sabato, 17 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Antonio Scurati, una lettura miope del fascismo
Pubblicato il 29-10-2018


Antonio-ScuratiLa data erronea della disfatta di Caporetto, l’attribuzione a Giosuè Carducci della famosa frase «La grande Proletaria si è mossa» piuttosto che a Giovanni Pascoli, la presenza degli «elettricisti» alla Scala nel 1846, «il ticchettio delle telescriventi» nel Viminale del 1922, la qualifica a Benedetto Croce di «professore» e quella di «politologo» ad Antonio Gramsci, la presentazione di «Monsignore Borgongini Duca» come «ambasciatore inglese presso la Santa Sede» il 16 novembre 1922, l’attribuzione di una lettera del 17 novembre 1922 a Francesco De Sanctis (morto nel 1883), il numero sbagliato dei morti durante la Prima guerra mondiale rientrano nella miriade di errori attribuiti da Ernesto Galli della Loggia («Corriere della Sera», 14 ottobre) ad Antonio Scurati nel suo nuovo libro M. Il figlio del secolo (Bompiani, Milano 2018, pp. 841).

Il cumulo degli errori storici non può essere giustificato dicendo che essi «sono la banalità della condizione umana, testimoniano soltanto la nostra fallibilità», come ha replicato Antonio Scurati a Galli della Loggia ((«Corriere della Sera», 17 ottobre). Esso è molto più numeroso rispetto agli «svarioni» ritrovati da Galli della Loggia, che ne ha rilevato solo una minima parte, senza approfondire incongruenze, giudizi di valore, date erronee, ripetizioni, confusione dei personaggi e persino mancanza di date e cambiamento di termini nei brani citati. Il cumulo di strafalcioni e di giudizi avventati, relativi per ora al 1919, non può essere attributo alla consistenza di «un libro di 850 pagine che abbraccia un’intera epoca», come ha precisato Scurati nella sua replica a Galli della Loggia, ma ad una lettura superficiale degli eventi storici succedutisi dal 1919 al 1924. La citazione di brani (ben 216), spesso inutili e privi di logica storica, copre un numero complessivo di 124 pagine e amplia il romanzo a dismisura, peraltro caratterizzato da ripetizioni e dall’assenza di sintesi.

Eppure su «La Stampa-tuttolibri» (29 settembre, n. 2111, p. III), Mirella Serri presenta il libro con dovizia di elogi e definisce il romanzo «splendido», «dove persino i dettagli sono storicamente verificati». Nulla di più falso se si ha pazienza di controllare i brani citati e gli episodi raccontati, quasi sempre attinti da altri libri. La lettura (?) saltellante del romanzo da parte della collaboratrice del giornale torinese è un esempio significativo del modo come il romanzo sia stato più recensito che letto, se si considera la presentazione elogiativa del romanzo, considerato sul giornale torinese «un antidoto nei confronti di ogni indulgenza verso la dittatura» e su «Dagospia» «una vera medicina per qualsiasi nostalgia». Meraviglia il suo accenno iniziale all’episodio della mucca morta per una malattia infettiva e riesumata dai contadini del Polesine, nonostante il divieto del veterinario di seppellire la bestia invece di consumarla. Nel romanzo Scurati accenna a questa abitudine dei contadini e riferisce il divieto del veterinario (p. 240), considerata quasi una falsa memoria da Matteotti (p. 242). Meraviglia ancor più l’accenno iniziale al deputato riformista Giacomo Matteotti, definito un «socialista impellicciato» e «figlio di un ricco proprietario terriero», quando lo stesso scrittore napoletano non ha le idee chiare sul padre che nella medesima pagina è definito «agrario e usuraio» e più avanti solo un «sospettato di prestare denaro a usura» (p. 835).

Il romanzo non presenta un indice dei singoli paragrafi, né ha un indice dei nomi, per cui è difficile dipanarsi nella selva oscura di un romanzo confuso, farraginoso e per molti aspetti privo di ogni valenza culturale. Esso segue una scansione temporale, ma offre una rilettura superficiale degli eventi storici, descritti più con «l’occhio miope» dell’analista che con quello obiettivo dello scrittore e dello studioso abituato a lavorare sui documenti con lo scopo di comprendere gli eventi storici e la direzione verso cui si muove la società.

Il romanzo analizza il periodo compreso tra la costituzione dei Fasci Italiani di combattimento (23 marzo 1919) e l’omicidio di Giacomo Matteotti. Ma non presenta alcuna originalità nella presentazione dei personaggi che fecero parte del primo movimento fascista ideato da Benito Mussolini. Nella parte dedicata alla «Fondazione dei fasci di combattimento Milano, piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919», l’Autore presenta Benito Mussolini come un personaggio indeciso, che non sa il motivo per cui deve pronunciare il discorso nell’assise costitutiva del nuovo movimento: «Ma perché dovrei parlare?!». In realtà, Mussolini pronunciò il suo discorso con arguzia nella ricerca di un consenso volto a favorire la sua ascesa politica. E, giocando su vari fronti, fece leva sullo spirito patriottico degli ex combattenti e sulla grave crisi economica seguita alla Grande guerra. L’auspicio della «grandezza della patria», invocata nel nome dei valori della storia italiana e degli «elementi» presenti «nel nostro sangue», fu accolto con «una lunghissima ovazione» dal nucleo eterogeneo presente nell’assemblea milanese.

Su questo nucleo composito l’Autore presenta un quadro distorto, riducendolo a un’accozzaglia di folli, di delinquenti e di fanatici (quadro poi ripreso da Mirella Serri), senza tenere presente le recenti ricerche storiche che considerano i Fasci come un variegato schieramento e di un ampio fronte formato da interventisti ed ex combattenti. La capacità di Mussolini, profondo conoscitore del «sovversivismo» italiano, fu quella di riunire queste varie anime in un unico movimento sganciato dai sistemi dottrinali dei partiti tradizionali. La struttura flessibile, a cui conformò la sua azione politica nella contrapposizione tra «movimento» e «partito», gli permise di aggiornare la sua tattica e di accogliere tutte le voci del sovversivismo, poi alimentato da nuovi contributi teorici che, seppure sbagliati e inidonei sul piano sociale, formarono l’ossatura teorica del fascismo.

Queste tematiche sfuggono all’Autore, che si dilunga in minuziose descrizioni come la composizione fisica della «sala riunioni del Circolo dei commercianti e degli industriali» con le «poltrone Biedermeier» e la vista della piazzetta parrocchiale (p. 10). Così riporta notizie inutili come il «furto di tre tonnellate di sapone» (p. 16 e p. 18). Corollario dei Fasci Italiani di combattimento fu il carattere provvisorio del programma mussoliniano («il cosiddetto programma di piazza san Sepolcro»), di cui l’Autore non riesce a cogliere la sostanza del suo messaggio, sbagliando persino gli enunciati programmatici pubblicati su «Il Popolo d’Italia» del 6 giugno. Riguardo al programma dei Fasci di combattimento, l’Autore confonde così i vari aspetti, là dove viene auspicata una «politica estera nazionale intesa a valorizzare nelle competizioni pacifiche della civiltà, la nazione italiana nel mondo»: una politica estera che egli inserisce nel «problema militare» e non «programma politico» (p. 63).

Con questo «svarione», l’Autore accenna al ruolo di Cesare Rossi (pp. 63-69 e pp. 71-72) e ai suoi rapporti con Mussolini, senza dire che egli era stato massone e membro di una «vendita carbonara», ossia di quel cenacolo rivoluzionario che si riuniva a Milano nella «pensione di via Eustachi». Né spiega il suo passaggio all’interventismo e alla nefasta attività che svolse negli anni successivi alla fondazione dei Fasci di combattimento e all’ascesa al potere del fascismo. Il focoso Cesare Rossi, su cui ha scritto un interessante volume (Bologna 1991) Mauro Canali – curatore anche della voce nel «Dizionario biografico degli italiani» (2107) – è presentato come un bombarolo, che viene frenato dal moderato Mussolini nei progetti omicidi del suo seguace.

