria ha assicurato la massima collaborazione nello spiegare misure e riforme, ma questo non sarebbe sufficiente. Il vicepremier Di Maio, invece, stroncando ogni possibilità di dialogo con l’Ue, ha attaccato: “Se la lettera Ue è un ultimatum, è inaccettabile”.

Intanto i leader dell’Eurozona prendono sempre più le distanze da Roma e l’Italia è sempre più isolata. E’ stato molto duro il premier austriaco, presidente di turno dell’Ue: “Non abbiamo nessuna comprensione per le politiche finanziarie dell’Italia, ci aspettiamo che il governo rispetti le regole”. Al tavolo dell’Eurogruppo, il caso Italia è considerato ‘l’elefante nella stanza’, come riferiscono alcune fonti.

L’olandese Mark Rutte, già duro nei giorni scorsi, ha deciso di sollevare la questione davanti ai colleghi. Al termine del vertice ha riferito anche del bilaterale con Conte: “Sono stato molto chiaro sulla manovra, e gli ho detto che non è un bene né per l’Italia, né per l’Europa e l’Eurozona”.

Conte fa sapere che vedrà Juncker nei prossimi giorni, e si dice convinto di poter scongiurare anche un giudizio negativo delle agenzie di rating, ma i tempi sono molto stretti ed il fine settimana molto impegnativo.

L’Italia non è l’unico Paese ad aver ricevuto l’avvertimento di Bruxelles: anche Spagna, Portogallo, Francia e Belgio dovranno rispondere ai rilievi. Ma Roma, spiegano le fonti, è in una situazione peggiore delle altre, e anche per questo la Commissione vuole dare un segnale il prima possibile.

“Una deviazione senza precedenti nella storia del Patto di Stabilità e Crescita”: è questa la valutazione sul bilancio italiano espressa nella attesa lettera inviata al governo dalla Commissione europea che cerca di proseguire un dialogo costruttivo con l’Italia per arrivare a una valutazione finale e attende risposte e chiarimenti ai rilievi mossi sulla manovra entro le 12 del 22 ottobre prossimo, scadenza fissata da Bruxelles.

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, dopo l’incontro con Moscovici, ha detto: “Ho ricevuto la lettera della Commissione europea. Oggi si apre un dialogo costruttivo, partendo da valutazioni diverse sulla nostra politica economica. Il nostro obiettivo è la crescita e la riduzione del debito/pil e la manovra va in questa direzione: lo spiegheremo alla commissione. Ascolteremo le osservazioni e andremo avanti in questo dialogo. L’Italia, rimane uno dei paesi fondamentali dell’Europa”.

Quali fossero le intenzioni dell’Unione europea si era intuito in parte dalle parole del presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker che, parlando della manovra italiana e della reazione degli altri Paesi all’aumento del deficit contenuto nel Def, aveva detto: “So, e alcuni colleghi l’hanno detto al telefono, che non vogliono che sia aggiunta altra flessibilità a quella già esistente per l’Italia, e non è nostra intenzione procedere in questo senso. So dal passato che la Commissione è sempre stata accusata di essere troppo generosa quando si tratta del bilancio italiano. Io non dico che siamo stati generosi, ma abbiamo introdotto nell’applicazione del Patto di crescita e stabilità alcuni elementi di flessibilità. E l’Italia è l’unico Paese che ha usato tutta la sua flessibilità sin da quando l’abbiamo introdotta, l’Italia è stata in grado di spendere negli ultimi tre anni 30 miliardi di euro in più. Siamo stati molto gentili e positivi quando si è trattato dell’Italia, perché l’Italia è l’Italia. La Commissione europea non ha alcun pregiudizio negativo rispetto alla manovra italiana. Il primo ministro ci ha presentato la situazione italiana con verve e talento. Noi non abbiamo reagito alla sua esposizione, perché esamineremo il progetto di bilancio che ci è stato trasmesso l’altro ieri dalle autorità italiane. Quello che vorrei dire è che non abbiamo alcun pregiudizio negativo sull’Italia, il progetto di bilancio italiano sarà esaminato con lo stesso rigore e con la stessa flessibilità con cui esamineremo gli altri progetti di bilancio che ci sono stati presentati”.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha affermato: “Da parte dell’Italia senz’altro nessun muro contro muro nel confronto con la Commissione europea. La lettera è stata appena consegnata al ministro Giovanni Tria visto che il commissario Pierre Moscovici è a Roma. La lettera non la riceverà solo l’Italia, ma anche altri Paesi. E’ prassi riceverla in situazioni di questo tipo. Posso immaginare che esprimerà preoccupazione. E mi aspetterei un riferimento ad una deviazione significativa rispetto all’obiettivo del rapporto deficit/Pil rispetto alla manovra preventivata dalla Commissione. Approfitto per chiarire che non è una grossa deviazione. Abbiamo deciso di puntare sugli investimenti e sulla crescita. L’Italia deve crescere: i fondamentali dell’economia sono saldissimi. In ogni caso, quella prospettata nella manovra italiana  non è la più grossa deviazione della storia”. Su Facebook, il premier Conte, a Bruxelles per il vertice del Consiglio europeo, aveva scritto: “Sapevamo che questa manovra che abbiamo pensato per soddisfare le esigenze dei cittadini italiani, a lungo inascoltate, non è in linea con le aspettative della Commissione Europa. Ci aspettiamo quindi osservazioni e rilievi che stanno per arrivare e ai quali siamo pronti a replicare. Ma tutto questo non può preoccuparci: ci avrebbe preoccupato se avessimo fatto una manovra temeraria. Ma la nostra manovra è ben pensata, ben costruita, ben realizzata”.

Il vicepremier Di Maio ha detto: “Credo che la Commissione europea si sia un poco allontanata dalla realtà. Per anni l’Italia ha fatto sacrifici per ridurre il debito. Ma il debito si può ridurre se si fanno investimenti. Va bene la lettera, ce l’aspettavamo, dialogheremo con loro ma credo che queste persone si siano allontanate dalla realtà. Aspettiamo anche le lettere agli altri Paesi. Un Paese come l’Italia non può accettare ultimatum. Se dovesse essere un ultimatum come i duelli western allora per noi è inaccettabile”.

Il vicepremier Salvini ha detto: “La prima manovra economica del cambiamento a Bruxelles non piace, le altre, quelle di Monti, Gentiloni e degli altri invece gli piaceva. Li abbiamo tutti contro: Inps, Bankitalia, Istat, perché era più comodo avere i vecchi governi”.

Domani si riunirà il Consiglio dei ministri per rispondere alla Commissione Ue sulla manovra, ma anche per chiarire le divisioni di questi giorni sulla manovra tra Lega e M5S sui condoni.

Dopo il balletto di ieri (“Non sarò a Roma, ho da fare” e l’apertura arrivata in serata “Se serve, ci sarò”), il ministro dell’Interno ha confermato che domani parteciperà al Cdm convocato da Conte alle 13 per rivedere alcuni punti del decreto fiscale.

Matteo Salvini, da Cavalese in provincia di Trento dove ha iniziato gli incontri elettorali in vista del voto per le elezioni provinciali di domenica prossima, ha rassicurato sulla sua presenza a Roma: “Buona giornata Amici. Dopo le nuvole torna sempre il sereno! Chi si arrende ha già perso, mai mollare. Oggi sono in Trentino ma domani volo a Roma per risolvere i problemi. Basta litigi. Non ci sono problemi per questo governo. Sicuramente la Lega non ha alcuna intenzione di far saltare niente, spero che valga per tutti. Probabilmente dedico il sabato per andare al Consiglio dei ministri, per fare sì che smettano di litigare, perché dobbiamo essere uniti in questo momento. L’ho detto agli amici dei Cinque Stelle, non è il caso di litigare in famiglia, perché abbiamo già tanti avversari fuori, che se ci si mette a litigare dentro ‘campa il caval che l’erba la cresc’. Se c’è un problema in una famiglia, in una squadra, in una parrocchia, in una azienda, i problemi si risolvono parlando e guardandosi in faccia, non andando in piazza o in televisione a far casino, perché altrimenti a Bruxelles godono”.

Poi, raggiunto dai microfoni di ‘Stasera Italia’, in onda su Retequattro, Salvini ha risposto così alla possibilità di stralciare le parti del decreto fiscale contestate dal M5S: “Tutto si può fare, basta che quando la gente legge e approva una cosa, sia convinta di quello che legge e approva. Io sono qua per risolvere i problemi, non per crearli. Sono fiducioso per l’incontro con Di Maio”.

