domenica, 18 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

A dieci anni dalla morte, Vittorio Foa ricordato in un convegno
Pubblicato il 22-10-2018


VITTORIO-FOA

«Coraggioso cospiratore antifascista di Giustizia e Libertà, condannato dal tribunale speciale e imprigionato sotto il regime, partigiano nelle file del Partito d’Azione, dirigente sindacale socialista della Cgil, coscienza critica della nuova sinistra, padre nobile dello schieramento progressista durante la Seconda Repubblica. Tutto questo è stato Vittorio Foa». Così è presentato il socialista torinese sul «Corriere della Sera» del 20 ottobre per ricordare la sua figura nel convegno che si tiene a Roma il 22 ottobre.

Nato a Torino il 18 settembre 1910, Vittorio Foa – scomparso a Formia il 20 ottobre 2008 – può essere considerato uno dei più vivaci socialisti italiani per la sua lunga esperienza politica e la sua preparazione culturale. Militante nel movimento di Giustizia e Libertà, costituito a Parigi nel 1929 per iniziativa di Carlo Rosselli, egli profuse un impegno «attivo» nella cospirazione antifascista. La sua adesione ideale al programma giellista fu dettato da una personale avversione alla violenza squadrista, che raggiunse il culmine con l’omicidio di Giacomo Matteotti («il discrimine politico della mia adolescenza», dirà più tardi) e con l’introduzione delle cosiddette «leggi fascistissime» come fonte di «ogni autoritarismo». Quelle leggi, volte a sopprimere la stampa e la libertà sindacale e politica, furono aspramente criticate dal giovane Foa, che – in quattro lunghi articoli apparsi sui «Quaderni di Giustizia e Libertà» (agosto 1933-gennaio 1935) e poi riproposti nel volume Scritti politici. Tra giellismo e azionismo 1932-1947 (Bollati Boringhieri, Torino 2010, pp. 7-75) – denunciò il corporativismo «come ideologia (e mistificazione) dell’intervento diretto dello Stato nell’economia».

Proprio per questi articoli Foa mise in rilievo il «carattere classista della politica mussoliniana e l’aperto sostegno della grande industria e del latifondo al fascismo. Egli rivolse così un’aspra critica dell’intero assetto corporativo, che gli provocò l’arresto per la delazione di Dino Segre (alias Pitigrilli), fiduciario diretto del ministero dell’Interno e scrittore infiltrato dalla polizia politica negli ambienti giellisti. Deferito al Tribunale Speciale, fu indicato come dirigente del nucleo cospirativo di Torino e, sulla base di una sentenza sommaria pronunciata il 28 febbraio 1936, venne rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, di Civitavecchia e di Castelfranco Emilia, dove scontò 3022 giorni di reclusione. Sul settimanale «Giustizia e Libertà» del 20 marzo 1936 Carlo Rosselli deplorò così la condanna di Vittorio Foa a 15 anni di carcere: «Ha osservato dal vivo, nel fatto, l’ingiustizia fatta al lavoratore. La macchina del regime egli l’ha vista funzionare nei dettagli, con quegli occhi che è così difficile, in Italia, tenere aperti».

Gli anni trascorsi in carcere, già rievocati nelle sue «Lettere della giovinezza» (Torino 1998), documentano momenti focali del Novecento come la guerra civile spagnola, le leggi razziali, lo scoppio della seconda guerra mondiale, la sconfitta del nazifascismo. Ma sono significativi sul piano umano per la conoscenza di Ernesto Rossi e di Riccardo Bauer, con i quali instaurò un sodalizio culturale, che arricchì le elaborazioni politiche proposte nei primi anni Trenta.

Scarcerato il 23 agosto 1943, un mese dopo la caduta di Mussolini, Foa intraprese l’attività politica nelle file del Partito d’Azione (PdA), partecipando cinque giorni dopo ad una importante riunione a Milano, dove fu ribadita la necessità della resistenza armata contro il nazismo e l’esclusione del movimento antifascista da ogni «controllo di organismi totalitari». L’allusione ai comunisti e alla loro struttura verticistica diventò così una mera operazione tattica nel documento (Memoria), scritto e diffuso venti giorni dopo da Giorgio Diena e da Foa. I giovani azionisti, decisi a «intensificare la preparazione militare», avvertirono la necessità di «mantenere stretti rapporti col Pci» ed imprimere «un’impronta rivoluzionaria all’azione» contro l’occupazione tedesca.

Dall’insieme degli articoli pubblicati da Foa negli anni 1945-’47 si coglie una linea diretta a caldeggiare un rapporto privilegiato con il Pci, ma si avverte anche un’analisi dei partiti e del loro ruolo nella democrazia italiana postfascista. L’enunciazione di un nuovo modello di partito, inteso non come «strumento di aristocrazie organizzate» ma come proiezione politica per il soddisfacimento dei bisogni dei lavoratori, caratterizza il suo impegno politico di questi anni, come emerge per esempio dall’articolo pubblicato su «L’Italia Libera» (29 gennaio 1946): «I partiti di sinistra … – si legge in questo articolo – sono fatalmente portati ad una concezione riformistica, ossia ad accettare gli esistenti strumenti statali […] per un partito che sia originariamente ed integralmente democratico».

L’evolversi degli avvenimenti, compresi tra il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 e la nascita della Repubblica, vide Foa impegnato nella ricomposizione sindacale, nell’attività dell’Assemblea costituente come deputato e nella ricostruzione economica dell’Italia. Unità sindacale, ripresa della produzione e intervento pubblico erano così auspicati per dar vita a «una moderna democrazia» e ad un piano organico di rinascita sociale, le cui responsabilità dovevano essere assunte dai partiti della Sinistra nella costituzione di un governo omogeneo diretto dai «partiti del lavoro». Con l’apertura della Costituente e la nomina il 19 luglio del 1946 della «commissione dei 75», Foa partecipò all’elaborazione del testo costituzionale, il cui risultato finale doveva derivare da una convergenza di tutte le forze democratiche. Le sue convinzioni, espresse a più riprese nei vari articoli ora ripubblicati, furono rivolte a una nuova organizzazione dello Stato basata sulla sovranità popolare come «valore assoluto» e su altri principi come le garanzie costituzionali, l’equa retribuzione ai lavoratori, l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la difesa delle minoranze e l’autonomia delle regioni sul piano territoriale, funzionale e finanziaria.

Nunzio Dell’Erba

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