lunedì, 22 ottobre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Carlo Emilio Gadda e il galateo radiofonico
Pubblicato il 09-10-2018


gadda 2Pubblicato per la prima volta nel 1953, il testo Norme per la redazione di un testo radiofonico di Carlo Emilio Gadda è ora riproposto dalle edizioni Adelphi con la curatela di Mariarosa Bricchi. Quell’anno egli lavorava per la RAI, ma aveva già svolto un’intensa attività letteraria come collaboratore della rivista fiorentina «Solaria» e autore di novelle, prose poetiche e memorie. Seppure ingegnere, la sua passione fu sempre rivolta alla letteratura e all’attività di scrittore, verso cui nutrì particolare predilezione.

Il «Castello di Udine» ricevette il premio Bagutta (1935), la novella «Prima Divisione nella notte» quello di Taranto (1950), le «Novelle del Ducato in Fiamme» quello di Viareggio (1953). Opere che rimasero circoscritte a un gruppo ristretto di persone per qualche stravaganza imputabile alla sua formazione tecnica (aveva per qualche anno esercitato la professione di ingegnere) e per una massiccia dose di scapigliatura in ritardo.

Lo scrittore milanese (era nato il 14 novembre 1893), forse per curare meglio le sue opere, si trasferì nel 1940 a Firenze, dove frequentò l’intellettualità più rinomata dell’epoca da Eugenio Montale a Riccardo Bacchelli e a Gianfranco Contini. Nell’ottobre del 1950 si stabilì a Roma per collaborare alla redazione del Terzo Programma della RAI. Verve letteraria, curiosità per il linguaggio e arguzia stilistica lo aiutano a redigere il testo Norme per la redazione di un testo radiofonico, con cui rivolgeva un invito ai vari autori di usare un linguaggio intellegibile a tutti.

A differenza di quanto scrive Andrea Ballarini sul quotidiano «Il Foglio» del 29 settembre, il testo è stato riproposto più volte (1973, 1989, 2010) per la miriade di suggerimenti e l’utilità che ne possano ricavare redattori radiofonici e giornalisti televisivi. Quanto mai attuale, il testo presenta un’attualità sorprendente, consona alla nuova realtà dei social network. Ma l’invito è rivolto ai giornalisti della radio, perché usino un linguaggio semplice, senza ricorrere a vocaboli antiquati e a dissennate forme verbali. Seppure Gadda sia consapevole della complessità della scrittura, egli propone un «galateo» linguistico nel loro «differenziarsi anche in relazione agli ambiti d’uso».

Sulla base di questa avvertenza iniziale, rilevata con intelligenza dalla curatrice, Gadda propone una serie di regole del parlato radiofonico, la cui struttura deve poggiare sull’«accessibilità fisica, cioè acustica, e intellettiva della radio trasmissione, chiarezza, limpidità del dettato, gradevole ritmo». Altre questioni riguardano la durata e il dialogo: la prima può essere ampliata con il ricorso a due e più voci, mentre il secondo deve essere improntato al rapporto tesi-antitesi e alla dialettica domanda-risposta. Nel primo caso il «conversato audio» può ricorrere a testimonianze, esempi, modelli e prove per confermare o corroborare il discorso. Nel secondo caso l’espositore non deve mai prevalere sul suo interlocutore, evitando che questi diventi vittima della sua autorità.

Un altro suggerimento impartito da Gadda verte sul rapporto tra audio ascoltatore e conduttore radiofonico, che deve evitare discorsi eruditi e dottrinari con il ricorso a varie fonti, disposte come antidoto e conforto critico. Erudizione e argomento dottrinale devono pertanto essere esclusi, perché non si presentano in modo consono ad un discorso radiofonico, essendo aspetti peculiari di una prolusione universitaria o di discorsi commemorativi. Il pubblico ascoltatore è variegato, per cui è necessario che la voce sia modulata in senso rassicurante e rasserenante. Essa non deve «suscitare l’idea di un’allocazione compiaciuta, di un insegnamento impartito, di una predica, di un messaggio dall’alto», perché «il radio collaboratore non deve presentarsi al radio ascoltatore in qualità di maestro, di pedagogo e tanto meno di giudice e di profeta, ma in qualità di informatore, di gradevole interlocutore».

Sulla base di questo consiglio, Gadda fissa alcune norme volte a privilegiare un rapporto di parità, senza che il conduttore provochi il cosiddetto «complesso di inferiorità culturale», perché in questo caso potrebbe suscitare uno stato di ansia e di irritazione. Una situazione certamente nociva alla prosecuzione colloquiale tra ascoltatore e dicitore, che potrebbe creare un vuoto e una calamità radiofonica. Per questo motivo egli sconsiglia così l’uso della prima persona: «Il pronome “io” ha carattere esibitivo, autobiografante o addirittura indiscreto. Sostituire all’“io” il “noi” di timbro resocontistico-neutro, o evitare l’autocitazione». Come pure sconsiglia di usare termini e locuzioni straniere, quando nella lingua italiana esistono termini simili: «Usare la voce straniera soltanto ove essa esprima un’idea, una gradazione di concetto, non per anco trasferita in italiano. Per tale norma inferiority-complex, nuance, blitz-Krieg e chaise-longue dovranno essere sostituiti da complesso d’inferiorità, sfumatura, guerra lampo e sedia a sdraio: mentre self made man, Stimmung, Weltanschaung, romancero, cul-de-lamp e coktail party potranno essere tollerati».

Sull’uso dei verbi, Gadda avanza l’ipotesi che «non tutti … sono utilmente coniugabili in tutti i tempi, modi e persone»: il verbo rappattumarsi «genera per esempio uno sgradevole e male assaporato ti rappattumi (seconda singolare indicativo presente), il verbo agire genera, al primo udirlo, un incomprensibile agiamo (prima plurale indicativo presente), il verbo svellere uno svelsero (terza plurale indicativo remoto) alquanto indigesto, il verbo dirimere e il verbo redigere degli insopportabili perfetti. Tali mostri sono figli legittimi della coniugazione, ma la legittimità dei natali non li riscatta dalla mostruosità congenita».

La serie di consigli si ritrovano leggibili in un testo di piacevole lettura, che rappresenta una svolta emblematica nel linguaggio comunicativo, seppure distante dal significato letterario di opere come Quel pasticciaccio brutto di via Merulana (1957) oppure La Cognizione del dolore (1963). Testi che assumono una valenza positiva di stridente attualità per la feroce irrisione alla subcultura del fascismo, incarnato in un personaggio come Mussolini che Carlo Emilio Gadda definisce in molteplici epiteti come «Maramaldo» o «Nullapensante».

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento