domenica, 18 novembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Mexico 68. Peter Norman, il coraggio di schierarsi
Pubblicato il 16-10-2018


normanOggi di cinquanta anni or sono, il 16 ottobre 1968 a Città del Mexico, con le note iniziali di The Star-Spangled Banner, l’inno degli Stati Uniti, due pugni guantati di cuoio nero si innalzano durante dal podio dei 200 metri piani. Tommie “Jet” Smith e John Carlos, oro e bronzo dei 200 piani, in risposta alla segregazione razziale e l’assenza di diritti per la popolazione nera nel loro Paese, a capo chino, ignorano la bandiera a stelle e strisce ma guardandosi i piedi senza scarpe con i soli calzini neri immortalano con quel rifiuto le XIX Olimpiadi. Una disobbedienza civile e non violenta recepita dall’insegnamento di Martin Luther King, ucciso qualche mese prima delle Olimpiadi, dramma che, unitamente all’assassinio di Bob Kennedy dello stesso anno con la strage di studenti in Piazza delle Tre Culture di Città del Mexico colpevoli di aver manifestato a pochi giorni dall’inaugurazione del grande evento, contro la presidenza Diaz Ordaz. Questi fatti concorsero ulteriormente, in quel momento storico, a contrassegnare nell’anima di ogni afro-americano, sentimenti fra il rancore e la ritorsione per un definitivo riscatto dei diritti umani.

E dire che per l’atletica furono i “Giochi” di epici e perduranti primati. Allo Stadio Olimpico Universitario non più terra rossa ma sull’innovativa pista e pedana in tartan, e a oltre duemila metri sul livello del mare, s’innescarono molte incertezze su quali fossero i reali limiti umani.
Jim Hines scese sotto i dieci secondi correndo i 100 metri in 9,95, Lee Evans bruciò il record nei 400 metri piani mentre il britannico David Hemery, anch’egli migliorando il record del Mondo, mise tutti in fila sulla stessa distanza con ostacoli. Bob Beamon con un balzo di 29 piedi e due pollici e mezzo nel lungo dichiarò che volare era possibile anche senza ali. Un’impresa, quella del saltatore, effettivamente al limite del sovraumano. Otto metri e novanta, ovvero oltre 55 centimetri rispetto al precedente record mondiale, era una misura impensabile tanto che ci vollero ventitré anni e ben altre tecnologie per consentire a Mike Powell di fare meglio di 5 centimetri. Furono le Olimpiadi del ventiquattrenne Dick Fosbury, allora ritenuto un mezzo pazzo, che abiurò la tecnica ventrale giungendo primo nel salto in alto librandosi sull’asticella dandole le spalle. Ma non ci fu gara in cui record del Mondo, olimpico o nazionale venne sbriciolato. Nonostante tutto, l’immagine che ai più rimarrà impressa, di Mexico 68, è una istantanea in “bianco e nero” con l’indelebile saluto sovvertitore di quei due velocisti “negri” “, come si diceva senza le virgolette una volta e qualcuno sta stimolando a ridirlo oggi, mentre in pochi ne ricordano la gara di immenso valore con un atleta straordinario che, per primo, infranse il muro dei 20” . Perché Tommie Smith dovette correre in 19,83 per guadagnarsi l’oro. Record che perdurò undici anni quando Pietro Mennea, sulla stessa pista, fece meglio ottimizzando il tempo in 19,72.
Fu proprio dall’Olimpiade numero diciannove, figlia legittima di quel ‘68 che stravolse lo stato di cose presenti con slogan tipo “la fantasia al potere”, che si sancì un punto di non ritorno, tracciando un solco perenne con le passate edizioni e la stringente mescolanza con la politica divenne una costante. Quei pugni ribelli e quel capo irrispettoso sono stati replicati milioni di volte. T-shirt, poster e ogniqualvolta vi fosse un’ingiustizia a qualsiasi latitudine i due silenti “guanti Black Power “ hanno urlato per mezzo secolo il loro simbolico “no alle sopraffazioni”. Una denuncia in mondovisione non indolore con la cacciata dal Villaggio Olimpico, banditi dalla nazionale e di fatto anticipando la fine della loro stupefacente corsa. Scesi dal podio la vita diventò un inferno con pesantissime ripercussioni e minacce di morte.
Erano i migliori in assoluto e la questione della medaglia aurea era una faccenda privata fra loro divisi da soli due centesimi in semifinale. Ma in finale qualcosa non andò come previsto in quella fantastica cavalcata olimpica.
Un terzo incomodo, lo sconosciuto di turno, fece la gara della vita. Un piccoletto Aussie, 1,78 di altezza contro l’oltre metro e novanta dei due sprinter statunitensi, non si diede per vinto. A meta gara era sesto e negli ultimi cinque metri sorprese Carlos soffiandogli l’argento. Venti e zero sei record australiano ancora in essere.
Peter Norman, questo era il suo nome, ma nessuno si è mai preoccupato di conoscerlo perché è sempre stato il terzo sul podio, quello sulla sinistra. Tra Smith e Carlos una figura impercettibile, quasi sfuocata nella celebre premiazione, un bianco tutto compostino, fuori luogo e quasi insignificante, spesso proposto a mezzo busto nella famosa fotografia che immortalò l’austerità del gesto.
Peter Norman è stato ben di più che il più forte velocista australiano di sempre. Forse il vero eroe nel trio di ribelli. Per comprendere pienamente la grandezza dell’azione si dovrebbe tornare indietro nel tempo e prendere in considerazione il contesto socio politico in Australia di quegli anni. Australia non era propriamente un crogiolo di tolleranza e l’apartheid non aveva nulla da invidiare a quello sudafricano.
L’ostracismo nei confronti dei popoli aborigeni, con “ l’espropriazione” forzata dei loro bambini a favore di famiglie di origini anglosassoni, e la discriminazione contro le razze non bianche era prassi comune.
Norman, insegnante membro dell’Esercito della Salvezza fervente cattolico e oppositore al razzismo della White Australia Policy, si batteva a favore dei diritti civili. E quel 16 ottobre, mentre nello spogliatoio Smith e Carlos “ripassavano” gli ultimi dettagli della protesta, Norman se ne stava silenzioso in un angolo, armeggiava con i lacci delle scarpe, ogni tanto sollevava quella sua faccia da bravo ragazzo che pensa a un buon posto sicuro e tirar su una bella famiglia come massimo traguardo nella vita. Ma prima di andare sul podio i due velocisti americani si resero conto di avere un solo paio di guanti neri. Norman sarebbe potuto rimanere nel suo “anonimo silenzio” ma la passione era vera e d’impeto suggerì “Prendetene uno a testa” ma non si fermò li e fece un passo insospettabile agli occhi dei due “colored” e fu quello fu il punto di non ritorno “Io credo in quello in cui credete voi. Avete uno di quelli anche per me?” – chiese con estrema sicurezza indicando lo stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza appuntati sul petto degli altri due –“Io sarò con voi così potrò mostrare la mia solidarietà alla vostra causa”. Smith, in seguito, ammise il suo stupore e di aver pensato: “Ma che c… vuole questo bianco australiano? Ha vinto la sua medaglia d’argento, che se la prenda e basta!”.
E fu un secco no, anche perché non si sarebbe mai privato del proprio stemma. Ma con loro c’era Paul Hoffman, un canottiere americano bianco, attivista del Progetto Olimpico per i Diritti Umani e, sentito la richiesta di Norman pensò, “se un australiano bianco voleva uno di quegli stemmi, per Dio, doveva averlo!” e gli allungò la sua spilla che gli valse l’accusa di cospirazione con allontanamento dalla nazionale. e saliti sul podio fecero la storia.
Tornati in Patria se pur per anni oltraggiati, Smith e Carlos, furono riabilitati diventando paladini della lotta per i diritti umani e potendo anche collaborare con la nazionale di atletica, ma nulla in confronto a quanto patì Norman come uomo ancor come atleta. Nella moderna ma becera e conservatrice Australia bianca fu cancellato come individuo, trattato come un emarginato, la famiglia diffamata, il lavoro quasi impossibile da trovare. Fece l’insegnante di ginnastica, continuò le sua battaglie come sindacalista e lavorò saltuariamente in una macelleria. Un infortunio gli causò una grave cancrena e incorse in problemi di depressione e alcolismo. Per le successive Olimpiadi, Monaco 1972, Norman non fu convocato pur avendo corso per ben 13 volte sotto il tempo di qualificazione dei 200 metri e per 5 sotto quello dei 100. Abbondando così l’agonismo per correre a livello amatoriale. Era stato l’australiano più veloce di sempre, l’unico a donare un argento olimpico nello sprint al suo Paese ma non ebbe neppure un invito alle Olimpiadi di Sidney. Peter Norman poteva cambiare le cose ma non lo volle. Salvarsi condannando il gesto dei suoi compagni in cambio di un’indulgenza da parte del sistema che lo aveva ostracizzato. Un perdono che gli avrebbe permesso di riprendere a vivere ma lui non mollò e non condannò mai la scelta del 16 ottobre 1968. Peter Norman era a un passo dalla fama con quello che ne consegue e, per indossare una spilla, rinunciò a tutto, per tutta la vita. Una spilla a bianca con due corone di alloro e, nel mezzo, la scritta: “Progetto Olimpico per i Diritti Umani”. Le scuse postume della Federazione e del Governo australiani nel 2012 sei anni dopo la sua morte.
Ma è nel film-documentario “Salute”, girato dal nipote Matt Norman, che si capisce il vero spirito di questo uomo. Senza tanti giri di parole Peter spiegò genuinamente il motivo della sua scelta: “Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco. Era un’ingiustizia sociale per la quale nulla potevo fare da dove ero, ma certamente io la detestavo. È stato detto che condividere il mio argento con tutto quello che accadde quella notte alla premiazione abbia oscurato la mia performance. Invece è il contrario. Lo devo confessare: io sono stato piuttosto fiero di farne parte”.

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento