MANOVRA AL COLLE

Quirinale

Il testo della legge di bilancio è stato inviato al Quirinale. Si tratta di una nuova versione. E a breve dovrà fare il suo ingresso alle Camere. In concomitanza una nuova lettera della commissione Ue è stata inviata al Mef. Il portavoce della Commissione Europea, Christian Spahr, durante il briefing con la stampa a Bruxelles, ha spiegato che “è un passo standard nella preparazione di un rapporto ex articolo 126.3” del Trattato sul Funzionamento dell’Ue, che è il primo passo formale della procedura per deficit eccessivo, nel caso dell’Italia legata in particolare al debito. La Commissione, ha aggiunto, “considererà la risposta alla lettera”, come pure alla richiesta di presentare un nuovo Documento programmatico di bilancio, entrambe le quali devono arrivare entro il 13 novembre, “prima di prendere qualsiasi decisione”.

Il nuovo testo atteso in Parlamento, contiene in totale 108 articoli, contro i precedenti 115, per 77 pagine. Conte manifesta la propria soddisfazione attraverso Twitter: “Al lavoro per la crescita, avanti così”. “La legge di bilancio a cui abbiamo lavorato fino a ieri notte ha ricevuto la bollinatura della Ragioneria dello Stato ed è stata inviata al Quirinale. Stiamo lavorando per far crescere il nostro Paese, avanti così”.

Niente taglio alle pensioni d’oro
Sulle “pensioni d’oro”, l’ultima ipotesi di modifica circolata era quella di un contributo di solidarietà articolato in tre fasce: tra 90 e 120mila euro (6% di prelievo), 120-160mila euro (12%), oltre i 160mila euro (18%). Il taglio alle pensioni d’oro avrebbe potuto garantire risparmi compresi tra i 200 e i 300 milioni l’anno. La decisione di non procedere al taglio sarebbe stata determinata dai rischi di incostituzionalità della norma.

Un premio per il terzo figlio
La bozza contiene la misura, che ricorda periodi poco felici dell’Italia, che prevede terreni gratis in gestione per 20 anni per le famiglie in attesa del terzo figlio.

Vitalizi
Nel nuovo testo, per quelle Regioni che non tagliano i vitalizi di presidenti e consiglieri regionali, si prevedere che saranno ridotti dell’80% i trasferimenti, senza tuttavia toccare i fondi a Sanità, scuole per disabili e altri servizi essenziali. È questa la norma che il M5S sta inserendo nella legge di bilancio.

Struttura di missione
Nella bozza di prevede inoltre l’arrivo di una “struttura di missione per il supporto alle attività del presidente del Consiglio dei ministri di coordinamento delle politiche del governo e dell’indirizzo politico e amministrativo dei ministri in materia di investimenti pubblici e privati”. La struttura prende il nome di ‘InvestItalia’. La misura, sempre secondo quanto viene riportato sul testo, è “in attesa di valutazione politica”. Per la norma vengono stanziati 25 milioni all’anno dal 2019 e si prevede che la struttura sia istituita “con decreto del presidente del Consiglio dei ministri”, che operi alle dirette dipendenze del premier anche in raccordo con la Cabina di regia Strategia Italia prevista dal decreto legge Genova.

Salta incremento del Fondo famiglia
Nell’ultima bozza della manovra salta la norma che era contenuta nella versione precedente e che incrementava di 100 milioni di euro a partire dal 2019 il Fondo per le politiche della famiglia.

Incognita reddito di cittadinanza e quota 100
“C’è Possibilità che reddito di cittadinanza e quota 100 potrebbero slittare in avanti di qualche mese? “No, non certamente per motivazioni di ordine contabile. Semplicemente sono provvedimenti che devono essere fatti e devono essere fatti bene. Partiranno quando sarà tutto pronto per partire”. Così il sottosegretario con delega allo Sport, Giancarlo Giorgetti.

Altri tagli
Il governo prevede poi una riduzione di 60 milioni di euro nel 2019 e ulteriori 531 nell’arco temporale tra il 2019 e il 2031. Sforbiciata anche per diversi crediti di imposta. Il governo programma di risparmiare 3,9 milioni da quello nei confronti delle sale cinematografiche, 1,2 milioni dalle librerie e 375 mila euro dalle imprese editoriali.

A preoccupare perè sono i numeri. Dopo il dato di ieri su crescita zero rispetto al periodo precedente, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona nella nostra economia e non c’è fiducia nella manovra che si sta facendo. “Il lavoro – afferma il presidente dell’Europarlamento e vicepresidente di Fi Antonio Tajani – diventa il primo problema, indipendentemente da Bruxelles. Il problema dell’Italia sono i contenuti di questa manovra, che deve essere assolutamente modificata e non va nella giusta direzione, quella di creare lavoro”. Tajani parla poi del nodo banche: “stanno andando in fumo i risparmi degli italiani e adesso per aiutare le banche si chiederà agli italiani di prenderne un altra parte per coprire quelli andati in fumo e così gli italiani dovranno pagare due volte”.

Consulenti e Ispettori del lavoro: “Contrastare il lavoro irregolare e qualsiasi forma di sfruttamento”

Monitoraggio Inps

PENSIONI IN FRENATA

Pensioni in frenata nei primi 9 mesi del 2018: è l’effetto dell’aumento del requisito dell’età previsto per le donne scattato nel corso dell’anno a 66 anni e 7 mesi. Così tra gennaio e settembre sono state liquidate 349.621 pensioni rispetto alle 454.534 calcolate nel 2017. Il calo più evidente quello tra i dipendenti pubblici per i quali le pensioni liquidate nei primi 9 mesi dell’anno passano dalle 239.897 del 2017 a 197.608. E’ quanto rileva l’Inps, nel suo monitoraggio dei flussi di pensionamento.

La flessione maggiore, sempre per i dipendenti, si è evidenziata ovviamente per le pensioni di vecchiaia praticamente dimezzate e passate da 44.813 dei primi 9 mesi 2017 a 28.842 del 2018 ma un ridimensionamento è stato osservato anche per quelle di anzianità, da 73.434 a 66.137, invalidità da 25mila a 20.906 e superstiti da 96.450 a 81.723.

E sempre tra i lavoratori pubblici, annota ancora l’Inps, sono oltre 96mila i pensionati sotto i 1.000 euro in confronto ai 129mila dello stesso periodo del 2017. Sono in 33.466 invece i lavoratori che hanno percepito fino a 1.500 euro ; 27.032 quelli tra 1.500 e 2.000. Sono poco più di 25mila invece quelli che ricevono un trattamento pensionistico tra i 2.000 e 3.000 euro mentre ammontano a circa 14.574 gli assegni da 3.000 euro in su.

Complessivamente, invece, sotto i 1000 euro nei primi 9 mesi del 2018 finiscono circa 361mila pensioni. In particolare tra gennaio e settembre di questo anno ai 96 mila assegni tra i 500 e i 999 euro registrati dai lavoratori dipendenti si devono sommare i 18.099 dei coltivatori diretti sui 21.752 erogati; i 28.934 della gestione degli Artigiani sui 51.387 erogati; gli 8.824 dei Commercianti sui 40.737 erogati complessivamente, i 23.253 dei parasubordinati rispetto ai 24.969 erogati nei primi 9 mesi dell’anno e i 13.168 assegni sociali.

L’età media di uscita dal lavoro verso la pensione scende nei primi nove mesi del 2018 a 63,9 anni dai 64,1 riscontrati nell’analogo lasso di tempo del 2017. Il dato, come detto, emerge dal Monitoraggio dell’Inps sui flussi di pensionamento ed è legato alla riduzione delle pensioni di vecchiaia che si è avuta con l’aumento dei requisiti scattati nel 2018 per le donne. Per l’accesso alla pensione di vecchiaia l’età media passa infatti dai 66,4 anni del 2017 ai 67,3 del 2018 mentre per la pensione anticipata l’età media flette e passa dai 61 anni del 2017 a 60,9 anni nel 2018.

Consulenti e Ispettori

NO A SFRUTTAMENTO E LAVORO IRREGOLARE

Contrastare il lavoro irregolare e qualsiasi forma di sfruttamento del lavoro. Questo l’obiettivo comune, si legge in una nota, “del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro e l’Ispettorato nazionale del lavoro ribadito diramata al termine di un cordiale e proficuo incontro svoltosi recentemente tra la Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine, Marina Calderone, e il nuovo Capo dell’INL, Leonardo Alestra”.

“Ispettorato nazionale del lavoro e consulenti del lavoro condividono la necessità, ognuno nel rispetto del proprio ruolo istituzionale, di contrapporsi a qualsiasi forma di sfruttamento del lavoro; siano esse manifestate come lavoro nero o con altre forme più elaborate e sofisticate, comunque volte ad aggirare il sistema di regole vigente nel mondo del lavoro”, hanno dichiarato congiuntamente il Generale Alestra e la presidente Calderone.

“L’obiettivo – hanno continuato – è di essere a fianco delle imprese sane per favorirne la crescita nel rispetto delle regole del mercato del lavoro e per questo si impegnano a promuovere la cultura della legalità, anche attraverso l’utilizzo dell’Osservatorio per la legalità, canale già sperimentato e che ha dato positivi riscontri nel contrasto a qualsiasi forma di abuso. A tal fine, l’utilizzo della certificazione dei contratti e dell’Asseverazione della Regolarità Contributiva e Retributiva (Asse.Co), tra gli 8 milioni di rapporti di lavoro gestiti negli studi dei consulenti del lavoro, potranno essere strumenti – hanno concluso – quanto mai utili a ribadire la valenza della lotta al lavoro irregolare. In particolare, l’Asse.Co sta già realizzando un circuito virtuoso mirato alla diffusione del lavoro etico e regolare, che contribuisce altresì ad orientare in maniera più efficace i controlli degli organi ispettivi”.

Consulta Caf

ISSE CRITERIO BASE PER REDDITO DI CITTADINANZA

Estendere l’utilizzo dell’Isee e del 730 allargato per una più equa applicazione delle misure previste dalla legge di Bilancio 2019, a partire dal reddito di cittadinanza. Sono le proposte che arrivano dalla Consulta nazionale dei Caf, che le ha recentemente presentate a Roma nel corso di un incontro. Alla discussione, introdotta da Mauro Soldini e moderata da Massimo Bagnoli (coordinatori della Consulta nazionale dei Caf), hanno partecipato tra gli altri: Teresa Manzo (componente commissione Bilancio della Camera), Andrea Caso (componente commissione Finanze della Camera), Marco Leonardi (responsabile economia del Pd), Fabrizia Lapecorella (direttore generale del dipartimento Finanze del Mef), Paolo Savini (vicedirettore dell’Agenzia delle Entrate).

Ad oggi i Caf, che contano sull’intero territorio nazionale 10mila sedi permanenti, hanno trasmesso all’Agenzia delle Entrate oltre 17,6 milioni di dichiarazioni mod.730 (85% del totale) e all’Inps circa 5,8 milioni di Dichiarazioni sostitutive uniche (Dsu) dei nuclei familiari (97% del totale), valide ai fini del calcolo Isee, con un incremento del 10% sul 2017. E questi numeri, sottolineano i Centri di assistenza fiscale, “fanno sì che i Caf si candidino ad essere le uniche realtà in grado di gestire gli strumenti necessari all’applicazione delle riforme contenute nella legge di Bilancio 2019, garantendone l’equità, la trasparenza e contribuendo al contempo alla semplificazione fiscale”. In particolare, le principali proposte della Consulta sono: Isee estesa per reddito di cittadinanza e agevolazioni fiscali; Dichiarazione fiscale unica per le persone fisiche; premio alla fedeltà fiscale (bollino blu); applicazione estesa dell’Isee.

Secondo la Consulta, “l’Isee può diventare il criterio guida per la corresponsione del reddito di cittadinanza, in quanto la Dichiarazione sostitutiva unica che ne è alla base (l’autocertificazione del cittadino, compilata e trasmessa telematicamente dai Caf e asseverata dall’incrocio delle banche dati dell’Inps e dell’Agenzia delle entrate) fa emergere in maniera più trasparente non solo i redditi ma anche i patrimoni mobiliari (conti correnti, depositi, titoli) e immobiliari (appartamenti e terreni) dei richiedenti agevolazioni sociali, assistenziali ed economiche: una ‘prova dei mezzi’ che garantisce maggiore equità e trasparenza”.

E per i Caf, inoltre, “è possibile altresì definire un collegamento tra il sistema delle detrazioni e deduzioni fiscali e la prova dei mezzi Isee”. “Ciò consentirebbe – viene spiegato – di assicurare sia un maggiore riequilibrio delle attuali dinamiche di agevolazione fiscale, non sempre progressive, sia un correttore per l’equità, rispetto ad esempio a un taglio lineare o all’esclusione dalle tax expenditures di fasce di popolazione solamente in base al reddito e non anche al patrimonio familiare”. I Caf suggeriscono, quindi, “un nuovo modello 730 che, attraverso il semplice inserimento di pochi righi, diventi il modello dichiarativo unico per tutte le persone fisiche”. “Ciò equivarrebbe – assicurano – a una notevole semplificazione e velocizzazione delle procedure e degli adempimenti.

“E’ stato inoltre proposto lo spostamento del termine di presentazione del 730, dall’attuale scadenza del 23 luglio al 30 settembre. Questo permetterebbe agli intermediari di iniziare l’attività dopo aver acquisito le dichiarazioni precompilate dell’Agenzia delle Entrate nella loro piena completezza, così da elevare il livello di qualità, per l’intero sistema. Sarebbe una riforma semplice e senza aggravio per l’Amministrazione fiscale, trattandosi di dichiarazioni prevalentemente a credito”.

Per la Consulta, “si avverte oggi al necessità di implementare un’efficace politica d’incentivi ai pagamenti con mezzi tracciati, sostenuta ad esempio dalla detraibilità di tutte o parte di quelle spese o il sorteggio a premi di codici fattura o un mix di queste premialità. Questi elementi si inserirebbero nell’idea di un bollino blu della fedeltà fiscale del contribuente, che non si limiterebbe al solo proprio reddito (fedeltà obbligata) ma anche al patrimonio del proprio nucleo familiare (fedeltà volontaria)”.

“I Caf potrebbero quindi svolgere un ruolo di asseverazione per tutti i soggetti che già assistono oggi, lavoratori e pensionati, senza dimenticare la crescente platea con redditi diversi che in questi anni hanno ottenuto la possibilità di utilizzare il modello 730”, viene sottolineato. “Il bollino blu -precisa ancora la Consulta dei Caf- darebbe accesso ad alcune forme premianti come ad esempio: detrazioni aggiuntive delle spese pagate con mezzi tracciati, l’accreditamento di una somma su una carta prepagata, il riconoscimento di un coefficiente di abbattimento nel calcolo dell’Isee, per l’eventuale necessità d’accesso a determinate prestazioni sociali agevolate, una riduzione dell’attuale periodo di accertamento”.

“Con l’adozione di queste proposte – hanno dichiarato Massimo Bagnoli e Mauro Soldini, coordinatori della Consulta nazionale dei Caf – i Caf possono diventare sempre di più gli sportelli dello Stato sul territorio, grazie alla stretta vicinanza e al rapporto fiduciario instaurato negli anni con i cittadini”. “Il loro ruolo può quindi ampliarsi, a vantaggio dell’amministrazione finanziaria che può contare su una rete esistente, capillare e dotata di professionalità e competenze consolidate”, hanno sostenuto.

“La fornitura di questi nuovi servizi da parte dei Caf – hanno concluso – rende tuttavia necessario il recupero delle risorse economiche per il modello 730 oggi mancanti a causa del taglio già avvenuto dei compensi del Mef varati con la legge di stabilità 2016 (-70 milioni annui) e a quello a venire nel 2019 (-30 milioni) e per l’Isee, data l’insufficienza di copertura economica, (a meno di rifinanziamenti) sulle risorse dell’Inps e del ministero del Lavoro”.

Carlo Pareto

M5S Torino: no alla TAV, si ai TIR

Edward Lorenz, meteorologo del MIT, teorico della teoria del caos, intitolò una sua conferenza: “Può il battito di una farfalla in Brasile provocare un uragano in Texas?”. Su farfalle e uragani lasciamo disquisire gli esperti, anche se di caos come italiani lo stiamo  diventando tutti. La teoria ha  avuto una sua concreta applicazione in politica proprio ieri nel consiglio comunale di Torino: “Può lo sblocco della TAP in Puglia provocare il blocco in Piemonte della TAV tra Italia e Francia?”  La risposta da parte dei grillini torinesi è stata un perentorio si, da cui peraltro la sindaco Appendino si è sottratta con un provvidenziale e tempestivo viaggio a Dubai: grillina si, ma pur sempre appartenente alla benestante borghesia imprenditoriale torinese pro TAV.

Una delibera che ha un valore solo politico e non pratico: non è competenza di un consiglio comunale, sia pure di una città capoluogo regionale, se la TAV debba essere realizzata o no. Ricorda le delibere degli anni 70 che vari comuni in tutta Italia si sentivano in dovere di adottare contro la povertà o a favore della pace nel mondo: gli effetti furono ovviamente nulli ma ci si sentiva tutti più buoni e politicamente corretti. Nel caso della TAV le conseguenze possono essere però concrete: i “cedimenti” sulla Ilva di Taranto e sulla TAP, anche se sono cedimenti al buon senso, inducono i grillini a trovare una compensazione in Piemonte, una regione dove secondo i sondaggi, nonostante o forse proprio perché amministrano Torino, alle prossime elezioni subiranno un solenne flop e che, quindi, può essere castigata.

I no TAV motivano il loro no, tra l’altro, con la presunta inutilità dell’opera: non prevedono un incremento del traffico tale da giustificarla. Chi ha l’avventura di percorrere l’autostrada da Torino per il Frejus non ha bisogno della sfera di cristallo per vedere il futuro: basta già il presente per rendere indispensabile la sua realizzazione.

Sostiene Mauro Gorrino, ingegnere torinese ed esperto per passione dei collegamenti con la Francia:” Siamo vicini a 3 milioni di TIR all’anno tra Italia e Francia, in gran parte distribuiti tra Ventimiglia, Frejus e Bianco. Vista poi la situazione di Chamonix, cioè una conca con scarso ricambio d’aria, ogni tanto l’inquinamento diventa tale che il prefetto all’Alta Savoia impone la chiusura del tunnel del Monte Bianco al traffico pesante, per cui i TIR si spostano sul Frejus. Allora i sindaci dei comuni della valle francese della Maurienne protestano inviperiti contro l’aumento dei TIR e chiedono cosa si aspetta a fare la TAV, mentre i sindaci NO TAV della Val Susa se ne stanno ben zitti, perché l’inquinamento da tir pare  non turbarli”.

Leo Alati

Asia Bibi assolta, ora va assicurata protezione

asia bibi

Un verdetto storico, inatteso e importante anche per affermare il principio della tolleranza religiosa. L’assoluzione disposta oggi dalla Corte Suprema del Pakistan nei confronti di Asia Bibi ha un significato profondo. La donna cristiana era stata condannata a morte nel 2010 per blasfemia e ha rischiato l’esecuzione sulla base di prove infondate.

“La vicenda di Asia Bibi è stata usata per aizzare folle violente di facinorosi, per giustificare l’assassinio di due alti rappresentanti delle istituzioni nel 2011 e per intimidire fino alla sottomissione lo stato pachistano”, come ha ricordato Omar Waraich, vicedirettore di Amnesty International per l’Asia meridionale.

E’ quindi naturale il senso di liberazione e di gioia che accompagna tutti i commenti che in queste ore si stanno rapidamente moltiplicando, la copertina che la vicenda sta ottenendo nei notiziari in tutto il mondo, la scelta di festeggiare questo evento così simbolico come a Venezia dove il prossimo 20 novembre il Canal Grande di Venezia e numerosi altri luoghi simbolo della città saranno illuminati di rosso.

“E’ assolta da tutte le accuse”, ha detto il giudice Saqib Nisar leggendo stamane il verdetto, “è libera di andare immediatamente”.

Ma ora comincia la parte più complicata. Non è un caso che, immediatamente, manifestazioni di protesta sono esplose in tutto il Pakistan dopo la sentenza della Corte, tanto da dover indurre il Primo ministro pachistano, Imran Khan, a lanciare un appello alla calma e a rispettare il verdetto. “Assicurate la protezione di Asia Bibi”, è l’esortazione che arriva alle autorità pakistane e Amnesty International ricorda come negli ultimi anni persone assolte dal “reato” di blasfemia hanno dovuto cercare riparo all’estero.

Per saperne di più:

Massimo Persotti

Visco: conseguenze gravi dallo spread alto

Visco-Giornata Mondiale Risparmio-banche

La prima giornata mondiale del risparmio si è svolta novantaquattro anni fa, nell’ottobre del 1924 a Milano, presso la sede della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde che organizzò il I Congresso Internazionale del Risparmio.

Ai lavori parteciparono le Casse di Risparmio di 26 Paesi con lo scopo di studiare gli Istituti ed i mezzi per la raccolta e per la tutela del Risparmio.

Il risparmio venne proposto come base dell’educazione non solo economica della società, da intendere quindi come disciplina fondamentale di tutta la comunità, per un uso migliore, individuale e sociale, della ricchezza.

Nella comunanza di tali ideali e propositi e a ricordo della prima riunione mondiale degli Istituti di risparmio, si decise che da quel momento in poi il 31 ottobre, giorno di chiusura del Congresso, sarebbe stato dichiarato in tutti i Paesi ‘giorno del risparmio’: non giorno di ozio, ma di lavoro e condotta ispirati all’ideale del risparmio ed inteso a diffonderne con l’esempio, con la parola e con l’immagine, i principii.

L’art. 47 della Costituzione della Repubblica Italiana recita:

“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.

Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”.

Quindi, oggi è un giorno speciale dedicato alla celebrazione del risparmio.

La 94 edizione della Giornata Mondiale del Risparmio dal titolo “Etica del risparmio e sviluppo”, organizzata da Acri, si è svolta oggi presso l’Aula Magna dell’Angelicum – Pontificia Università San Tommaso d’Aquino.

Hanno Partecipato, tra gli altri, Giovanni Tria, ministro dell’Economia e delle Finanze; Ignazio Visco, governatore Banca d’Italia; Giuseppe Guzzetti, presidente Acri; Antonio Patuelli, presidente Abi.

Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, ha lanciato un allarme spiegando: “Per le conseguenze gravi di un prolungato rialzo dei rendimenti dei titoli di stato su banche e famiglie. Il loro incremento deprime il valore dei risparmi accumulati dalle famiglie direttamente o indirettamente che detengono 100 miliardi di titoli pubblici mentre le banche e società a cui affidano i loro risparmi ne hanno 850 miliardi. Per le banche, gli effetti si vedono sull’aumento del costo della raccolta, caduta delle azioni (-35% da maggio). All’ampliamento del premio di rischio sui titoli di Stato ha contribuito l’incertezza sull’orientamento delle politiche di bilancio e strutturali e sull’evoluzione dei rapporti con le istituzioni europee. Sono riemersi i timori degli investitori nazionali ed esteri per la dinamica del debito pubblico e per il rischio di una sua ridenominazione. Il debito pubblico dell’Italia è sostenibile. Tuttavia deve essere chiara la determinazione a mantenerlo tale, ponendo il rapporto tra debito e prodotto su un sentiero credibile di riduzione duratura. La normalizzazione della politica monetaria è un processo molto delicato. L’Italia può comunque fronteggiare un’uscita dal regime di bassi tassi di interesse senza rischi per l’attività produttiva o per le finanze pubbliche, a condizione che la politica di bilancio rimanga ancorata alla stabilità e che prosegua il processo di riforma volto al rafforzamento dell’economia. I costi sociali delle riforme possono essere attenuati anche con l’intervento pubblico. Se ne può discutere in sede europea ma le differenze di opinioni non devono però tradursi in un conflitto istituzionale. Nel 2019 dovranno essere collocati titoli pubblici per quasi 400 miliardi di euro e che un clima di fiducia reciproca è indispensabile perché possa essere condotto a termine il processo di riforma della governance economica europea”.

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, intervenendo alla Giornata mondiale del risparmio, ha detto: “Il deficit non salirà come paventato da alcuni interlocutori, istituzionali e non, perché le stime del governo sono basate su una previsione di crescita tendenziale. Il governo italiano non vuole in alcun modo l’uscita dell’Italia dall’euro o dall’Unione europea. Lo spread, il differenziale di rendimento Italia-Germania, non è giustificato se si guarda ai fondamentali dell’economia italiana. Lo spread mette sotto pressione le banche, nonostante il sistema sia solido e vi sia stata un’importante riduzione delle sofferenze. Il dialogo con l’Europa deve continuare perché un’Italia che cresce non fa bene solo all’Italia ma fa bene anche all’Europa”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato ai partecipanti della Giornata Mondiale del Risparmio, ha scritto: “I risparmi delle famiglie rappresentano complessivamente un elemento di forza che va accuratamente tutelato. Esso, unito all’equilibrio dei bilanci pubblici, espressamente richiamato dalla costituzione, è condizione essenziale dell’esercizio dell’effettiva sovranità del paese. La gestione del risparmio da parte dello Stato, delle imprese bancarie, degli intermediari finanziari, costituisce il motore di uno sviluppo responsabile e sostenibile, un elemento centrale dell’esercizio del credito e deve obbedire a regole di assoluta trasparenza, di saggia amministrazione delle risorse, di protezione di depositi e investimenti”.

Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, nel suo intervento, ha affermato: “Combattiamo ogni ipotesi di aumento delle imposte sulle banche che indebolirebbe la ripresa, oltretutto quando, nel 2019, la Bce realizzerà nuovi stress test sulle banche. La pressione fiscale non è una variabile indipendente ma un fattore che incide su tutta la catena produttiva delle imprese di ogni genere e delle famiglie”.

Il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, ha affermato: “Il risparmio privato, e non solo, non può venire sacrificato sull’altare del debito pubblico. E’ innanzitutto responsabilità del Governo di non mettere a rischio il risparmio degli italiani. Il risparmio privato degli italiani è considerato da Moody’s elemento di forte stabilità del sistema. Questo risparmio nelle ultime settimane è già stato significativamente ridotto”.

Anche quest’anno, per la 94° Giornata mondiale del risparmio, Acri (l’Associazione che rappresenta le Fondazioni di origine bancaria e le Casse di Risparmio Spa) ha presentato i risultati dell’indagine sugli Italiani ed il Risparmio, che da diciotto anni realizza insieme a Ipsos per questa manifestazione.

I risultati dell’indagine sono suddivisi in due macroaree: la prima, comune a tutte le rilevazioni (dal 2001 al 2018), che consente di delineare quali siano oggi l’atteggiamento e la propensione degli Italiani verso il risparmio, evidenziando i cambiamenti rispetto al passato; la seconda focalizzata sul tema specifico della Giornata, che quest’anno è “Etica del risparmio e sviluppo” per porre l’attenzione su alcune tendenze che stanno emergendo.

In una nota di presentazione del rapporto si legge: “Gli italiani stanno vivendo una fase di incertezza. Consapevoli di elementi di miglioramento rispetto al passato sperano in una situazione più positiva per il futuro, anche se in maggioranza ritengono che la crisi durerà ancora qualche anno. Più positivi risultano i giovani fino ai 30 anni nel Centro Sud, molto meno i 31-44enni del Nord Est, per i quali si registra un calo di fiducia. In questo contesto la tensione al risparmio rimane molto forte, con segnali di ulteriore rafforzamento, soprattutto in un’ottica cautelativa. Cresce anche il valore sociale che al risparmio viene attribuito: l’80% degli italiani ritiene, infatti, che sia utile per lo sviluppo sociale e civile del Paese. In un presente che appare complesso e contraddittorio, le scelte di consumo diventano più guardinghe e accorte, frenando la tendenza al recupero dei consumi che si era registrata negli ultimi anni.
Le prospettive dell’Italia sembrano fortemente legate all’Europa: se da una parte è forte la delusione per i progressi del processo di unificazione europea (il 53% ha una bassa fiducia), dall’altra ancor più che in passato si ritiene fondamentale la scelta europeista del Paese (il 66% ritiene che l’uscita sarebbe un danno per il Paese, in crescita rispetto al 61% del 2017; chi ritiene l’uscita un vantaggio scende dal 17% al 14%). Allo stesso tempo sempre più italiani sono convinti che, in una prospettiva di medio periodo, rimanere nell’euro sia la scelta più idonea (il 56% ritiene che sarà un vantaggio, contro il 29% che preferirebbe non avere l’euro in futuro).

Per molti italiani, il 2018 sembra essere un anno di attesa. Sospesi tra un passato recente, rispetto al quale si rendono conto dei miglioramenti, e grandi aspettative per il futuro, vivono la situazione attuale con incertezza, anche perché la crisi non sembra mai definitivamente superata (si attendono in media ancora 4 anni di crisi); il presente appare complesso e contraddittorio. Altro elemento di contraddizione è l’aumento delle famiglie che non hanno avuto nessuna difficoltà a mantenere il proprio tenore di vita (sono il 37%, erano il 35% nel 2017, il 32% nel 2016) e parimenti la crescita di quelle che dichiarano di essere state colpite direttamente dalla crisi riguardo al lavoro: nel 2017 erano il 19%, nel 2018 salgono al 24%.

L’incertezza che stanno vivendo gli italiani ha degli effetti evidenti sulle decisioni di risparmio e di consumo: la tensione al risparmio, ovvero il desiderio di risparmiare, è molto forte e riguarda l’86% degli italiani, come lo scorso anno, ma ben il 38% addirittura non vive tranquillo se non mette da parte dei risparmi (+1 sul 2017), e il 39% delle famiglie afferma di essere riuscito effettivamente a risparmiare (+2 punti percentuali sul 2017), mentre diminuiscono coloro che consumano tutto il reddito: sono il 37% contro il 41% del 2017. Al contempo aumentano lievemente le famiglie in saldo negativo di risparmio: dal 21% del 2017 al 22% attuale; in quest’ambito decresce il numero di coloro che intaccano il risparmio accumulato (dal 16% dello scorso anno al 14% attuale), ma aumentano coloro che ricorrono a prestiti (sono l’8% contro il 5% del 2017). L’aumento del risparmio lordo delle famiglie (+18% rispetto allo stesso periodo del 2017) è riscontrato anche dall’Istat (che rileva lo stock di risparmio, non il numero dei risparmiatori).

Gli italiani sono piuttosto soddisfatti (13% molto soddisfatti e 54% abbastanza soddisfatti) di come gestiscono i propri risparmi. L’investimento ideale non esiste più: gli italiani si dividono in 3 gruppi quasi omogenei: il 30% ritiene che l’investimento ideale proprio non ci sia (-3 punti rispetto al 2017), il 32% lo indica negli immobili (+1 punto sul 2017), il 31% indica gli investimenti finanziari reputati più sicuri. Ultimi, con il 7%, sono coloro che indicano come ideali gli strumenti finanziari più rischiosi (con una percentuale stabile rispetto all’anno passato).

Cosa rappresenta per gli italiani il risparmio? Risparmiare è tranquillità, saggezza, pensare al futuro, ma anche un sacrifico. Per il 64% significa attenzione alle spese superflue ed evitare gli sprechi (pensionati 69%). Risparmiare è qualcosa alla portata del quotidiano, un atteggiamento di vita, un’attenzione continua che parte dalle piccole cose e arriva alle più grandi, piuttosto che una costante rinuncia o una rincorsa allo sconto. La sensazione è che si faccia un po’ meno di ciò che si dovrebbe: si pensa che le generazioni passate abbiano risparmiato assai più di quella presente (85%).

Inoltre, quando gli italiani pensano al risparmio i rimandi sono soprattutto positivi (82%), legati all’idea della tranquillità (39%), della tutela (21%) o della saggezza (19%). Però il risparmio è anche sacrificio per il 30%, cioè una rinuncia a consumare oggi, o una situazione che ricorda la crisi (7%) e a volte mette un po’di tristezza (4%). Il risparmio è anche molto legato all’idea di futuro (27%), al pensiero di cosa succederà, a farsi trovare pronti per il domani, bello o brutto che sia.

Cresce la quota di italiani che attribuiscono al risparmio una valenza che va oltre la sfera privata. Basti osservare come l’80% ritenga che il risparmio sia utile per lo sviluppo sociale e civile del Paese e sono sempre più coloro che, quando risparmiano, percepiscono di fare, oltre ai propri interessi, anche quelli del Paese: erano un quarto nel 2017 (24%), sono circa un terzo adesso (32%).

Nel complesso, considerando l’andamento dei vari indicatori rilevati (personale, territorio, Italia, Ue e mondo) si assiste a una ripresa di ottimismo (il saldo tra ottimisti e pessimisti è positivo di 5 punti contro il +2 dello scorso anno), trainata, oltre che dalla percezione legata al futuro personale, da una rinata fiducia nella crescita dell’economia mondiale (+7 nel 2018, +1 nel 2017). Stazionaria la percezione del futuro del proprio territorio (saldo +2), del Paese (-3) e dell’Europa (+2).

La lenta ripresa della fiducia sul futuro la si coglie anche guardando la tendenza di lungo periodo:  in un clima di generale miglioramento internazionale, l’Italia mostra segnali di ripresa. L’Europa prosegue il trend positivo già evidenziato negli ultimi due anni, il Nord America e l’area dell’Asia-Pacifico crescono confermandosi come aree più ‘positive’, mentre il Sud America inverte il dato in calo del 2017 con una crescita sensibile.

Sul fronte dei consumi dopo anni di migliore disposizione verso i consumi, per la prima volta osserviamo un diffuso rallentamento. L’italiano torna ad essere più attento, e ciò riguarda soprattutto i beni che più erano cresciuti nel recente passato: in primis gli investimenti semi-durevoli e poi alcuni beni di prima necessità, quali alimentari e casalinghi. Farmaci, fuori-casa e divertimento vengono invece ridotti lievemente rispetto al 2017, mentre è sostanzialmente costante la spesa per la cura di sé. Da notare anche che si riduce la disponibilità al dono.

La ricerca analizza le diverse tipologie di famiglie che sperimentano situazioni differenti: da una parte quanti sono stati effettivamente colpiti in modo serio dalla crisi: continuano ad adottare una forte razionalizzazione delle proprie spese, quando non una vera e propria austerità. C’è poi chi ha sperimentato qualche difficoltà ha una forte virata verso la razionalizzazione dei consumi: riduce quelli legati al fuori casa, abbigliamento, elettronica ed elettrodomestici e spese per l’auto. Chi invece non ha difficoltà aumenta i propri consumi di elettronica, telefonia, prodotti alimentari, spostamenti e veicoli; tende a rimanere più cauto sul fuori-casa e riguardo alle spese di abbigliamento. E infine chi sta bene incrementa quasi tutte le spese, tranne cinema, teatro e concerti.

Osservando da vicino le donazioni ad associazioni caritatevoli, ambientali, culturali, medico-scientifiche sono sostanzialmente costanti, anche se coloro che dichiarano di averle ridotte (16%) sopravanzano quelli che le hanno aumentate (10%) con un saldo di -6”.

Dal rapporto Acri-Ipsos presentato per la 94 Giornata Mondiale del Risparmio, si potrebbe dire che gli italiani stanno ‘facendo, di necessità, virtù’, ma le incognite politiche pesano enormemente. I moniti e le preoccupazioni degli autorevoli intervenuti alla Giornata del Risparmio sono stati molteplici, mentre in controtendenza si è espresso soltanto il ministro Giovanni Tria a difesa della manovra sulla finanziaria.

Salvatore Rondello

Emergenza verità (seconda puntata: l’immigrazione)

Se c’è una materia in cui numeri e impressioni fanno a pugni é proprio quella della immigrazione. E si tratta del tema che più di ogni altro sta orientando l’opinione dei popoli europei, ma anche di quello statunitense, verso posizioni di destra. Cerco dunque di dividere in due questo argomento, che nelle sensazioni generali é invece avvertito come unico: da un lato il fenomeno della immigrazione, dall’altro la sua gestione. Questa distinzione vale soprattutto per l’Italia dove numeri accettabili sono poi spesso confusi e moltiplicati a causa di una cattiva gestione del fenomeno.

