domenica, 18 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Charles de Gaulle: un sovranista ‘ante litteram’
Pubblicato il 22-10-2018


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IL GOLLISMO «Il generale Charles de Gaulle (1890-1970) ha lasciato alla storia, non solo della Francia, un pesante retaggio di idee e di prassi assorto a ideologia che da lui prende nome. Cominciò a maturare il proprio pensiero negli anni ’30 nel contesto di ambienti di sinistra democristiana e di tendenza filosofica personalista». In politica interna, «mantenne un orientamento di cosiddetta destra sociale: operò il miglioramento del welfare, attuò delle nazionalizzazioni e inoltre introdusse il suffragio femminile». Il “gollismo” propone «una terza via che superi la contrapposizione tra socialismo e capitalismo, non si colloca né a destra né a sinistra». La scelta “indipendentista”i in campo internazionale incoraggiata da De Gaulle, ma soprattutto «l’ambizione di un’Europa che diventasse coesa (dall’Atlantico agli Urali, con la Germania riunificata) e ago della bilancia nella politica mondiale (auspicato terzo polo a vocazione anticomunista, autonomo rispetto agli Stati Uniti) portò le forze militari francesi, a gradi tra il ’59 e il ’66, fuori dell’inquadramento nelle strutture della NATO (ci sono ritornate nel 2009) e l’Eliseo a dotarsi di sue armi nucleari».ii

Sorte comune a molti personaggi storici, nella sua vita seppe calamitare su di sé vasti consensi, ma le sue virtù e la sua esuberanza furono molto presto oggetto di dissapori e dichiarate antipatie. «Lo comprendevo e lo ammiravo, anche se il suo atteggiamento arrogante mi irritava» dirà di lui lo stesso Winston Churchill.iii

I francesi amarono il suo carisma e nel 1945 lo elessero capo del governo provvisorio. Decisionista infastidito dai partiti politici e dai riti della democrazia parlamentare, politicamente “isolato” nel suo disegno politico di riforma delle istituzioni di stampo “presidenziale”, nel 1947 si ritirò, seppure temporaneamente, dalla scena politica «in aperta polemica col sistema dei partiti».iv Vi rientrerà, nelle vesti di indiscusso «salvatore della patria», nel 1958, in occasione della guerra d’indipendenza algerina, «proprio in uno dei momenti più bui della storia francese ad un passo dal golpe»v, confermandosi così «per eccellenza l’uomo delle transizioni politiche». vi

DE GAULLE E L’EUROPA
De Gaulle è per una “Europa europea”, «si schiera a favore di un’Europa degli Stati, rifiuta di immaginare un’organizzazione politica che implichi l’abbandono della sovranità francese». Sogna un’Europa autosufficiente sul piano militare, «in grado di imporsi di fronte al mondo bipolare dominato dagli americani e dai sovietici». vii

In un’intervista su Le Monde del 11 settembre 1965 critica fortemente «una concezione differente a proposito di una federazione europea nella quale […] i paesi perderebbero la loro personalità nazionale, e dove del resto, in mancanza di un “federatore”, quale, all’Ovest, tentarono di esserlo – ciascuno a modo suo – Cesare e i suoi successori, Carlo Magno, Ottone, Carlo V, Napoleone, Hitler, e quale, all’Est, ci provò Stalin, sarebbe governata da qualche areopago tecnocratico, apolide e irresponsabile». Sono le stesse accuse che vengono mosse all’UE e in particolare, dei suoi organi, alla Commissione Europea.

Sia il Prof. Dieter Grimm che il Prof. Giuseppe Guarino concordano sul fatto che «l’Europa abbia agito in questi anni secondo una mera logica di “sottrazione”, limitando la sovranità nazionale degli Stati membri e condizionandone le politiche economiche, senza offrire però un idoneo bilanciamento e una valida alternativa alla categoria giuridica dello Stato-Nazione, necessaria per fronteggiare le sfide che la globalizzazione» oggi pone al nostro continente.

