domenica, 18 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Antonio Piccinini, assassinato per il Socialismo
Pubblicato il 15-10-2018


antonio piccininiNacque a Reggio Emilia il 26 agosto del 1881. Era ancora ragazzo quando, inserendosi nel mondo del lavoro, cominciò a fare pratica in una tipografia e nel contempo a interessarsi di problemi e attività sindacale e politica. In quegli anni si facevano nascere camere del lavoro e cooperative per aiutare operai e contadini nella lotta finalizzata alla risoluzione dei problemi delle varie categorie lavoratrici sottoposte a sfruttamento, e si chiamavano le forze di progresso a difendere le libertà di organizzazione, di parola e di stampa che si riusciva a strappare alla classe dominante. In questo movimento, che coinvolgeva un crescente numero di lavoratori, Antonio Piccinini si inserì pienamente negli anni a cavallo tra l’800 e il ‘900, un periodo ricco di avvenimenti, tra cui la costituzione del Partito socialista e dei Fasci dei lavoratori, la reazione crispina, dirudiniana e pellouxiana, l’apertura liberale interpretata da Giolitti. Nel partito egli si schierò coi massimalisti, legato a una posizione unitaria che lo tenne fedele al PSI sia nel 1912, quando i bissolatiani vennero espulsi per le loro posizioni ritenute incompatibili con la linea ufficiale dei socialisti, sia nel ’21 quando i comunisti si scissero dal partito. La fiducia dei lavoratori e degli elettori lo chiamò alla segreteria della Federazione socialista di Reggio, ma anche a loro rappresentante in qualità di consigliere comunale e provinciale. Quando, tra la fine del ’20 e i primi del ’21, ebbe inizio la reazione squadristica, fu estremamente attivo nella difesa delle organizzazioni del partito e per questo subì violenze di ogni tipo e persecuzioni. Cosciente del fatto che nel momento in cui la reazione attraverso il fascismo si accingeva al grande passo, ogni rottura tra i lavoratori l’avrebbe favorito, nell’ottobre del ’22 non condivise l’espulsione dei riformisti al seguito di Matteotti, Turati, Treves, fattisi poi promotori della nascita del PSU. La sua tenacia nella lotta contro i nemici dei lavoratori, la sua fede profonda nel socialismo, nella libertà e nella giustizia richiamarono su di lui l’odio profondo dei reazione. Nel dicembre del ’23, a Bologna, mentre parlava a una riunione regionale del partito alla quale era intervenuto Pietro Nenni, venne arrestato. In vista delle elezioni politiche fissate per il 6 aprile del ’24 lo si volle candidato alla Camera per il collegio di Bologna, ma il 28 febbraio, a tarda ora, alcuni fascisti lo prelevarono dalla sua abitazione e lo assassinarono: concretando poi bestialmente il proprio odio, ne appesero il corpo a un gancio da macelleria, ne squarciarono il ventre e alla fine completarono l’orrendo crimine con diversi colpi di rivoltella. Il corpo di Piccinini venne poi gettato sotto un albero che fiancheggiava la linea ferrata. La Direzione del partito volle onorarlo e chiese ai lavoratori di votarlo come fosse ancora vivo. Incuranti delle intimidazioni e delle minacce, i socialisti gli dimostrarono la propria riconoscenza e il proprio affetto votandolo in massa e idealmente mandandolo come loro rappresentante alla Camera. Nel seggio gli subentrò Giovanni Bacci, elemento di primo piano nel partito, per il quale nel 1912 era stato direttore dell’Avanti! e nel 1921 segretario nazionale. Alla Camera il 29 maggio il Gruppo parlamentare socialista attraverso la parola di Bacci tentò di commemorare il martire, ma i fascisti lo impedirono. Lo stesso venne fatto per l’on. Gennari, il quale affermò in risposta: “Voi infrangerete cento volte a vostro libito, per affermazione politica di maggioranza, i limiti che oggi voi ci opponete. Non è questo un segno della vostra forza. La nostra forza, invece, consiste e permane in ciò: che il proletariato non dimentica nè dimenticherà – malgrado ogni divieto di commemorazioni ufficiali – nè Antonio Piccinini, nè alcun’altra vittima della reazione fascista”.

Il 30 maggio, prendendo la parola per quello che sarebbe stato il suo ultimo discorso, l’on. Matteotti ricordò che Piccinini aveva conosciuto “cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe stato per essere il destino suo all’indomani”. Quando, nell’ottobre di ‘25, ebbe luogo il processo a carico degli autori dell’assassinio, i giudici, ormai succubi del regime, li assolsero. Per tutto il “ventennio nero” l’uccisione di Piccinini non venne più ricordata. Solo nel dopoguerra quel processo venne annullato e nel maggio del ’50 se ne celebrò un altro, che portò alla condanna di un imputato, già deceduto, e all’assoluzione degli altri.

Giuseppe Miccichè

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