Partiamo dunque dai numeri (vedi Infodata, Il Sole 24ore, 8 marzo 2018). In Italia la percentuale di immigrati regolari assomma all’8,3 per cento della popolazione. Ci sopravanzano l’Austria con il 14,3, l’Irlanda con il 12,4, il Belgio con l’11,7, la Germania con il 10,5, la Spagna con il 9,5 e anche il Regno unito con l’8,6. Questi sono dati rilevati dall’Istat e riferiti al 2017. Dell’8,3 italiano solo il 5,8 appartiene a popolazioni extra europee, mentre il 2,5 si riferisce a migranti di origine europea. Per ciò che riguarda la popolazione extracomunitaria la provenienza di migranti di origine rumena é al primo posto (il 22,1), segue quella di provenienza albanese (il 9,8), poi il Marocco (il 9), indi la Cina (il 5,3), poi l’Ucraina (il 4,5), le Filippine (il 3,4), l’India (il 2,9). Quindi non è vero che i paesi islamici siano ai primi posti. Vi è un aumento della popolazione africana, ma siamo sempre a percentuali ridotte.

In Italia gli sbarchi (vedi Ministero dell’Interno, pagina Internet, ottobre 2018) dal 2014 al 2017 sono stati 628mila, un numero consistente e secondo solo alla Grecia (circa un milione). L’applicazione del trattato di Dublino e nel contempo il blocco, dopo l’accordo con la Turchia, del percorso a est, ha visto confluire sull’Italia un numero alto di profughi e di migranti economici. Ma dal gennaio al giugno del 2018, grazie agli accordi con la Libia del ministro Minniti, gli sbarchi sono nettamente dominuiti, di oltre l’80 per cento, e risultano in questi sei mesi di sole 13mila unità. Quando esplode la vicenda Aquarius gli sbarchi erano gia al minimo degli ultimi quattro anni. Dunque la diminuzione dai 628 mila dei quattro anni precedenti (160 mila all’anno) ai soli 13mila in sei mesi (proiezione 26mila in un anno), si é ottenuta grazie al governo Gentiloni e non a quello Conte-Salvini.

Gli irregolari in Italia sono stimati nell’ordine dei 500mila (Vedi Luigi Mannini, Immigrati irregolari e residenti in Italia nel 2018, in statisticheitalia.it su Internet). Non inganni il numero degli sbarchi, perché una larga parte di coloro che arrivano in Italia si trasferiscono poi in altri paesi europei. A costoro, secondo le norme di Dublino, deve provvedere il paese di prima accoglienza e poiché la maggior parte di loro, arrivano via mare in Italia, dopo la chiusura del percorso a est e la scarsa frequentazione di quello di Gibilterra, si è richiesto all’Italia un carico di oneri senza sostegni e quote europee. L’Europa si é spesso voltata dall’altra parte. Soprattutto i paesi coi quali il ministro degli Interni Salvini ha stretto legami politici e di amicizia. Alla mozione del Parlamento europeo che postulava la necessita di cambiare il criterio della prima accoglienza con quello delle quote non hanno aderito né Cinque stelle né la Lega, mentre i più strenui oppositori della riforma delle norme di Dublino e dell’introduzione delle quote restano Ungheria, Slovacchia, Repubblica ceca e Polonia, quelli dell’Alleanza di Visegrad, i soli paesi, assieme alla Danimarca, a non avere ospitato un solo migrante proveniente dall’Italia.

I cosiddetti profughi, che in Italia vengono divisi in rifugiati (per discriminazioni di razza, religione, idee politiche), in soggetti in protezione sussidiaria (perché il loro rimpatrio comporterebbe rischi alla loro incolumità) e soggetti a protezione umanitaria, categoria eliminata dalla legge Salvini, sono solo il 2,4 per mille e l’Italia si trova al sedicesimo posto in Europa (vedi Vladimiro Folchi, Immigrazione, i numeri contro le fak news…, in La Repubblica, 25 ottobre 2018). La Svezia é al primo posto col 23,4, seguita da Malta col 18,3, poi la Norvegia con l’11,4, l’Austria con il 10,7. Anche Germania e Francia ci superano. Per richieste d’asilo al primo posto c’é la Germania con il 9,1, poi l’Austria col 4,9. L’Italia é solo decima col 2 per cento.

Dunque in Italia non c’é alcuna invasione. Il numero dei migranti regolari é il settimo dei paesi europei, l’8,3, gli sbarchi sono nettamente diminuiti di oltre l’80 per cento già nei primi sei mesi del 2018, i profughi rappresentano una percentuale minima che colloca l’Itala al sedicesimo posto rispetto agli altri paesi europei e le richieste d’asilo solo al decimo. Gli irregolari, ai quali é scaduto il permesso di soggiorno o ai quali é stata respinta la richiesta d’asilo, assommano a circa 500mila e su questo occorre aprire il grave tema della loro gestione. E ovviamente del rapporto con l’Europa oltre alle difficoltà del loro rimpatrio. Ma cominciamo dall’inizio.

I cittadini stranieri entrati in modo irregolare in Italia sono accolti (vedi Fabio Colombo, I centri d’accoglienza spiegati per bene, in Lenius, su Internet) in centri per l’immigrazione dove ricevono assistenza, vengono identificati e trattenuti in vista dell’espulsione oppure, nel caso di richiedenti protezione internazionale, per le procedure di accertamento dei relativi requisiti. Queste strutture si dividono in: centri di primo soccorso e accoglienza (Cpsa), centri di accoglienza (Cda), centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) e centri di identificazione ed espulsione (Cie). Ma fino a quando non si procede a operazioni di rimpatrio tutto quello che dovrebbe essere transitorio rischia di diventare definitivo. I paesi di origine si rifiutano di riaccogliere i migranti e l’unico modo per convincerli sono quei patti di sostegno economico messi in campo dal minsitro Minniti e ai quali ancora non si é dedicato l’attuale governo. Cosi in molte strutture si sono creati fenomeni di surplus, mancanza di servizi adeguati, una permanenza complicata e spesso incivile come hanno eloquentemente dimostrato servizi televisivi e giornalistici. I richiedenti asilo vengono ospitati nei cosiddetti Cara, e nei più gradevoli Sprar, di dimensione più ridotta, spesso in condizioni migliori di quanto non accada negli altri centri, che dovrebbero essere riservati a coloro che hanno già ottenuto un riconoscimento di protezione internazionale e che possono iniziare un processo di integrazione.

Dalle Ong sospette alle coop che lucrano, ai migranti trattati come bestie nei campi del sud, alla loro concentrazione in condomini nelle periferie, agli ospiti negli hotel senza lavorare sono tanti gli errori, le lacune, gli illeciti commessi in Italia sulla gestione dei migranti. E questi errori sono stati spesso la causa della sopravvalutazione e della drammatizzazione di un fenomeno che per la sua consistenza sarebbe assolutamente nella norma. Ci hanno messo del loro anche alcuni sindaci che non hanno saputo gestire i pochi migranti che erano tenuti ad ospitare o che hanno rifiutato di ospitarli in nome di uno stupido principio di rifiuto pregiudiziale, mentre ad altri, il caso di Riace é eloquente, vengono oggi negati gli ottimi risultati conseguiti con interventi della magistratura e del governo.