Già ieri sera, al termine di una giornata di tensione e dopo aver sostenuto che non avrebbe partecipato al Cdm di domattina, Salvini aveva smorzato ogni polemica ed era apparso possibilista, affermando: “Le polemiche aiutano solo gli avversari del governo, i burocrati europei e gli speculatori. Basta litigi, lavoriamo e risolviamo gli eventuali problemi parlando, non litigando”.

Già in una intervista alla Stampa il leader del Carroccio aveva manifestato il suo ottimismo: “Fino alle Europee? Macché, noi governeremo insieme fino al 2023. Alle Europee, senza dubbio. Una cosa dev’essere chiara: ribaltoni, inciuci e tranelli la Lega non ne fa. Noi manteniamo la parola data. Il decreto è quello scritto. In Consiglio io c’ero, Di Maio pure, Conte ce lo ha letto come è scritto e l’abbiamo approvato. Mi sembra un enorme equivoco. Pericoloso, però: tutti in Europa non vedono l’ora di attaccarci, non è bene dargliene l’occasione. Ma per quel che mi riguarda, il decreto quello è e quello resta. Non sono in lite con nessuno. Conte è un ottimo presidente del Consiglio, corretto, equilibrato. Sa fare il suo mestiere. In realtà con tutti i miei colleghi ministri il rapporto è ottimo. Di Maio dice che così come è il decreto lui non lo vota? Crede che io non abbia mai avuto dubbi su nessuno dei provvedimenti che abbiamo adottato? Ma li ho votati perché siamo tutti sulla stessa barca”.

Luigi Di Maio con i suoi fedelissimi si mostra sereno sulla crisi con la Lega innescata sui temi del condono penale e dello scudo per i capitali all’estero contenuti nel dl fiscale: “Domani si tratta solo di togliere la norma sul condono penale. Sia chiaro: nessun mercimonio su altri tavoli. Il condono tombale nell’accordo non c’era. L’accordo lo troveremo, di certo su questo non cade il governo. Ma Salvini deve smetterla di fare il fenomeno”.

Tanta sicurezza è legata, in parte, anche ai rilievi che sarebbero giunti dal Quirinale circa l’indisponibilità del Colle a far passare nel dl fiscale il condono penale: “E’ stata quella la goccia che ha fatto traboccare il vaso e Matteo lo sa perfettamente…”.

Nel faccia a faccia tra i due, che si terrà al più tardi domani, a quanto si apprende, Di Maio intende chiarire anche il ruolo in tutta questa vicenda di Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio considerato il Richelieu del Carroccio.

Stavolta sotto accusa, viene raccontato da autorevoli fonti di governo grilline, per non aver voluto convocare quel preconsiglio dei ministri che avrebbe dovuto definire nel dettaglio i contenuti tecnici dei provvedimento approvati lunedì scorso in Cdm. Dunque manovra e dl fiscale.

Secondo le stesse fonti grilline: “Con la scusa di voler evitare fughe di notizie alla stampa, Giorgetti l’ha tirata talmente per le lunghe che il preconsiglio non si è mai tenuto. Risultato? Al Cdm si è arrivati con un foglietto volante”. Ma c’è di più. Tra i 5 Stelle serpeggia un’accusa pesantissima verso il sottosegretario, dal primo giorno inviso a molti nelle file del Movimento. E che Di Maio intende sottoporre a Salvini nelle prossime ore.

Si tratta del presunto inserimento, ad opera di Giorgetti, di due norme mai concordate con gli altri membri di governo: una su un condono per le società sportive dilettantistiche (il cui ‘stralcio’ avrebbe provocato una sfuriata del leghista, portandolo addirittura ad abbandonare la riunione) l’altra, rimarcano fonti grilline, relativa a Pantelleria e ai bilanci pregressi dell’isola perla del Mediterraneo, peraltro amministrata da un sindaco 5 Stelle dal giugno scorso.

Di concreto c’è che la diffidenza di Di Maio e dei 5 Stelle nei confronti di Giorgetti, considerato pedina irrinunciabile dei leghisti ed interlocutore anche del Quirinale, ha superato i livelli di guardia. C’è chi si chiede, nelle fila grilline, come si possa andare avanti in un clima di tale diffidenza e sospetto. Altra spina nel fianco, la ‘coabitazione’ al Mef di Laura Castelli e Massimo Garavaglia, considerato dai 5 Stelle altro ‘avvelenatore di pozzi’.

Di Maio avrebbe lamentato ad alcuni ministri del M5S quanto segue: “Sono stati lui e Giorgetti ad informare Matteo nelle ultime ore. Ma sono certo che chiarendo verrà ripristinata la verità. E che su condono penale e scudo fiscale la Lega saprà fare un passo indietro. I patti del resto erano chiari…”.

Eppure il braccio di ferro sembra ben lungi dal rientrare. Oggi sul terreno di scontro entra anche la sanatoria per gli abusi edilizi per le case danneggiate o crollate in seguito al terremoto di Ischia, ‘uno scempio’ l’etichetta Salvini annunciando la volontà della Lega di fermarlo con una norma ad hoc.

La risposta dei vertici M5S non si è fatta attendere: “La norma sul condono edilizio è stata chiesta dai sindaci locali, per giunta vicini al centrodestra, ed era stata sottoposta a Salvini oltre che a Di Maio. Vorrà dire che la Lega bloccherà la ricostruzione, problemi loro. Ma è singolare che lo stesso stop non arrivi dai leghisti per le case colpite dal sisma nel Centro Italia”.

Incontro difficilissimo, dunque, quello di domani al Consiglio dei Ministri con una situazione molto ingarbugliata e soprattutto con protagonisti che non sembrano disposti a cedere posizioni.

Intanto, lo spread sale sempre di più. La Borsa di Milano limita le perdite a metà seduta con il differenziale tra Btp e Bund che si restringe e torna sotto i 330 punti, a 329, dopo aver toccato quota 340. Il Ftse Mib è sceso in area 19mila punti, risalendo dai minimi di giornata a 18.977 punti (-0,58%).

Sul tema della volatilità è intervenuto anche il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli che in un comunicato ha lanciato un allarme sulle gravi conseguenze per l’economia italiana e per le famiglie legate allo spread: “L’ulteriore crescita dello spread peggiora le prospettive degli equilibri dei conti pubblici e complica le attività produttive tutte e gli investimenti delle famiglie e delle imprese. Non si può rimanere indifferenti di fronte alla ulteriore crescita dello spread e non ci si deve abituare a ciò che spingerebbe l’Italia indietro rispetto alla ripresa. Pertanto auspichiamo un più costruttivo confronto fra Autorità italiane ed europee per superare questo clima dannoso all’economia”.

Salvatore Rondello

Fuga dai titoli italiani, spread tocca quota 340

operatore-borsa spread

I mercati sono sempre uno specchio che non mente e in cui si riflettono grane o le gioie. Quando un paese ha buone prospettive di crescita e di stabilità gli investitori vi portano i propri denari. In caso contrario li tolgono per evitare rischi inutili. È così in questi giorni gli investitori esteri stanno riducendo il portafoglio di titoli italiani. Questo è lo scenario che emerge dal Bollettino economico della Banca d’Italia, secondo il quale nel terzo trimestre dell’anno il Pil è cresciuto di appena lo 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti dello 0,1%. Per via Nazionale, “l’attività avrebbe segnato un incremento nei servizi, mentre sarebbe rimasta stazionaria nell’industria in senso stretto. Il valore aggiunto delle costruzioni avrebbe proseguito a espandersi a un ritmo moderato”. Ma il dato più preoccupante è quello della diminuzione dell’interesse da parte degli investitori esteri verso i titoli italiani. Una diminuzione quantificabile in 42,8 miliardi: i disinvestimenti hanno riguardato soprattutto i titoli pubblici (24,9 miliardi) e le obbligazioni bancarie (12,4 miliardi).

Insomma ad agosto, altri 17 miliardi di euro hanno preso il volo. Si tratta di soldi investiti in titoli di Stato italiani, che adesso sono passati in mani italiani. Ma per quanto tempo si troveranno acquirenti, se questa fuga di capitali continua? Finora la Bce, con i suoi acquisti, ha limitato la quantità di titoli di Stato in circolazione. Ma da settembre ha ridotto gli acquisti a 15 miliardi e da gennaio smetterà di acquistare i titoli di Stato. A quel punto che succederà? Intanto sui mercati lo spread continua a salire. Oggi ha toccato quota 340, un livello che non veniva raggiunto dal marzo del 2013, ben cinque anni e mezzo fa. E ancora una volta sono le liti all’interno di questo governo, oltre alle conseguenze di un Def scritto malissimo, a far salire lo spread.

Di Maio dietro la lavagna

Non ce l’ho con Luigi Di Maio, ma con gli elettori che hanno pensato, il 4 marzo, di affidare il governo del Paese a questi ragazzi inesperti e impreparati. La politica è una disciplina difficile che si impara, come la matematica, andando a scuola per anni, cioè partecipando a riunioni, dibattiti, elezioni, congressi, e contemporaneamente leggendo, studiando, riflettendo. Ancor più l’arte del governo si impara passando dall’amministrazione del più piccolo comune, alla provincia, al comune capoluogo, alla regione, al parlamento e al governo del Paese. Politici non ci improvvisa e uomini di governo ancor meno. Da molti anni tutto questo, che significa esperienza e merito, é stato spazzato via da nuovi e stupidi criteri di selezione fondati sul sesso, sull’età e addirittura sull’inesperienza innalzata a virtù. Si tratta dell’unico settore in cui questo criterio, che diventa di merito al contrario, ha trionfato. Mai potremmo pensare di utilizzare un dentista che non abbia mai fatto il dentista, un barbiere alla prima barba, un ingegnere senza laurea, un chirurgo senza un minimo di curriculum e alla prima operazione. Nella politica tutti i sistemi di selezione utilizzati altrove sono saltati, fino a partorire, appunto, un Di Maio.

Cominciò per primo Berlusconi, al quale interessavano nel 1994 nuovi profili che nulla avessero a che fare con la politica precedente o che l’avessero solo sfiorata (con qualche eccezione, vedasi l’estroso ex liberale Biondi). D’altronde eravamo in piena Tangentopoli e il vecchio sistema dei partiti era stato ingiustamente criminalizzato. Poi continuò Renzi, che addirittura teorizzò e praticò la rottamazione, equiparando uomini a macchine da gettare al macero. Se il primo ha prodotto inutili veline parlamentari, il secondo ha promosso ragazzi al primo incarico al ruolo improbo di statisti, con i tristi risultati che conosciamo. Anche Renzi, come Berlusconi, ha fatto qualche eccezione: Fassino, De Luca, Chiamparino. La rottamazione si fermava sull’uscio della fedeltà al rottamatore.

Questa cultura dell’antipolitica si è fatta strada. E oggi ha raggiunto il culmine coi Cinque stelle, il cui unico merito é di non aver mai fatto nulla, di non aver amministrato (con qualche rara e non esaltante eccezione, vedasi Roma), di non aver mai governato. Il gruppo dirigente dei Cinque stelle ha pochissimi anni di vita. Nato in occasione delle elezioni di cinque anni fa, il suo personale politico, generalmente piuttosto giovane, proviene dalle più svariate professioni o, é il caso di Di Maio, da nessuna professione. Oggi si trova a governare l’Italia, dopo un risultato elettorale clamoroso, senza alcuna esperienza, senza alcuna preparazione, senza aver mai gestito nemmeno un condominio. Stupirsi delle continue gaffe, degli errori di storia e geografia, delle distrazioni mentre si legifera? Ma che cosa si poteva pretendere da un gruppo di parvenu della politica?

Matteo Salvini, che invece proviene dal basso e la scalata l’ha fatta tutta, se li mangia e se li beve. E con lui quel Giorgetti che pare l’unico vero uomo di governo. La sceneggiata alla Merola di Di Maio é stata, fino a dichiarazione contraria, sbugiardata dal suo alter ego. Salvini ha rivelato che al decreto fiscale si é approdati con Conte che leggeva parola per parola e Di Maio che verbalizzava. Già pensare che a un vice presidente, caso unico nella storia dei governi italiani, sia affidato il ruolo del verbalizzante, fa scoppiare dal ridere. Ma che costui, nonostante abbia scritto tutto, non abbia capito è perfino probabile visto che l’alternativa é che abbia deciso deliberatamente di mentire. Soprattutto dopo la tirata d’orecchie di Grillo e forse Casaleggio. Io propendo più per la buona fede. Di Maio non ha capito anche se ha scritto tutto. Consiglierei d’ora in avanti di provargli la lezione alla fine dei Consigli e se non ha capito di retrocederlo, dal ruolo di verbalizzante, a quello di alunno da mandare dietro la lavagna.

Condono, botta e risposta Di Maio-Salvini

salvini di maio

La maggioranza è in fibrillazione. Ognuno viaggia per conto proprio e la tensione resta alta in attesa del consiglio dei ministri in cui il governo tenta di riprendere la quadra dopo lo scontro sul Decreto Fiscale. Matteo Salvini in diretta Facebook sbotta: “Li sentirò tutti ma comincio ad arrabbiarmi. Perché in quel Cdm Conte leggeva e Di Maio scriveva il decreto. Per scemo non ci passo”. Così torna sulla vicenda dopo le accuse di Di Maio che indicava una manina politica come responsabile del cambiamento del testo sulla pace fiscale. E poi afferma: “Riscriviamo tutto. Via i condoni, anche quello per Ischia”. Nella convinzione che comunque “il governo non salterà, non faccio un favore al Pd”. Ma avverte: “Se lo spread arriva a 350 perché questi litigano, è un problema”. “Se non hanno capito, se hanno cambiato idea, se hanno iniziato a litigare – ha ripetuto Salvini – è un problema loro. Non può essere il governo a risentire dei cambi di umore dei Cinquestelle o delle distrazioni dei 5 stelle. Noi – prosegue – siamo persone ragionevoli. Se i 5 stelle hanno cambiato idea, basta dirlo. Se Fico è Di Maio hanno cambiato idea, basta dirlo, noi siamo qui. Io domani (sabato) vado a Roma, sereno, riscriviamo e rileggiamo tutto, però, ripeto, la verità è che in quel Consiglio dei ministri Conte leggeva e Di Maio scriveva”. Si Salvini passa al ddl sicurezza “i 5 Stelle hanno presentato 81 emendamenti, come se fossero all’opposizione. Non si fa così. La pazienza ha un limite”.

“Noi – risponde Di Maio – non vogliamo il condono, se non lo vuole manco la Lega, il problema è risolto. Dobbiamo andare avanti più forti di prima e meglio di prima e ancora più forti di prima perché ci sono le promesse da mantenere. È la grande occasione per cambiare tutto”. “In quel Consiglio dei Ministri eravamo tutti d’accordo sui termini generali che non prevedevano scudi penali, auto riciclaggio e capitali all’estero”. Il presidente della Camera, Roberto Fico, da Napoli ha commentato: “Il condono sarebbe devastante”. E ha aggiunto: “Se Salvini vuole parlare con me, lo faccia sui contenuti”. Concludendo sul caso della “manina” evocata da Di Maio: “Quando si arriverà a comprendere come sia andata la questione, sicuramente quel pezzo non può rimanere”.

Brexit, Spagna e Uk trovano intesa su Gibilterra

Theresa-May e Pedro-SanchezMentre Bruxelles e Londra litigano ancora sulla Brexit, il premier socialista Pedro Sànchez annuncia esiti positivi per un’intesa con Theresa May sullo stretto di Gibilterra, il territorio di oltremare della corona britannica che si trova nel sud della Spagna e che fu ceduto ai britannici nel 1713.
È stato infatti annunciato che il Regno Unito ha raggiunto un accordo con la Spagna su come Gibilterra sarà regolamentata dopo la Brexit, anche se nei fatti si tratta di un accordo per trovare un accordo nei prossimi anni sulla sovranità del piccolo promontorio. Quindi in sostanza il protocollo sarebbe nullo se la Gran Bretagna non riesce a mettersi d’accordo prima con l’Unione europea
Il premier spagnolo ieri dopo il Consiglio Europeo a Bruxelles ha fatto sapere che esiste uno speciale protocollo su Gibilterra che è stato già “chiuso con il governo britannico” e riguarda questioni come la sicurezza e i diritti dei cittadini. Protocollo che però verrà allegato all’eventuale accordo fra Unione Europea e Regno Unito su Brexit. La Spagna non ha rivelato però ulteriori dettagli del protocollo.
Il territorio di Gibilterra infatti lascerà l’UE insieme al Regno Unito nel marzo del prossimo anno.

Gas, la polacca Pgnig si accorda con società USA

pgnig-logoÈ battaglia aperta in campo energetico tra la russa Gazprom e la polacca Pgnig. Dopo gli screzi iniziati con le sanzioni europee, adesso Varsavia punta fuori dal Vecchio Continente. Il paese ha di recente avviato una forte iniziativa per rallentare i piani del Cremlino sul Nord Stream, anche appellandosi più volte contro l’Ue. Ma ora per liberarsi dalla morsa russa i polacchi fanno affidamento sull’asse con gli Stati Uniti.
La compagnia polacca ha recentemente dichiarato di aver portato a termine due accordi di fornitura di gas naturale dai progetti Calcasieu Pass e Plaquemines Venture Global. L’americana Venture Global sta sviluppando sia l’impianto di Calcasieu Pass da 10 mtpa sul Golfo del Messico sia l’impianto LNG (gas naturale liquefatto) da 20 mtpa Plaquemines sul fiume Mississippi che dovrebbe essere completato rispettivamente nel 2022 e nel 2023. Piotr Wozniak, ha annunciato di aver stipulato un accordo con la società statunitense Venture Global LNG per un periodo di 20 anni con una consegna di 2 milioni di tonnellate all’anno.
Ma non solo, poche ore fa il produttore energetico statale polacco Pgnig ha acquistato, tramite la sua filiale ad Oslo, una quota della licenza per la concessione dell’utilizzo della piattaforma continentale norvegese. Le azioni sono state acquisite dalla compagnia norvegese Equinor Energy ed hanno un valore prossimo a 200 milioni di euro. Lo ha detto la società in un comunicato stampa citato dall’agenzia “Pap”. Pgnig ha annunciato che il contratto copre l’acquisto del 30 percento delle azioni della licenza “Pl044” di Equinor Energy. L’operatore del deposito è ConocoPhillips Norway AS, mentre gli altri partner in concessione sono Total e Eni Norge.

Volley, le Azzurre fanno sognare. Egonu da record

Decisivo il successo 3-2 contro la Cina al termine di un’emozionante tie break. Straordinaria Paola Egonu, topscorer con 45 punti, un record. Coach Mazzanti guarda all’atto finale: “Ricarichiamo le pile, il sogno continua”

egonuYOKOHAMA – L’Italia femminile di volley sta facendo sognare un paese intero. Le azzurre hanno infatti raggiunto la finale mondiale grazie al successo 3-2 sulla Cina al termine di un emozionantissimo tie break, vinto per 17-15. Le ragazze di coach Mazzanti ora si giocheranno l’oro sabato alle 12:40 nell’ultimo atto contro la Serbia.

EGONU DA RECORD – Questo lo score della semifinale contro la nazionale cinese. Parziali: 25-18, 21-25, 25-16, 29-31, 17-15 in favore dell’Italia. Straordinaria prestazione di Paola Egonu, a referto con 45 punti, nuovo record nella storia dei Mondiali. Da notare anche i 23 punti di Miriam Sylla. Una vera battaglia e una sofferenza atroce in panchina per coach Mazzanti: “Le ragazze sono state bravissime a non mollare e a restare in partita, con grandissima determinazione. Non riesco a dare significato a niente in questo momento, ma non riesco a tirare fuori nessuna emozione. Sono concentrato sulla Serbia, il sogno continua”.

APPUNTAMENTO ALLE 12:40 – Già, la Serbia. Avversario tostissimo, unica Nazionale capace di battere le azzurre nelle 12 partite giocate in questa rassegna iridata. Appuntamento alle 12:40 (orario italiano) a Yokohama. Comunque vada per le azzurre sarà medaglia dopo 16 anni, quando arrivò l’oro a Berlino. L’Italia intera, tanto divisa sul piano politico, sarà invece unita nel tifare Egonu e compagne.

Francesco Carci

La preveggenza inascoltata di Mazzini

mazzini 2Di recente, il filosofo Axel Honnet ha sostenuto, in “L’idea di socialismo. Un sogno necessario”, che le difficoltà del socialismo a risolvere i problemi del mondo attuale sono dovute ad un suo “vizio teorico genetico”; nel definire le proprie istanze sociali nel corso del XIX secolo, esso si sarebbe riferito in modo esclusivo alla sfera delle attività economiche, trascurando la tendenza della dinamica sociale a differenziare la società anche in sfere di tutt’altra natura.
Inoltre, essendosi affidato prevalentemente all’importanza dei movimenti sorretti dalla protesta operaia, il socialismo sarebbe stato vittima di una sorta di “cecità giuridica”, per via del fatto che, man mano che i cittadini aumentavano istituzionalmente i loro diritti civili, il socialismo avrebbe sottovalutato l’influenza che tali diritti giungevano ad esercitare sulla sfera della formazione della volontà politica e, attraverso questa, sul governo dell’economia e di quello delle altre sfere extraeconomiche.
Infine, la vocazione internazionalista del socialismo d’origine avrebbe trascurato la necessità che la sua azione politica internazionale fosse ancorata, più di quanto lo è stata, alle tradizioni locali.
L’analisi compiuta da Honneth sui limiti dell’impostazione teorica del socialismo d’origine, per quanto convincente e condivisibile, anche perché supportata dai continui riferimenti ai maggiori teorici sociali che nel corso dell’Ottocento hanno contribuito in misura diversa alla formalizzazione della teoria del socialismo, trascura di considerare che gran parte delle osservazioni critiche da lui formulate, se non tutte, sono state anticipate dal contributo del rivoluzionario Italiano Giuseppe Mazzini; nell’analisi di Honneth, manca sorprendentemente ogni riferimento alla dura contrapposizione che Mazzini ha condotto contro l’elaborazione marxiana del “nucleo centrale” della teoria.
La contrapposizione di Mazzini a Marx si è svolta, in seno al movimento dei lavoratori, nel momento della costituzione della cosiddetta “Prima internazionale” presso la S.Martin’s Hall di Londra nel 1864. A questa storica riunione erano presenti i rappresentanti delle associazioni dei lavoratori dei Paesi economicamente più avanzati dell’epoca; oltre a quelli di Francia, Inghilterra e Germania, vi erano anche rappresentanti delle associazioni dei lavoratori di altri Paesi “minori”, tra i quali l’Italia. Le rappresentanze dei Paesi economicamente più avanzati, come Francia e Inghilterra, oltre ad essere più numerose erano anche le più qualificate sul piano della difesa degli interessi immediati dei lavoratori ed erano anche quelle meno distratte dal perseguimento di altre finalità.
Le tesi marxiane hanno così avuto modo di prevalere e di radicarsi, soprattutto in Francia e Germania, dove la posizione dei lavoratori non trovava ancora un’adeguata difesa. Il pensiero marxiano si è diffuso soprattutto dopo il 1848 (in particolare intorno al 1864); il suo formulatore, Karl Marx, uno dei massimi teorici della scienza economica ufficiale del momento, aveva già dato corpo alla sua opera più importante, “Il Capitale”, con cui riusciva a giustificare la fondatezza delle sue argomentazioni. Mazzini e i suoi seguaci non disponevano dei mezzi analitici necessari per contrapporre alla forza del pensiero di Marx, soprattutto in un momento in cui l’esperienza sembrava dare fondamento a quanto l’analisi che intendevano criticare affermava riguardo alle disfunzioni provocate dai rapporti sociali e dalle istituzioni del capitalismo sulle condizioni di vita dei lavoratori.
Il presunto “socialismo scientifico” di Marx, che individuava nelle forze intrinseche al processo evolutivo della storia (sorrette dai movimenti proletari) l’elemento propulsore della trasformazione sociale, ha potuto così prevalere, sia per le deboli spiegazioni del fenomeno dello sfruttamento economico (che Mazzini e i mazziniani mutuavano prevalentemente dal sansimonismo, dal proudhonismo e anche dal lassallismo); sia per lo scarso appoggio sociale che gli stessi mutuavano dalla condizione in cui versava l’Italia ancora suddivisa in piccoli Stati pre-unitari, privi di tradizioni democratiche, di strutture economiche avanzate (come quelle dei maggiori Paesi europei) e di organizzazioni motivate ad impegnarsi per la tutela dei lavoratori.
Così, nelle riunioni che hanno preceduto la costituzione della “Prima internazionale”, il mazzinianesimo, pur godendo di un iniziale favore, ha finito per essere messo in minoranza dai seguaci di Marx. Il pensiero marxiano, in tal modo, grazie alla sua maggior coerenza sul piano degli effetti immediati e alla maggior efficacia delle proposte che da esso potevano essere derivate sul piano della mobilitazione degli lavoratori, ha potuto dare il proprio imprimatur alla teoria originaria del socialismo; teoria che, per lungo tempo, esprimerà le istanze più condivise del movimento dei lavoratori.
Col suo concretismo, il pensiero marxiano è riuscito infatti a fare divergere la strada verso la quale le condizioni di aggravato bisogno indirizzavano la coscienza dei lavoratori, rispetto a quella indicata dal socialismo libertario e democratico proposto da Mazzini. Il pensiero di Marx (soprattutto nella interpretazioni che di esso ne daranno, per scopi soprattutto prasseologici, alcuni suoi esegeti) evidenzierà, solo in un tempo successivo, l’erroneità del suo profetismo e la vacuità del suo messaggio consolatorio.
A differenza di Marx, per il quale l’idea di patria era una componente dell’ideologia borghese utilizzata per giustificare conflitti tra le nazioni capitalistiche, per Mazzini tale idea non implicava alcun significato esclusivo e nazionalistico; essa esprimeva piuttosto un presidio a sostegno della libertà e dignità dell’uomo e dell’intera umanità. Questo presidio poteva essere edificato, realizzando innanzitutto la patria di ogni popolo e, nell’insieme delle libere patrie, stringere l’intera umanità in un comune destino dei diversi popoli. Con ciò, il patriottismo di Mazzini non riconosceva valore politico all’unità e all’omogeneità etnica di un popolo; lo riconosceva invece alla lealtà alle regole e al modo di vita delle singole nazionalità, ognuna con la propria storia, la propria cultura e le proprie tradizioni.
Mazzini era dell’idea che l’alternativa alla società capitalistica fosse la costituzione di una comunità democratica in cui risultasse attuata una più equa distribuzione del prodotto sociale a favore dei lavoratori; alla democrazia proletaria, preconizzata da Marx, Mazzini contrapponeva un sistema alternativo di “democrazia repubblicana”, con la quale perseguire, nella libertà, l’obiettivo dell’equità sociale, attraverso la realizzazione di una struttura istituzionale fondata sulla rimozione delle ineguaglianze e sulla partecipazione al processo decisionale collettivo; sono questi i due principi (principio di comunità o di fratellanza, il primo; principio di pari influenza politica per tutti i componenti della comunità, il secondo) sui quali Mazzini fondava l’organizzazione del socialismo democratico e libertario.
L’attuazione della democrazia repubblicana poteva essere pensata realizzabile in due momenti successivi: il primo, quello della riforma dell’organizzazione istituzionale originaria della comunità, da affrontare nel breve periodo; il secondo, riguardante il mutamento istituzionale e comportamentale, da realizzare, invece, nel medio-lungo periodo. Questo processo di trasformazione della comunità doveva svolgersi nel rispetto della proprietà privata, intesa, da un lato, come presidio e garanzia della libertà di scelta dei singoli soggetti e, dall’altro, come salvaguardia della loro dignità personale. Il socialismo mazziniano, perciò, era alternativo a qualsiasi forma organizzativa delle comunità che risultasse, o di natura statolatrica e tale da negare la libertà individuale, oppure di natura individualistica e tale da consentire che la libertà di alcuni potesse sacrificare la libertà degli altri.
Il principio comunitario proprio del socialismo mazziniano non implicava una radicale uguaglianza distributiva, ma un’uguaglianza delle opportunità che fosse compatibile con la natura dell’istituto della “proprietà repubblicana”. Questo istituto, inquadrato nella prospettiva del socialismo mazziniano, era assoggettato a due condizioni: una relativa al contenimento delle disuguaglianze distributive tra i componenti la comunità; l’altra riguardante la garanzia per ogni membro della comunità, in quanto comproprietario del capitale fisso sociale, di poter partecipare paritariamente all’assunzione delle decisioni collettive riguardanti la gestione dello satesso.
Il contenimento delle disuguaglianze distributive e la partecipazione paritaria nelle decisioni collettive erano la logica conseguenza delle due condizioni connesse alla istituzionalizzazione della proprietà repubblicana. Esse implicavano la condivisione dell’istanza secondo cui tutte le vite umane hanno uguale importanza; l’assunto si fondava su due principi che Mazzini poneva a garanzia della dignità umana: il primo di tali principi affermava che ogni vita umana ha un suo particolare valore oggettivo, per cui una volta che comincia una vita è positivo che essa riesca a realizzare il suo potenziale, impedendo che questo vada disperso; il secondo principio affermava che ogni soggetto è responsabile del successo della propria vita, ovvero della scelta del tipo di vita da condurre per auto-realizzarsi, per cui non doveva essere possibile per alcuno dettare ad altri i propri valori personali, perché le scelte di ognuno dovevano riflettere la personale valutazione sul modo di gestire la propria esistenza.
I due principi potevano sembrare individualistici, nel senso che attribuivano valore e responsabilità alle scelte dei singoli soggetti; ma il fatto di presupporre che il successo di una vita singola non potesse essere realizzato indipendentemente dal successo dell’intera comunità della quale era parte escludeva la valenza individualistica: considerati congiuntamente, essi (i due principi) connotavano le relazioni tra i soggetti, per effetto del principio di comunità, sotto il segno della reciprocità comunitaria, quindi della collaborazione solidale.
L’ordinamento politico-giuridico alternativo a quello liberale e capitalistico doveva consistere, per Mazzini, nell’accordare l’idea liberale della libertà individuale con quella democratica, l’idea di patria e di nazione con quella di federazione tra i popoli, fondandole sul principio di nazionalità e non sul nazionalismo, sul concetto di tradizione e non su quello di razza, infine sul concetto di umanità, che egli definiva “patria di tutte le patrie”. In tal modo, Mazzini non riduceva la questione nazionale ai confini politici e geografici di un determinato territorio, perché – come afferma Maurizio De Blasio in “Patria, Europa, umanità per Giuseppe Mazzini” – il territorio e la lingua “erano per lui solo ‘indizi di nazionalità’, non sufficienti da soli a determinarli”, mentre la patria non era che il senso di comunione che stringeva “in uno tutti i figli del territorio”.
Ma il senso di comunione poteva costituirsi solo risolvendo la “questione sociale”, attraverso una rivoluzione culturale con cui attuare un progresso decisivo, rivolto soprattutto alle classi operaie, senza trascurare però tutte le altre esigenze che continuavano ad emergere in conseguenza del cambiamento della società. Il filo conduttore della storia del XIX secolo, secondo Mazzini, era l’aspirazione degli uomini, dopo aver risolto la questione sociale all’interno delle singole patrie, a stringersi, ad unificarsi, ad associarsi, pur appartenendo a popoli diversi; mentre la forma di Stato, in cui i popoli realizzavano la propria unità non poteva che essere, secondo il rivoluzionario del Risorgimento, una repubblica democratica. In questa non dovevano essere i singoli individui o singoli gruppi (come invece era implicito nelle idee della Rivoluzione francese), ma tutte le parti di un tutto individuato nel popolo. Ogni violenza e ogni egoismo fatti valere ai danni di un membro della comunità (oppure di un altro popolo) era da considerarsi violazione della libertà, dell’uguaglianza, della fratellanza, costituenti il fondamento del legame che deve tenere uniti, sia i componenti di una data comunità, sia i popoli in cui è articolata l’umanità.
In questa prospettiva, la libertà è, nel progetto di futuro di Mazzini, il diritto di ogni uomo (e di ogni popolo) di compiere senza ostacoli e restrizioni tutte le azioni ritenute necessarie per realizzare, nel rispetto reciproco, il proprio progetto di vita. In questo contesto, per Mazzini – ricorda Hans Gustav Keller in “La Giovine Europa. Studio sulla storia dell’idea federalistica e di quella nazionale” – l’uguaglianza (tra gli uomini di ogni singola patria e tra i popoli costituenti l’umanità) deve consistere nel partecipare, in ragione del proprio lavoro e delle proprie tradizioni, al godimento del prodotto sociale, conseguente all’impegno di tutte le forze attive di ogni popolo e dell’intera umanità. L’umana fratellanza, infine, deve essere la forza che conduce gli uomini e i popoli a fare per gli altri ciò che ogni singolo uomo (o ogni singolo popolo) vorrebbe “si facesse da altri” nei suoi confronti.
Non è questo il senso dell’aggiornamento teorico che, secondo Honneth, avrebbe dovuto consentire la conformazione dell’idea socialista dell’origine anche alla soluzione dei problemi del tempo presente? Mazzini lo aveva abbondantemente anticipato; ciò che stupisce è che i sostenitori italiani dell’idea socialista di parte social-riformista ignorino, a differenza di una sempre più abbondante letteratura estera, quanto un loro compatriota ha avuto il coraggio di affermare, contro le conseguenze negative, che Mazzini aveva saputo prevedere, del modello di socialismo che è poi riuscito a prevalere.

DDL Pillon, fino a 12 anni per chi pratica l’aborto

Una manifestazione a favore della legge sull'aborto a Roma il 5 novembre 1975. ANSA/ARCHIVIO

Una manifestazione a favore della legge sull’aborto a Roma il 5 novembre 1975.
ANSA/ARCHIVIO

Si torna a parlare di aborto. Col nuovo progetto di legge rischia da 8 a 12 anni di reclusione chi pratica l’interruzione terapeutica di gravidanza. Questo nei giorni in cui il Papa afferma che: “Abortire è come affittare un sicario”.
In sintonia con il clima culturale che occupa le argomentazioni di attualità, trova spazio, nuovamente, la proposta di modifica della legge n. 194 del 22 maggio 1978, meglio nota come “legge sull’aborto”.
Stavolta sembra esserci di più di uno scontro culturale tra chi, da una parte, in piazza protesta a suon di “Il corpo è mio e decido io!” e chi, dall’altra parte della barricata, cavalca l’onda emotiva del contrasto tra la famiglia cd. “naturale” e tutte le altre, antagoniste di un modello di riferimento statico e ancestralmente considerato “giusto”.
Il testo della legge, nella versione attuale, prevede la possibilità dell’interruzione di gravidanza entro i primi tre mesi dal concepimento quando la prosecuzione comporterebbe “un serio pericolo per la salute fisica o psichica, in relazione o allo stato di salute, alle condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”. A determinate condizioni, è possibile sforare anche il termine dei tre mesi, quando sussiste il pericolo di vita per la donna o siano in corso gravi processi patologici che mettano in grave pericolo la salute fisica o psichica della donna.
Sarebbero previste pene severe nel disegno di legge per le donne e i medici che praticano l’aborto: dagli 8 ai 12 anni di carcere.
Da qui, lo scontro inevitabile tra due realtà di pensiero del tutto opposte. L’aborto è tema assoluto delle femministe, da sempre. Per queste donne è simbolo di quella liberazione sì fisica, ma soprattutto ideologica, dalla tenaglia mentale che le vorrebbe relegate a ruolo di mere incubatrici, con un solo scopo nella vita, di chi è destinato alla procreazione. L’altra faccia dello scontro culturale è rappresentata dal pensiero di chi, invece, il divieto dell’aborto lo vede come tutela del debole, di “chi non si può difendere”. “Una tutela assoluta che travalica e vince – come ha dichiarato Pietro Guerini, Presidente e fondatore del “Comitato no194” (ne fa parte anche il ministro Fontana) – persino di fronte alla gravidanza originata dallo stupro, allo scopo di difendere i deboli, ovvero chi rappresentanti non ne ha”. Ciò che i sostenitori del “Comitato no194” definiscono come diritto alla vita.
Risponde sul punto Francesca Chiavacci, Presidente A.r.c.i.: “Un Paese trascinato nel Medioevo dei diritti: questa è la deriva che si sta consumando in Italia, dove il governo attuale sembra lavorare per rifondare la società su un modello di patriarcato reazionario e conservatore. Solo per fare alcuni esempi, il DDL Pillon sulla tutela dei minori nella famiglia in caso di separazione dei coniugi, Verona insignita del titolo di “città a favore della vita”.
Sembrano fotografie dai colori sbiaditi i raduni di decenni or sono delle femministe che occupavano le piazze al grido di “Il corpo è mio e lo gestisco io!”. Donne che hanno dedicato anni e sforzi culturali per formarsi un dissenso, più che un consenso. Donne che rifiutano la sottomissione culturale ad una legge, ad una scelta etero-imposta, scelta dietro la quale probabilmente si erge un muro di dolore e difficoltà di difficile giudizio.
“Secondo me – dichiara Francesca Chiavacci – dietro la porta si nascondono, in maniera nemmeno tanto velata, le questioni delle diversità: i figli di coppie omosessuali, il diritto all’aborto, il divorzio, sono tutti temi che vanno in questa direzione”.
Sembrano più legate all’esperienza argentina le dichiarazioni del senatore del Carroccio Simone Pillon, il quale dichiara che per il momento non ci sarebbero i numeri per cambiare la legge sull’aborto, ma auspica che in Italia accada proprio quello che sta succedendo in Argentina, dove i movimenti pro-vita festeggiano per il “No” passato al Senato sulla legge per depenalizzale l’aborto. “Lasciare la donna da sola e fare pagare l’innocente, cioè il bambino – ha dichiarato il sen. Pillon a radio Radicale – è la soluzione sbagliata a un problema vero. Cominciamo ad abolire l’aborto per ragioni economiche, faremmo del bene al nostro Paese che è in una situazione di declino demografico pericolosissimo”.
Di tutta risposta Francesca Chiavacci difende la sua posizione: “Se ne facciano una ragione i vari “Pillon” che sono al Governo: accanto alla famiglia tradizionale, con pari dignità e diritti, esistono altri tipi di famiglie per la cui legittimità l’Arci si è battuta e continuerà a farlo. La battaglia inizia dal DDL Pillon, nella piazza del 10 novembre. Noi ci saremo”.
La battaglia per la tutela delle donne sembra ripartire da qui, dunque: se in passato le donne si sono dovute conquistare le libertà di scelta e dissenso, oggi sembra giunto il momento di proteggere con urgenza queste libertà. Con quel coraggio che solo le donne ci sanno mettere. Sempre. E senza clausole.

La dottrina Marchionne e la fine della lotta di classe

Marchionne-Fiat“Fin dal nostro primo incontro, quando parlammo della possibilità che prendesse le redini della Fiat, ciò che mi ha veramente colpito di lui, al di là delle capacità manageriali e di una intelligenza fuori dal comune, sono state le sue qualità umane. Qualità che gli ho visto negli occhi, nel modo di fare, nella capacità di capire le persone. Ci ha insegnato ad avere coraggio, a sfidare lo ‘status quo’, a rompere gli schemi e ad andare oltre a quello che già conosciamo. Ci ha sempre spinti ad imparare, a crescere e a puntare in alto – spesso andando oltre i nostri stessi limiti – ed è sempre stato il primo a mettersi in gioco”. Sono state le parole con cui John Elkann ha salutato la sua improvvisa scomparsa, il 25 luglio 2018.

Nell’Italia dalle “sinistre divise” (l’una liberale, l’altra passatista), sulla Torre di Babele delle forze populiste neo-governiste, fra la “beatificazione” dei mass media, l’eco dell’odio proveniente dai social networks, l’apoteosi del ceto borghese e lo stile agiografico di alcuni editoriali su carta stampata, plurimi interrogativi si sono rincorsi nel Paese. Cosa lascerà in successione? Sarà un’eredità “vacante”? Nel senso più ‘civilistico’ del termine. Che ne sarà della conduzione dell’attività di impresa da lui inaugurata? Fiumi di retorica? Bibliografia per la manualistica o la catechesi della nuova classe dirigente? Ai “piani alti” a rompere il ghiaccio è il Presidente del gruppo Fiat Chrysler Automobiles. In un telegramma che reca l’indirizzo di destinazione delle fabbriche, promette ai preposti continuità e perseveranza nel solco già tracciato dall’ex amministratore delegato evidenziando come «i suoi insegnamenti, l’esortazione a non accettare mai nulla passivamente, a non essere soddisfatto della mera sufficienza» siano ormai parte integrante della cultura «in FCA: una cultura che ci spinge ad alzare sempre l’asticella e a non accontentarci mai della mediocrità».

Emigrato in Canada da bambino e laureatosi in legge alla Osgoode Hall Law School di Toronto, Sergio Marchionne (1952-2018) rimarrà nel bene e nel male “alla storia” del nostro Paese. La sua personalità sin tanto che resterà dibattuta e controversa saprà tener viva la memoria della propria leadership. Netto è lo spartiacque creatosi. Uno iato profondo che non può riassumersi in uno scontro fra “marchionnismo” e ‘landiniani’. Investe questioni più ampie.

Davide Maria De Luca su Il Post pone un accento sui “nastrini” dei traguardi tagliati. Si lancia in una storytelling ambientata in una business company che «per decenni aveva prodotto automobili con sovvenzioni pubbliche», che ora si pavoneggia a «multinazionale moderna ed efficiente, che in Italia ha ormai solo interessi secondari». Sottolinea che l’ex “alter ego” del Tycoon torinese «nel 2004 trovò un’azienda sull’orlo del fallimento e 14 anni dopo la lascia in salute, con un valore azionario moltiplicato».

Agli intenti apologetici e le iniziative encomiastiche si alternano le ultime “cannonate” dei suoi irriducibili oppositori, le vecchie frange del Partito Comunista. Piovono copertine imbarazzanti e “processi sommari” sulle colonne del quotidiano Il Manifesto. Viene ribattezzato come l’«uomo della transizione». Un iniquo ridimensionamento? Alla base delle loro contestazioni ci sono pur sempre motivazioni fondate. La deriva “americanista”, lo spostamento della sede legale a Londra, di quella fiscale in Olanda. Il numero complessivo dei membri del personale è sceso in Italia a «29.000 compresi quelli di Maserati e Ferrari. Erano oltre 120.000 nel 2000». Le medaglie sulla giacca non gli mancano. Dei successi sono stati conseguiti. Ma a quale prezzo? E sulla pelle di chi? Circostanze che gli varranno l’epiteto di «buon navigatore» nell’odierno caos finanziario.

Una strana forma di “amore e odio” lo lega agli operai degli stabilimenti FIAT. Avverte spesso il bisogno di scrivere loro «direttamente». Predilige il dialogo, il confronto “faccia a faccia”, accende i riflettori su di sé, cerca il loro consenso.

Agli inizi di settembre del 2013 sempre in una lettera ribadisce che la società «ha deciso di proseguire nel programma di investimenti in Italia, malgrado le precarie condizioni del contesto economico e politico in cui» ci si trovasse «ad operare». La crisi dietro l’angolo, perennemente in agguato, figlia di un’altra fase particolarmente avversa del ciclo economico (risalente al biennio 2008-2009), lo spauracchio del default e le profetizzate “sventure fallimentari” rumoreggiate dalle agenzie di rating non sembrano intimorirlo.

Si guarda indietro, fa leva sui trionfi pregressi, proclama l’elenco dei risultati raggiunti: «la rinascita della Fiat», il merito di aver «rifondato l’azienda», di averle conferito «una nuova cultura e nuovi principi di gestione», di essere riusciti a strapparla «alle condizioni disastrose in cui si trovava, portandola, qualche anno dopo, a raggiungere il più alto livello di redditività in oltre un secolo di storia». Il virgolettato del manager assomiglia tanto a delle issues in ordine alle quali sarà enucleato il discorso che si appresterà a fare un Presidente del Consiglio prima che venga messa ai voti la mozione di sfiducia in Parlamento. Da convincere ci sono gli indecisi (sempre tanti) e gli scettici (in voga di questi tempi).

È consapevole di quanto lo stipendio “a fine mese” non figuri l’unico stimolo “produttivo” per i dipendenti. Ci vuole passione, talento, dedizione nel mestiere sul campo, ma anche carisma e fascino se si è alla guida: rematori “olimpionici” ed un abile nocchiero. Rivendica le scelte fatte, persino quelle “impopolari”. Il contratto collettivo di lavoro decentrato “specifico di primo livello” e la pratica dei “referendum” semi-plebiscitari finalizzati ad abbattere la distanza imprenditore-salariato promuovendone la “disintermediazione” sindacale.

Occorreva «voltare pagina e chiudere con una lunga storia di sfiducia nelle relazioni industriali», lasciarsi alle spalle Confindustria e «guardare al mondo in un modo nuovo». Veste i panni di Giulio Cesare prossimo ad attraversare il fiume Rubicone. Sergio Marchionne ha raffigurato per l’Italia una figura singolare di “manager-leader”. L’enigma del domani è un incentivo. Le mete già percorse training autogeno per le prossime sfide che non si faranno attendere dopo aver cortesemente bussato la porta di casa. È senza ombra di dubbio il “condottiero post-moderno”, sul cui versante estetico il tradizionale binomio lancia-scudo lascia posto alla camicia sotto il pullover blu. Il bottino da conquistare, dalla diversa angolazione cui lo si guardi, è fornito da un insieme di cose, di fattori eterogenei: la crescita del PIL (per lo Stato), i passi avanti nella robotica (per i sognatori e gli avanguardisti), l’aumento del fatturato (verso la famiglia Agnelli e gli altri azionisti) e la creazione di nuovi posti di lavoro (nel famigerato popolo).

Non chiede “ai lavoratori di fare sacrifici, ma di condividere il progetto d’azienda”. Preferisce essere schietto e metterli in guardia su ciò che li attende. Non è un venditore ambulante di ottimismo. “La lotta di classe è finita, – era il suo opinabile punto di vista naturalmente – ma se è finita la lotta tra operaio e padrone, non è finita la lotta tra le imprese, anzi nella globalizzazione si fa sempre più agguerrita, la si può vincere solo se tutti all’interno dell’azienda remano dalla stessa parte”. Alla “cittadinanza” statale ed europea vorrebbe affiancarsi un senso di appartenenza legato all’ambiente lavorativo che non si rassegna a ridursi ad una banale “relazione sociale”. Aspira a qualcosa di più intenso e significativo.

Alle accuse di “non luoghi” riferite alle officine già delocalizzate, “fungibilità della manodopera” e “disconnessione soggettiva” fra chi produce e i beni oggetto della produzione, in un discorso pronunciato presso la sede della Sevel S.p.A. ribatte che «la Fiat non è un’azienda senza volto». “E allora cos’è?” Sarebbe venuto spontaneo domandarsi. Suscita stupore il suo periodare “collettivista”. “La Fiat siamo tutti noi. Siamo decine di migliaia di persone che hanno deciso di dedicare gran parte della nostra vita a un progetto comune. La Fiat di oggi non è più quella che molti italiani ricordano. È cambiata nella struttura, nella dimensione economica, nell’estensione geografica e nel peso che ha all’interno del settore automobilistico mondiale. Nove anni fa la Fiat era un’azienda con un orizzonte limitato, che guardava soltanto all’Europa. Oggi siamo un gruppo con una presenza ampia e diversificata sui mercati di tutto il mondo”.

Il segno di una ben riuscita “mutazione genetica”. Scongiurato il rischio “di essere colonizzata” da investitori stranieri, è passata al contrattacco e attualmente “colonizza nuovi mercati”. Da facile preda a feroce predatrice.

“Tornare a produrre”: questa la ricetta salvifica. Non è uno slogan, ma il marchio “tridimensionale” della sua politica imprenditoriale. Un’autentica governance che germina da una weltanschauung dai contorni precisi e filigranati. “L’unico modo che abbiamo oggi per risalire la china, per invertire un ciclo economico avvitato su sé stesso, è tornare a produrre. Se le forze politiche e sociali non fanno tutto il possibile per rispettare il primato della produzione, la libertà conquistata dai nostri padri e dai nostri nonni” assieme agli sforzi profusi saranno stati vani. “Perché solo un Paese che produce può creare benessere, occupazione e ricchezza”.

Rilancia la necessità di un “breviario dei doveri”: un codice deontologico. “I diritti di tutti, a prescindere dalla categoria sociale di appartenenza, costituiscono la base di una comunità civile. Ma oggi viviamo in un’epoca in cui si parla sempre e solo di diritti. Lasciatemi dire che i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati. Se però continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo. Dobbiamo tornare ad un sano senso del dovere. Bisogna riscoprire il senso e la dignità dell’impegno”.

Le lamentele palesate sulla farraginosità della burocrazia e la lentezza dei suoi uffici sono lo specchio di un Paese in cui l’impellenza di una semplificazione del sistema legislativo è divenuta improcrastinabile. Nel quale si registra da più parti il «bisogno di poter contare sulla certezza di gestione e su un quadro normativo chiaro ed affidabile».

Non prova vergogna nel ricordare, a chi lo avesse dimenticato o ne fosse ignaro, le sue umili origini. Le sue radici appenniniche. Scommette sulla forza delle identità locali di conservarsi, sopravvivere e riscuotere ammirazione finanche nel mondo globalizzato. “Non ho mai visto un abruzzese arrendersi. Non l’ho mai visto aspettare che arrivasse un salvatore da chissà dove a regalargli un domani migliore. I valori. Gli abruzzesi cadono e si rialzano, non perdono tempo a lamentarsi, ma fanno, producono, ricostruiscono. È successo dopo la guerra. Ed è successo dopo il terremoto. Avete reagito con forza e dignità, prendendo in mano il destino e tornando a costruire il futuro. Nulla potrà intaccare i valori sani di questa terra”. Dal locale al globale, disegnando la traiettoria di un moto “ascendente”, non viceversa.

Correva l’anno 2010 quando a Rimini, invitato alla XXXI edizione del “Meeting per l’amicizia fra i popoli” nell’intervento, dal titolo “Saper scegliere la strada”, si ritrova a parlare dinanzi ad un pubblico di soli giovani, a detta sua, «una delle cose più difficili da fare». Si definisce “un uomo di industria”. L’homo industrialis. Dimostra di voler andare oltre le etichette formali, di non desiderare né omaggi né farsesche benemerenze. È l’uomo del “fare”, non dell’affabile parlantina tipica dei “buoni” salotti televisivi. Ammonisce come non sia «facile trovare un’impresa che possa contare su un’esperienza internazionale così ampia, basata non soltanto sull’accordo con Chrysler, ma anche sulla posizione di leadership in America Latina e sulle iniziative create in Cina e in Russia. Si tratta di un bagaglio di conoscenze che fa della Fiat un punto di osservazione privilegiato per capire cosa sta succedendo nel resto del mondo, come si sta sviluppando l’economia globale e come preparare l’azienda ad affrontare un sistema completamente aperto, fortemente interconnesso ma senza confini geografici o economici». Il “faro di Alessandria d’Egitto” in un mare decisamente più pericoloso e insidioso rispetto all’assai docile Mediterraneo: le agitate acque dell’Oceano Atlantico. Allo sbigottimento generale ogni qualvolta denuncia, senza remore e perbenismi, le criticità del nostro Paese argomenta citando dati concreti: l’esiguo “livello degli investimenti stranieri”, l’elevata percentuale di “imprese hanno chiuso negli ultimi anni”, di quelle che “hanno abbandonato l’Italia”. Il progetto “Fabbrica Italia” sarebbe nato proprio “per cambiare questa situazione e per sanare le inefficienze del nostro sistema industriale”.

Il “fronte” aperto con la FIOM non avrebbe alcunché di ideologico. Lo minimizza a mera “contrapposizione tra due modelli, l’uno che si ostina a proteggere il passato e l’altro che ha deciso di guardare avanti”. Un “passato ferito e mutilato” (dopo la modifica dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori specialmente) che vuol prendersi la rivincita (la sentenza della Corte Costituzionale 231/2013 non è stata sufficiente?iii) su un presente proiettato al futuro.

“Il mondo in cui operiamo è complesso, a volte caotico. I problemi che dobbiamo affrontare cambiano ogni giorno. Le variabili in gioco sono così tante e così grandi”. Come venire fuori incolumi da questo labirinto il cui Minotauro di Minosse è indicato con l’inflazionata nonché vacua espressione “mercato”? Il filo di Arianna consisterebbe in una «flessibilità enorme». Urgerebbe dunque una «grande rapidità e la capacità di adeguarsi in tempo reale ai cambiamenti del mercato. La velocità di risposta a quello che non possiamo prevedere è l’unica arma» spendibile in questo intrecciato conflitto “invisibile” fra domanda e offerta.

Vorrebbe che “fosse riconosciuta anche la dignità del mestiere dell’imprenditore”. Che gli si rendesse finalmente sana “giustizia”. Per i “rischi che si assume, agli impegni che prende, agli sforzi che compie per aprire la strada ad uno sviluppo internazionale dell’azienda e all’impatto che le sue scelte possono avere sulla società. È una responsabilità che dovrebbe meritare, se non stima, almeno rispetto”. L’amaro senso di ingratitudine dei suoi compaesani lo affligge. Trova assurdo “che la Fiat venga apprezzata e riceva complimenti ovunque, fuorché in Italia”.

Nel consiglio conclusivo che dà ai ragazzi insiste sull’importanza del metodo, della libertàiv nell’assumere le decisioni, li distoglie dall’inseguire uno studio prevalentemente nozionistico senza “sbocchi pratici” dirottandoli sulla più prosperosa via del pragmatismo e del raziocinio: «La conoscenza è come la nottola di Minerva. Arriva a cose fatte, quando la realtà è già passata. Quello che si studia nei libri sul mondo dipinge una situazione che è già un’altra. Per questo non è importante la strada che sceglierete. È molto più importante l’approccio con cui deciderete di percorrerla».

Insignito della laurea honoris causa in Ingegnera Meccatronicav, nel 2017 tiene una Lectio Magistralis presso l’Università di Trento. Esterna vigoroso pessimismo verso le “fughe in avanti” del settore elettrico. Osserva come «forzare l’introduzione dell’elettrico su scala globale, senza prima risolvere il problema di come produrre l’energia da fonti pulite e rinnovabili», possa costituire «una minaccia all’esistenza stessa del nostro pianeta». Diffida dalle eventuali “spinte sul pedale dell’acceleratore” da parte del legislatore nel nome dell’ecosostenibilità e delle politiche di contenimento al fenomeno del global warming. «Quella dell’elettrico è un’operazione che va fatta senza imposizioni di legge e continuando nel frattempo a sfruttare i benefici delle altre tecnologie disponibili, in modo combinato».

Si sofferma sulla novità impostasi nella scena automobilistica del millennio: il “pilota automatico”. Non si perde in risposte superficiali dinanzi all’incognita dei risvolti della tecnologia: alienerà l’essere umano o gli consegnerà l’universo in un click? «I benefici che possono derivare dalla guida autonoma sono moltissimi: in termini di sicurezza, riduzione del traffico e potenziale azzeramento degli incidenti causati da errore umano, oltre ad un nuovo livello di indipendenza e di qualità della vita per le persone anziane e disabili». Si professa fiducioso sul fatto «che la guida autonoma sarà una realtà nel giro di un decennio e che i sistemi avanzati di ausilio alla guida svolgeranno un ruolo cruciale nel preparare legislatori, consumatori e aziende per un mondo in cui il controllo dell’auto sarà passato nelle mani dell’auto stessa».

Esprimendo un sincero ringraziamento per il caloroso abbraccio che lo accoglie nella Facoltà, ne elogia le “punte di diamante”: lo «spirito pionieristico», «l’apertura internazionale», «le collaborazioni con il mondo scientifico, con le imprese e le istituzioni». La funzione spiccatamente “maieutica” nel «preparare le generazioni future, dare loro gli strumenti culturali ed umani per diventare, a loro volta, artefici di qualcosa di valore». vi

Avrebbe dovuto farsi più scrupoli? Ha peccato di cinismo? In che misura? Gli esecutivi sono stati eccessivamente morbidi? O forse complici? Quanto hanno sofferto questo repentino “cambio di rotta” i lavoratori? E le loro famiglie? I pro hanno annebbiato i contro? Parafrasando l’eterno spunto machiavelliano, il capitale accumulato e il risollevamento del titolo FCA in borsa (il fine) hanno giustificato l’abbattimento dei c.d. “tempi morti”, la riduzione delle pause giornaliere, i licenziamenti ‘economici’ (per utilizzare la corretta dicitura “giuslavorista”), l’uscita dal contratto collettivo nazionale, la consacrazione della definitiva rottura dell’unità sindacale (i mezzi)? Non stiamo commentando il profilo di un politico che persegue scopi generali, la carriera e le “magistrature ricoperte”. C’è un interesse “particolare” di traverso. E, allora, il nostro giudizio come può essere imparziale? I bilanci hanno chiuso col segno “+”. Very good. Le ricerche sono da limitarsi a grafici e scritture contabili? Ogni tentativo di “disputatio” è aprioristicamente condannato ad esaurirsi in una futile disquisizione etica? Napoleone diceva che «gli uomini di genio sono meteore destinate a bruciare per illuminare il loro secolo». Ce ne saranno altre? È stata solo una parentesi? Siamo nel primo quarto del XXI secolo e i tempi probabilmente non sono abbastanza maturi per rispondere a ciascuna di queste domande.

Quella che Paolo Pagliaro chiama «infobesità»vii, il sovraccarico di notizie e materiali, è una cifra caratteristica dell’era “multimediale”. Centinaia di autori si saranno già addentrati nell’avventura titanica di accaparrarsi il best seller su Sergio Marchionne. Racconti, docu-fiction, inchieste di approfondimento, saggi, persino romanzi (sia di penne notorie che baldanzosi esordienti) pulluleranno presto nelle migliori librerie e biblioteche. “Viva Dio” che sia così. Nell’auspicio che in attesa della lauta preannunciata «infocena» sia stata gradita questa riflessione a mo’ di fresco “infoaperitivo”.

Norberto Soldano