Nella parte intitolata «Benito Mussolini 19 luglio 1919», Scurati attribuisce la frase «Questo proletariato ha bisogno di un bagno di sangue» (p. 75), mentre essa venne sì pronunciata al liceo Beccaria proprio quel giorno, ma fu riferita da Mussolini al 1913 durante la sua militanza socialista (la frase precisa si può leggere nell’«Opera Omnia di Benito Mussolini, Firenze 1954, vol. XIII, p. 252»). La nomea di dittatore fu formulata per la prima volta da Anna Kuliscioff in una lettera a Filippo Turati, datata dall’autore «24 novembre 1921» (p. 447), ma la frase non si ritrova nella missiva (cfr. F. Turati e A. Kuliscioff, Carteggio 1919-1922: Dopoguerra e fascismo, vol. V, Torino 1977, p. 730). Nel medesimo carteggio (p. 770) si legge una lettera di Anna Kuliscioff al suo compagno, datata «7 dicembre 1921» e citata alla pagina 464 da Scurati, ma viene attribuita a Turati e storpiata nell’incipit e persino nella datazione.

Sui rapporti tra Mussolini e Gabriele d’Annunzio, Scurati scrive pagine disordinate, alcune dedotte dal volume Mussolini il rivoluzionario 1883-1920 (Torino 1965) di Renzo De Felice, che gli serve come fonte d’ispirazione. Egli si spinge però ad annotazioni banali sul poeta abruzzese «collezionista di lacche e di smalti del nulla» e riprende il brano di Filippo Turati sulla partecipazione di Sidney Sonnino e di Vittorio Emanuele Orlando. Il discorso di Turati, citato dal grande storico rietino e tratto da Discorsi parlamentari (vol. III, Roma 1950, pp. 1614-1615), fu pronunciato il 29 aprile 1919 alcuni giorni dopo il ritorno della delegazione italiana, mentre Scurati crede che esso sia precedente alla partecipazione della delegazione italiana, a cui il leader socialista rivolse un monito «sui rischi di quella scommessa azzardata attaccando con violenza Orlando e Sonnino» (p. 48). Giustamente De Felice considera il discorso ispirato da una ferma denuncia della posizione assurda in cui l’Italia «si era venuta a trovare con la partenza di Orlando e di Sonnino» (De Felice, p. 526). La citazione del brano turatiano, seppure tratto dal volume di De Felice, è riportato male da Scurati (p. 48) e nella sua versione integrale suona: «O voi sapete, con matematica certezza, che un componimento è possibile, il quale salvi ciò che voi chiamate l’onore della Paese, salvi soprattutto l’onore della vostra missione di negoziatori. A che pro allora, questa enorme montatura dell’opinione del Paese? Signori, una parola mi tenta che trattengo sulle mie labbra… Oppure voi non siete certi del risultato. E allora la montatura, che avete provocata, vi fa prigionieri di sé, vi taglia ogni via di ritorno, che non sia di umiliazione profonda – umiliazione, badate, non vostra soltanto» (pp. 1614-1615).

Su Nicola Bombacci (pp. 76-79), l’Autore non aggiunge nulla di nuovo nei suoi pochi e veloci cenni biografici, riprendendo dal volumetto Il comunista in camicia nera (Milano 1996) di Arrigo Petacco persino la descrizione delle sembianze fisiche («zigomi sporgenti» e «i malinconici occhi turchini» che diventano gli «occhi di un azzurro angelico» (Petacco, p. 11 e Scurati, p. 77). Sembianze ripetute in una pagina successiva e riprese dal medesimo volumetto per la raffigurazione del suo viso e dei suoi «occhi di ceramica olandese» e di «una barba bionda come quella di Cristo» (Petacco, p. 12 e Scurati, p. 81). Il paragone con la Russia postrivoluzionaria e l’Italia postbellica è elementare, come lo è l’analisi del cosiddetto «scioperissimo», le cui cause sono attribuite in modo semplicistico alla pusillanimità dei dirigenti socialisti e alla povertà dell’Italia.

Accanto a questi giudizi di valore, si possono cogliere altre imprecisioni come quelle reperibili nel ritratto di Angelo Tasca, che l’Autore considera un «rampollo di una famiglia della borghesia torinese» (p. 186), mentre egli nacque a Moretta in provincia di Cuneo da una famiglia operaia (il padre era un semplice manovale delle ferrovie dello Stato). Oppure quelle sulle «lacerazioni» tra socialisti riformisti e massimalisti, che si consumano il 3 ottobre a Roma durante i lavori del XIX congresso del partito socialista italiano», quando esso si concluse il 4 ottobre 1922.

Nunzio Dell’Erba

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