Consiglierei di evitare assurde e pericolose generalizzazioni. Non tutte le Ong sono complici del traffico di esseri umani, non tutte le cooperative lucrano illegittimamente sui migranti. Occorre distinguere, selezionare. Non basta diminuire da 35 a 25 euro il costo a migrante per lo stato per essere sicuri che lo sfruttamento indebito abbia fine. Anzi, può essere che diminuisca ancora il servizio, già discutibile e spesso indecente, che viene assicurato. Se poi le imbarcazioni delle Ong vengono eliminate dal servizio volontario di salvataggio in mare, ancora più complicato sarà sotrarre naufraghi a morte sicura. E’ indispensabile invece pretendere che tutti i campi di respingimento in Libia passino sotto la gestione dell’Onu, giacchè troppi sono stati i casi di inaccettabile violenza che sono stati segnalati e che non possono essere tollerati da un paese come l’Italia. Noi dobbiamo poi pretendere che vengano perseguiti tutti i reati commessi in Italia contro i migranti sfruttati col caporalato nei campi del Sud, che i migranti vengano suddivisi sempre in modo proporzionato e non concentrati nelle periferie urbane (bisogna evitare le banlieues francese e belghe). Anche perché l’integrazione é molto più semplice attraverso la convivenza tra piccoli gruppi di migranti e popolazione italiana. Occorre che coloro che sono ospiti, sia pure transitori, nelle nostre stutture, ricambino col lavoro la nostra ospitalità. Questo anche per evitare la sensazione dell’esistenza di privilegi rispetto alla popolazione residente. Per quanto riguarda la popolazione islamica é necessario pretendere il pieno rispetto delle leggi e dei principi di uno stato liberale che si fondano sulla parità tra uomo e donna, sul rispetto di tutte le religioni, sulla libertà dei figli di scegliere il proprio coniuge, sul divieto di qualsiasi violenza nell’ambito familiare e ovviamente sulla preventiva repressione di qualsiasi atto di terrorismo e della loro propaganda. In quest’ultimo settore vanno appoggiate tutte le iniziative volte a smascherare ogni cellula terroristica che spesso si annida dietro predicatori d’odio. Va anche riformata la normativa che conduce alla cittadinanza italiana. Se uno ius soli temperato, come quello contenuto nel Ddl ancora non approvato, é condivisibile, sarebbe oltremodo opportuno che per conseguire la cittadinanza si pretendesse davvero la conoscenza della lingua italiana e un modo di vivere non difforme dal nostro. L’integrazione non può essere un compromesso tra civiltà liberale e civiltà integralista. La prima porta allo stato laico, la seconda alla teocrazia. In Italia si deve intendere per integrazione, nel pieno rispetto per tutte le religioni, l’accettazione piena dello stato laico. Questo anche per garantire che i fenomeno della immigrazione unito al basso tasso di natalita di molti paesi europei, compreso il nostro, non ci conduca, senza consapevolezza, alla costruzione di un futuro per i nostri figli e nipoti che rinneghi tante lotte vinte per affermare i principi di libertà, di democrazia e di tolleranza.

Scrive Barbara Mangiacavalli:
Evitiamo gli ‘infermieri fantasma’

Gentile Ministro della salute On. Giulia Grillo,
abbiamo notato che in queste ultime settimane ha sottolineato in modo particolare la condizione di quelli che ha definito “medici fantasma”, quelli cioè che già lavorano nel nostro Ssn, ma con contratti atipici di ogni tipo, in totale assenza di controllo e di prospettive di futuro. È un’osservazione tanto giusta quanto legata a un discorso ormai vecchio: le aziende sono pressate dalle esigenze di un’economia che altro non fa se non recuperare risorse proprio a scapito del personale pubblico e in questo caso, con tutti i pericoli che ne conseguono per la salute dei cittadini, in particolare del personale
del Ssn. Ma c’è un dato che vorremmo sottolinearLe: giusto parlare di “medici fantasma”, tenga presente però che gli “infermieri fantasma” sono attualmente migliaia di più.

Il riferimento è analogo a quello che riguarda i medici finché si parla di contratti atipici (o flessibili che dir si voglia) a tempo determinato: l’ultimo Conto annuale disponibile – quello del 2016 – riporta in questo senso 9.108 medici e 1.402 dirigenti sanitari non medici, ma anche 22.591 unità di personale non dirigente di cui 11.652 (oltre la metà) sono infermieri.
Fin qui di “infermieri fantasma” ce ne sarebbero già a sufficienza, se non fosse che per la nostra professione a rendere atipici i contratti e l’utilizzo che si fa dei professionisti ci sono anche altre situazioni.

Prima tra tutte è quella del lavoro interinale, a cui non fa capo alcun medico, ma che nel 2016 ha coinvolto oltre 3.000 infermieri. Ed erano più di 6.000 solo l’anno prima, il che fa pensare, in assenza di sanatorie e stabilizzazioni specifiche, a manovre gestionali-contabili per ridurre il fenomeno (non possono essere stati assunti) che costa al Ssn almeno il 18% in più del personale dipendente (perché ai costi del personale si devono aggiungere i guadagni delle agenzie di somministrazione), ma è utilizzato perché il suo peso non grava sulla spesa per il personale, ma su quella per beni e servizi. Un escamotage che consente di non superare a priori quell’annoso e, ci permetta, odioso limite per il personale della spesa 2004 meno lo 0,4 per cento.

Una situazione che penalizza anche i pazienti – curati di fatto da personale precario – e i professionisti, che non hanno alcuna certezza e stabilità nella loro attività professionale. Il che non è certo un incentivo positivo. C’è poi un’altra situazione che penalizza la categoria infermieristica. Gli infermieri, soprattutto quelli più giovani che escono da percorsi universitari moderni, sono ormai tutti specializzati, ma l’uso che se ne fa nelle aziende non tiene conto in alcun modo di queste specializzazioni.

Accade così che un medico, la cui specialità è riconosciuta e tutelata, non possa affidare i suoi pazienti nel momento dell’assistenza a infermieri esperti dei percorsi più adatti ai bisogni di quel paziente specifico. Se non accade addirittura che gli infermieri – colpevole la carenza di personale legata al blocco del turn over – siano demansionati e vengano affidate loro funzioni proprie di altre figure professionali anche non laureate, senza nulla riconoscere dei loro percorsi di studio.

Per questo Le chiediamo di attivare con la massima urgenza quel gruppo tecnico per soluzioni condivise da Lei prospettato nel nostro ultimo incontro. Perché in quella sede si possa parlare con cognizione di causa anche degli “infermieri fantasma”, dagli interinali che meriterebbero una stabilizzazione come tutti gli altri precari per loro però non prevista agli specialisti che potrebbero/dovrebbero essere maggiormente tutelati riconoscendo la specialità a livello nazionale (oggi è riconosciuta in gran parte delle Regioni benchmark) e
un’infungibilità analoga a quella dei medici, ma soprattutto evitando forme di demansionamento che anche la stessa giurisprudenza spesso condanna.
Certi di un Suo sollecito e mirato intervento La ringraziamo e restiamo in attesa di una Sua convocazione nel merito.

Barbara Mangiacavalli
Presidente Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche

Opposizione senza alternativa?

Un’opposizione dura e pura senza individuare un’agibile alternativa lascia andare il Paese alla deriva in una fase in cui la conta alle europee vede indissolubilmente associati i destini dell’Italia e dell’Europa. Giusto e sacrosanto l’impegno a mobilitare le forze omogenee nel perseguire un’Europa più solidale, oggi in mezzo al guado più insidioso di una competitività tra grandi potenze che vorrebbe disfarsi di un’Europa appetibile come alleata, meglio se vulnerabile al suo interno con risorgenti nazionalismi (o sovranismi che dir si voglia),con l’illusione di una slalom di alleanze su convenienze di breve respiro ma in grado di minare la fiducia reciproca.

In questa operazione ai fianchi si distingue non solo Putin con i suoi appetiti da orso redivivo ma anche Trump, il cui sodalizio con l’ispiratore Bannon è tanto più pericoloso quanto più funge da grimaldello senza apparire. Deve essere chiaro che l’Europa solidale con il rispetto delle reciproche autonomie al suo interno è un modello in grado di scardinare gli stati accentrati, tanto che il Dalai Lama ne ha fatto la sua bandiera di rivendicazione dell’autonomia del Tibet all’interno del colosso cinese. Non meravigli se nell’ottica di un nazionalismo esasperato, ogni Paese alla deriva potrà diventare satellite, una pedina di Putin o di Trump. Per quest’ultimo c’è da sperare che alle elezioni di medio termine una delle due Camere si ribalti la maggioranza trumpiana e lo costringa a più miti consigli.

Per l’opposizione di centrosinistra, senza trattini di striscianti dissociazioni, si tratta di supportare con coerenza la linea europeista e di chiedersi in quale direzione e con quali forze avviare un confronto a cui non possono sfuggire pena la deriva del Paese in una posizione di sudditanza. Nell’alternatività di fondo tra le due forze di governo il cuneo della scelta europea non può ma deve essere discriminante. Il sorpasso già avvenuto nei sondaggi della Lega sul M5stelle, spinge inesorabilmente quest’ultimo a cercare in Europa uno schieramento alternativo a quello di Salvini ed alla divaricazione per le scelte che comporta sia in Europa che in Italia. Ma c’è un altro punto dirimente tutt’interno al M5stelle ed è quello tra chi come il Presidente Fico solennemente nel momento dell’investitura asserisce che il suo mandato sarà finalizzato a ribadire la centralità del Parlamento come dire di impedirne l’esautorazione in primo luogo dal governo riducendo il più possibile quei voti di fiducia che mettono fuori gioco non solo la minoranza ma anche la maggioranza.

Affermazione solenne ed impegnativa che non è sta ripresa dall’opposizione con la dovuta forza a fronte delle dichiarazioni, non contraddette in seno al M5stelle, di un Grillo che invece dell’elezione popolare auspica la semplificazione antidemocratica dell’estrazione a sorte dei parlamentari ed a maggior ragione di un Casaleggio che preannuncia e si compiace della fine imminente del Parlamento col ricorso alla democrazia diretta (da Chi? Un’auto investitura con l’ausilio della sua piattaforma?) Infine altro punto di confronto che può mettere a nudo la divaricazione incompatibile con la Lega è la sorte del Mezzogiorno a cui non può bastare il diversivo ad alto rischio del reddito di cittadinanza e per l’esiguità delle risorse disponibili e per una permanente esiguità dei posti di lavoro che richiederebbe appositi strumenti legislativi e risorse tali da risanare le tante Grecie al nostro interno che frenano l’allineamento al ritmo di crescita degli altri Paesi europei. Un Sud, giova ricordarlo, che dovrebbe diventare il ponte della solidarietà europea verso l’Africa. Altro che inciucio di governo da cui mettersi il riparo rifuggendo dal confronto in tutte le sedi possibili!

Ormai il processo correntizio nel M5stelle è avviato su temi di fondo che mettono in forse la stessa unità del movimento. E’ lontano il tempo in cui Di Maio ipotizzava il ricorso ai due forni disponibili e lui come unico interlocutore. Dalla vecchia DC avrebbe dover appreso che l’unità del partito e la scelta dell’interlocutore non tollera un solo uomo per tutte le stagioni.

Roca

Sviluppi della Tav Torino-Lione

La linea ferroviaria TAV TORINO-LIONE è la più grande infrastruttura in corso di realizzazione tra Italia e Francia.La sua estensione è di 269,8 chilometri dei quali 81,1 in territorio italiano. La tratta italiana rientra nella competenza di Rete Ferroviaria Italiana (RFI) da Bussoleno al nodo di Torino.Da Bussoleno inizia inizia la sezione transfrontaliera di 65 chilometri di competenza di Tinnel Euralpin Lyon Turin(Telt) e termina in territorio francese a Sain Jean de Maurienne. La tratta ferroviaria residuale è di competenza di Réseau Ferré de France(Rff).Nella competenza Telt rientra il tunnel di base del Moncenisio di 57,5 chilometri;da Susa a Saint Jean de Maurienne. La sezione delle opere preliminari completate, pari al 14% delle gallerie previste per l’intera linea, comprende in Italia la galleria geognostica La Maddalena di 7 chilometri; ed in Francia la discenderia Villarodin Bourget/Modane di 4 chilometri; la discenderia La Prat di 24 chilometri; la galleria geognostica Saint Martin La Porte di 9 chilometri(realizzata al 50%) e si conclude con la discenderia Saint Martin La Porte di 2,4 chilometri.

La spesa prevista per l’intera TAV ascende a 8,6 miliardi di euro, finanziati dalla Francia al 25%,dall’Italia al 35% e dall’Unione Europea al 40%. Gli investimenti per studi e progetti preliminari sono stati di 1,5 miliardi di euro, finanziati dalla Francia al 25%, dall’Italia al 25% e dall’Unione Europea al 50%. Gli appalti necessari all’opera saranno 81, dei quali 24 bandi di gara sono stati assegnati su 12 cantieri operativi nella sezione transfrontaliera.

L’occupazione di persone che lavorano alla tratta internazionale è di 800 unità, suddivise in 530 nei cantieri, 250 nelle società di servizi e di 90 in itinere.La TAV è l’infrastruttura ferroviaria strategica che consentirà la costruzione di un tunnel 800 metri più in basso di quello esistente per far viaggiare i treni alla quota pianura con la previsione di incrementare il trasporto merci del 12% che significherebbe un più 17%di crescita per l’Italia.

Dal punto di vista politico ritengo utile alla deontologia culturale degli agitati componenti ignari dei NO TAV che nel 2016 la camera dei deputati del nostro Parlamento approvò con 285 voti a favore l’accordo Italia-Francia per la Torino-Lione. L’ampio ventaglio dei SI venne aperto da PD, Forza Italia, PSI, Ap-Ncd, Civici e innovatori, Lega Nord, Fratelli d’Italia, Ala-Scelta civica, Democrazia solidale Cd. Furono 103 i NO espressi da M5S, Sinistra italiana-Sel e Alternativa libera. In coincidenza con il crepuscolo d’autunno 2016, i deputati votarono l’OK definitivo, dopo 26 anni dalla prima intesa del 1989 per la realizzazione della linea ferroviaria suddetta. L’accordo Italia- Francia si concretizzò durante la fase di governo di Matteo Renzi e venne siglato a Parigi il 24 febbraio 2015. Ritengo opportuno per i responsabili del M5S un ravvedimento operoso di svolta riformista e democratica favorevole alla prosecuzione della linea ferroviaria Torino-Lione.

Manfredi Villani

Roma, 16 e 17 novembre convenzione nazionale amministratori socialisti;
Lucca, 1 dicembre “Giustizia lenta giustizia negata”

Roma, 16 e 17 novembre ore 16,00 hotel Quirinale (Via Nazionale 7) ‘convenzione nazionale degli amministratori socialisti per il buongoverno’, consiglio e direzione nazionale Psi Una due giorni di incontri pubblici e dibattiti organizzati dal Psi. Il giorno 17 novembre, sempre all’Hotel Quirinale, sono convocati: Alle ore 10 il Consiglio Nazionale del Psi con due Ordini del giorno: “Approvazione del documento approvato dalla Segreteria nazionale il 3 ottobre 2018”

Approvazione della data del Congresso straordinario del Psi. Alle ore 13 la Direzione Nazionale del Psi con il seguente Ordine del Giorno: Approvazione del Bilancio preventivo 2019

Lucca 1 dicembre ore 15.30  incontro “Giustizia lenta giustizia negata” presso la Saletta dell’ Alba via San Nicolao, 68