martedì, 11 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Bosnia Erzegovina. Una bomba pronta ad esplodere
Pubblicato il 01-10-2018


Bosnia Erzegovina. Sono passati quasi 23 anni dagli accordi di Dayton che posero fine alla guerra dando alla regione l’attuale configurazione politica: una repubblica federale su base etnica con una presidenza tripartita, sempre su base etnica. L’Italia non partecipò agli accordi. Nella base americana in Ohio, che ha dato il suo nome alla conferenza di pace, c’erano praticamente tutti gli attori interessati: l’allora federazione Jugoslava, la Croazia, gli Stati Uniti, la Germania, il Regno Unito, l’Unione Europea e, chiaramente, gli Stati Uniti e la Russia. Il nostro paese, pur essendo ad un tiro di schioppo dalla regione venne costretto a far sentire la propria voce attraverso l’inviato speciale dell’Unione Europea, Carl Bildt, mentre tedeschi ed inglesi ebbero rappresentanze autonome. Ma questo è un ragionamento che riprenderemo dopo.

In 23 anni di vita la federazione di Bosnia ed Erzegovina è sopravvissuta camminando sul filo del rasoio. Per raggiungere un “successo” politico nel paese basta attizzare le tensioni tra i popoli, lasciando bruciare il fuoco dell’intolleranza fino ad un attimo prima del punto di rottura. I tre grandi partiti del paese, l’Alleanza per il futuro migliore (etnia musulmana), l’Unione Democratica Croata e l’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (etnia serba), hanno imperniato la loro retorica politica sulla minaccia della guerra e sulla ridefinizione dei confini regionali e nazionali. Trovando anche il tempo di portare avanti un programma comune: la trasformazione dello Stato in un sistema di caste. Il governo è condizionato da pochi potentati e, incredibile ma vero per un paese europeo, è impossibile trovare lavoro se non si è iscritti ad uno dei tre grandi partiti.Questi si sono trasformati in cartelli, monopolizzando la pubblica amministrazione, piazzandovi i propri quadri politici che, ovviamente, sono lì per creare consenso politico facendo fruttare le loro posizioni in termini di voti. La corruzione, il nepotismo, il clientelismo regnano sovrani. Un esempio su tutti: recentemente sono scomparse 10 tonnellate della carta speciale che si usa per le schede elettorali. Carta che può essere rapidamente trasformata in schede elettorali vere e proprie: basta una tipografia compiacente. Un’operazione come questa (dieci tonnellate di merce non possono scomparire senza che nessuno se ne acccorga) è possibile solo se molti soggetti, soprattutto quelli dediti alla sicurezza del paese, si voltano dall’altra parte o chiudono tutti e due gli occhi tappandosi contemporaneamente le orecchie. Così, mentre ufficialmente la Bosnia Erzegovina chiede di entrare nell’Unione Europea, nella pratica nega i valori e le pratiche basilari della democrazia.

E la società civile? Oltre ad essere compressa dalla corruzione e dall’ostilità delle pubbliche amministrazioni, è politicamente frammentata in mille rivoli e condannata all’impotenza politica. Culturalmente non riesce a spezzare le catene della tripartizione su base etnica, limitandosi ad un europeismo sbiadito e ad un neo liberismo radical chic che il resto del paese non può comprendere. Più che di posizioni politiche o della costruzione di un orizzonte culturale la società civile si diletta nella costruzione di torri d’avorio, scindendosi dal resto della popolazione. Giovani ed intellettuali prendono sempre più la via dell’esilio volontario all’estero.

Il 7 ottobre la Bosnia Erzegovina andrà al voto per le elezioni parlamentari e presidenziali. I favoriti per la presidenza tripartita sono Milorad Dodik (serbo), Dragan Covic, Zeliko Komsic (croati)e Fahrudin Radoncic (musulmano). Ma questi nomi potremmo anche evitare di farli. Sono tutti personaggi opachi che soffiano sul fuoco delle tensioni etniche e che utilizzano sistematicamente la cosa pubblica per “sistemare” i propri clan. Sono tutti e tre nemici dello Stato che dovrebbero presiedere.

La comunità internazionale, dopo gli accordi di Dayton, se ne è lavata le mani. Nessuno vuole invischiarsi nelle faccende bosniache: tutti temono che l’equilibrio salti e che si arrivi ad una guerra. Un pessimo equilibrio è sempre meglio di un conflitto armato. Oltretutto una guerra su base etnica in Bosnia vorrebbe dire combattere casa per casa, famiglia contro famiglia. E in un conflitto di questo tipo nessuno ne uscirebbe con la coscienza e le mani pulite. Ma mentre tutti fanno finta di niente la Bosnia inizia ad essere un punto di accesso in Europa per i migranti estremamente permeabile. È, anche, un pezzo di islam nel cuore dell’Europa, un punto in cui i musulmani, un tempo laici ora soggiogati dalle sirene dell’integralismo, sono sotto l’assedio dei “crociati” cattolici ed ortodossi che, pur odiandosi, sono d’accordo sul fatto che un “infedele” è pur sempre peggio di un “cristiano”. In questi anni ben 330 cittadini bosniaci si sono arruolati con l’Isis. Dai territori musulmani della Bosnia Erzegovina passano i combattenti europei che vanno a sostenere il califfato, trovando, nella popolazione locale, asilo e supporto logistico. Ed è proprio la facilità con cui la popolazione locale “copre” i foreign fighters che dovrebbe preoccupare. Segno tangibile che la superficiale laicità dei musulmani, costruita durante l’esistenza della repubblica jugoslava di Tito, si è incrinata a favore di una crescente islamizzazione radicale.

La Bosnia Erzegovina è una bomba pronta ad esplodere. Può essere disinnescata solo se la comunità internazionale torna ad essere attiva e si impegna per un reale progresso economico e civile del paese. Un primo obiettivo dovrebbe essere quello del rientro delle classi dirigenti in “esilio volontario”, per dare a questo angolo di Balcani una classe dirigente degna di questo nome. Seguito da una riforma radicale della pubblica amministrazione e dalla riforma e dal potenziamento della magistratura. In ultimo, dato che la Bosnia Erzegovina non ha materie prime e non può competere nella grande industria, una serie di aiuti economici tesi a creare un tessuto produttivo di piccola e media impresa. Il benessere economico è l’antidoto naturale di ogni fondamentalismo. In questo schema l’Italia dovrebbe essere ben più presente. Abbiamo un qual certo expertise nella creazione di piccola e media impresa che potrebbe essere molto utile alla fragile economia bosniaca.

La nostra politica estera ha storicamente guardato alla stabilizzazione dei Balcani come elemento prioritario della sicurezza nazionale. Da un po’ di tempo siamo stati espunti dalla regione. Il protagonismo anglo-franco-tedesco e la debolezza della politica estera dell’Unione europea, ben esemplificato dai fragorosi silenzi di Federica Mogherini, alto ma silente rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ci hanno pian piano marginalizzati. Tenere il più lontano possibile l’Islamismo radicale dai nostri confini dovrebbe essere un interesse prioritario di tutta la comunità nazionale. Se è vero che la Bosnia Erzegovina è una bomba pronta ad esplodere è nostro interesse far sì che questo non accada. Vista la vicinanza geografica le schegge di granata ci investirebbero in pieno.

Mario Michele Pascale

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Commenti all'articolo
  1. Ricordando i disastri da essa commessi un po’ ovunque e, soprattutto, nei Balcani, io la “comunità internazionale” non la invocherei proprio. Specialmente per la BiH.
    Saluti, Mosca.

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