Propongono entrambi «di eliminare, o quanto meno ridurre il deficit rappresentativo» del Parlamento Europeo collocandolo in una maggiore posizione di forza rispetto alle altre istituzioni comunitarie. L’Europa secondo il Prof. Grimm «può e deve andare avanti solo come un’associazione di scopo fra Stati, al fine di espletare quelle funzioni e quei compiti che gli Stati non sono più in grado di svolgere efficacemente da soli; ma non può ambire a replicare quell’ideale di patria, quel legame emozionale esistente solo nell’ambito dello Stato-Nazione».

Secondo il Prof. Guarino un vero e proprio «colpo di Stato» sarebbe avvenuto il 1° gennaio 1999, «realizzato non con la forza, ma con fraudolenta astuzia che ha portato a diverse conseguenze per l’Unione e per gli Stati membri». L’inizio di «una strage moderna le cui vittime sono costituite da: giovani disoccupati, esodati, cassaintegrati, un numero sempre più allarmante di imprese fallite, la distruzione e il deperimento di strutture fisiche quali istituti di istruzione e culturali, musei, biblioteche, ospedali, istituti di ricerca; il deperimento del patrimonio storico ed artistico; la disfunzione nei servizi pubblici di carattere tecnico, e più in generale delle amministrazioni pubbliche». viii

LA CENTRALITÀ DELLA FRANCIA
In «un secolo che è giunto ai due terzi del suo corso» De Gaulle, pur essendo consapevole che «la Francia non appare più quella Nazione mastodontica, che era ai tempi di Luigi XIV o di Napoleone I» auspica che il proprio Paese si ritagli nuovamente un ruolo preminente nel mondo, tornando al vertice delle grandi potenze del mondo. «Siamo un popolo che sale, come salgono le curve della nostra popolazione, della nostra produzione, dei nostri scambi con l’estero, delle nostre riserve monetarie, del nostro livello di vita, della diffusione della nostra lingua e della nostra cultura, della potenza delle nostre armi, dei nostri risultati sportivi, ecc. I nostri poteri pubblici danno prova di una stabilità e di una efficienza che da molto tempo non conoscevamo più».

«Le possibilità della Francia – prosegue – ciò che essa fa, ciò che essa vuole fare, suscitano ora un’attenzione e una considerazione che si staccano nettamente dall’indifferenza o dalla commiserazione di cui, solo poco tempo fa, essa era troppo spesso attorniata. […] noi possiamo e, conseguentemente, dobbiamo avere una politica che sia nostra. […] Si tratta prima di tutto di tenerci fuori da qualsiasi “infeudazione”». Rivendica con orgoglio che il popolo francese sia stato cofondatore dell’ONU e «desiderando che questa rimanga il luogo d’incontro delle delegazioni di tutti i popoli e il foro aperto per i loro dibattiti» è restio verso ogni intervento armato in contradizione con la Carta delle Nazioni Unite. «Del resto, è agendo così» che egli ritiene si possa «servire nel modo migliore l’alleanza dei popoli liberi, la Comunità Europea, le istituzioni monetarie e l’Organizzazione delle Nazioni Unite». ix

LA POLITICA ESTERA, I RAPPORTI CON L’URSS E IL TERZO MONDO
Svincolato da ogni “marcatura” ideologica, ebbe campo libero in patria e divenuto collettore di forze politiche talvolta eterogenee, disponendo nel suo armadio sia di colbacchi che di cappelli da “cowboy”, piovvero inevitabilmente su di lui non poche insinuazioni di “trasformismo”. Si gioca altresì, da protagonista, tutte le sue carte nello scacchiere internazionale. Alcuni suoi contemporanei ne esaltano i meriti, le abilità, altri ne evidenziano le profonde contraddizioni.

«Si ignora – tuona André Fontainex – che colui che il mondo intero saluta oggi come il grande decolonizzatore entrò, nel 1945, in conflitto con l’Inghilterra, perché voleva mantenere la Siria e il Libano nella sfera d’influenza francese – pronunciandosi – categoricamente, nello stesso anno, per la riconquista dell’Indocina». Nell’orbita del «capo della Francia libera», ruotano «dei monarchici e dei comunisti, dei cattolici e dei massoni, degli ufficiali di carriera e dei vecchi antimilitaristi. […] si è sempre rifiutato di optare per gli uni o per gli altri dei suoi partigiani. Intendendo rimanere l’arbitro, il più possibile incontestato, di una Nazione di cui egli rispetta il carattere pluralistico e le libertà fondamentali. Non bisogna dunque stupirsi del fatto che esistano […] dei gaullisti di destra e dei gaullisti di sinistra».

«La difesa della Nazione», d’altronde, «coincide con l’adempimento della sua missione storica», ovvero quella di «mostrare agli uomini il cammino migliore» perché costui, richiamando visivamente l’immagine del “buon pastore”, nell’ottica di una visione (da un punto di vista psicologico) squisitamente “messianica”, «non aspira a possedere l’universo, ma ad indicargli» meramente «la via da seguire». Interpretando bene la parte della “Dea della Discordia” nel “Pantheon Europeo” e rompendo per primo il tabù della riapertura dei legami con il Cremlino, hanno da sempre destato non pochi sospetti i suoi presunti rapporti con l’URSS. «Dopo la liberazione della Francia, egli – tuttavia – prese il volo per Mosca: non per tradire gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, che, del resto, trattavano anch’essi a quell’epoca con Stalin, ma per mostrare bene che, lungi dal mettersi a rimorchio dei suoi liberatori, intendeva giovarsi deliberatamente contro di essi dell’appoggio che potevano essere tentati di dargli i sovietici, poco desiderosi di lasciare installarsi in Europa occidentale una troppo forte testa di ponte anglosassone». Lo stratagemma era pertanto delineato: nello scenario dei “due blocchi” rigidamente contrapposti che ha caratterizzato la Guerra Fredda (1949-1989), segnata dalla “cortina di ferro”, non esitava a volgere lo sguardo nella direzione opposta all’Oceano per vantare nel proprio arsenale diplomatico un valido deterrente nei confronti nei suoi stessi Alleati.

«Alla fine del settembre 1958, scrisse al Presidente Eisenhower ed a Macmillan, allora Primo Ministro della Gran Bretagna», illustrando la sua iniziativa di dar vita ad «una organizzazione della direzione della strategia politica e militare comune da parte delle tre potenze occidentali a vocazione mondiale (Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia), ivi compreso tutto quanto si riferiva all’impiego di armi nucleari. Nello stesso tempo fece mettere in cantiere un progetto di revisione dei trattati europei». Un piano geniale quanto arduo che però, non riscuotendo le adesioni sperate, ne deluse le già esigue aspettative. «Washington, poco incline a dividere il potere decisionale in materia nucleare, Londra decisa a mantenere la sua posizione di alleato privilegiato, Bonn e Roma, poco disposte a vedere riconoscere alla Francia un diritto di primogenitura insopportabile per la loro suscettibilità, si sono unite per rigettare il progetto di direttorio occidentale a tre. Quanto al progetto di revisione dei trattati europei, esso è rimasto nelle cartelle di Quai d’Orsay».

La sua fama “garibaldina”, ciò nonostante, non avrà eguali lungo tutta la seconda metà del XX secolo. «Il modo in cui», la Francia a guida gollista «ha condotto a buon fine la decolonizzazione le è valso nel terzo mondo un prestigio che contribuisce enormemente alla sua autorità sulla scena internazionale. La sua pregiudiziale di indipendenza nei riguardi degli Stati Uniti, il modo in cui essa condanna l’ingerenza dei Grandi negli affari interni dei popoli […] non possono che accrescere ancora un tale prestigio presso i popoli troppo recentemente pervenuti all’autodeterminazione, per non apprezzare presso gli altri soprattutto il loro rifiuto d’inchinarsi davanti alle imposizioni dei potenti». La coraggiosa presa di posizione parigina «nelle conferenze internazionali, contro gli anglosassoni, fautori del libero scambio, e in favore di una stabilizzazione dei prezzi delle materie prime, non poteva non andare dritta al cuore di paesi la cui economia troppo dipende dall’esportazione di alcune derrate essenziali per non essere messa gravemente alla prova da ogni oscillazione un po’ vivace dei prezzi». Un oppositore dunque del «mercatismo»xi già alla vigilia della globalizzazione.

«Tutti questi elementi hanno contribuito a fare di De Gaulle», considerato ancora alla fine degli anni ’50 da «gran parte dell’opinione mondiale, il simbolo della reazione, del militarismo, del colonialismo, il personaggio forse più popolare, dall’America Latina all’Asia sud-orientale, del mondo sottosviluppato». Quello stesso continente asiatico nel quale ha sperato a lungo, «mediante il riconoscimento della Cina popolare, il mantenimento di stretti legami con la Cambogia, lo sviluppo di relazioni con il Giappone, l’India, il Pakistan, di poter esercitare un ruolo pacificatore». xii

ANTESIGNANO DEI NUOVI POPULISMI?
Una propaganda “ottimistica”, spiccatamente nazionale (i cronisti odierni direbbero “sovranista”), accompagnata da una retorica sì “comunitarista”, ma al tempo stesso “euroscettica” (o forse “europessimista”). Quella di De Gaulle, con le annesse tendenze “protezionistiche” e i richiami patriottici, è una chiave narrativa che sembra preconizzare, nel linguaggio e nei contenuti, l’era dei “populismi 2.0”xiii del terzo millennio, preceduta dalla Brexit ed inaugurata dal celebre «American First»xiv di Donald Trump. Speriamo quest’ultimi di De Gaulle, alla prova dei fatti, sappiamo quantomeno eguagliarne la coerenza e la statura morale.

Norberto Soldano

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
La ferrea intransigenza nel garantire il rispetto delle norme del diritto internazionale che lo contraddistinse nella famosa “notte di Sigonella” fra l’11 e il 12 ottobre 1985, il sostegno alla nobile causa palestinese nonché il suo spirito riformista tanto in politica interna, tanto sul versante estero, accomunano per certi aspetti la figura di Bettino Craxi a quella di Charles de Gaulle. Rinviamo, tuttavia, ad un futuro approfondimento il confronto fra i Governi Craxi (1983-1986; 1986-1987) e l’operato del leader francese. Invero, quest’ultimo presenta delle affinità, soprattutto caratteriali, anche con Mustafa Kemal, passato alla storia come “Atatürk”, il “padre dei Turchi” (1881-1938) che in altra sede meriteranno senz’altro di essere ripercorse.
ii “Il Gollismo-Teoria di una democrazia efficiente”, di Danilo Caruso, Rivista Instoria n°49-gennaio 2012.
iii Riferimento tratto da un servizio, mandato in onda nel corso della puntata intitolata “Charles de Gaulle: il Presidente Monarca” della trasmissione “Il Tempo e la Storia”, condotta su Rai Storia, da Massimo Bernardini al minuto 6’.
iv Secondo lo storico Gilles Pecout, Rai Storia Ibidem.
v Bernardini, Rai Storia Ibidem.
vi Pecout, Rai Storia Ibidem.
vii Vedasi il percorso tematico-multimediale “De Gaulle e l’Europa” sul sito Charles de Gaulle, paroles publiques della Fondazione dedicata allo statista francese.
viii “Il deficit democratico dell’Europa. Due punti di vista” di Francesca Rosignoli, Dottoranda in Diritto pubblico, comparato e internazionale presso l’Università di Roma “La Sapienza”, sulla rivista Nomos – Le attualità nel diritto.
ix L’intervista è stata tradotta in italiano e pubblicata sulla rivista Aggiornamenti Sociali, settembre-ottobre 1965, pp. 622-627.
x André Fontaine (1921-2013), esperto di politica internazionale, ha percorso tutti i gradini all’interno della redazione del giornale francese Le Monde sino a diventarne il Direttore nel gennaio del 1985.
xi Inteso questo da Giulio Tremonti come una «versione degenerata del liberismo», “La paura e la speranza”, edito da Oscar Mondadori nel 2008, p.19.
xii “La politica estera di De Gaulle” di André Fontaine per la rivista Aggiornamenti Sociali, dicembre 1965, pp. 755-766.
xiii L’espressione è stata coniata da Marco Revelli, autore del medesimo saggio “Populismo 2.0” edito da Einaudi nel 2017.
xiv La frase è stata pronunciata dall’attuale Presidente degli USA durante il suo discorso d’insediamento alla Casa Bianca, nel giorno del giuramento avvenuto il 20 gennaio 2017.

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