sabato, 17 novembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

DDL Pillon e aborto, rischio dagli 8 ai 12 anni
Pubblicato il 19-10-2018


Una manifestazione a favore della legge sull'aborto a Roma il 5 novembre 1975. ANSA/ARCHIVIO

Una manifestazione a favore della legge sull’aborto a Roma il 5 novembre 1975.
ANSA/ARCHIVIO

Si torna a parlare di aborto. Col nuovo progetto di legge rischia da 8 a 12 anni di reclusione chi pratica l’interruzione terapeutica di gravidanza. Questo nei giorni in cui il Papa afferma che: “Abortire è come affittare un sicario”.
In sintonia con il clima culturale che occupa le argomentazioni di attualità, trova spazio, nuovamente, la proposta di modifica della legge n. 194 del 22 maggio 1978, meglio nota come “legge sull’aborto”.
Stavolta sembra esserci di più di uno scontro culturale tra chi, da una parte, in piazza protesta a suon di “Il corpo è mio e decido io!” e chi, dall’altra parte della barricata, cavalca l’onda emotiva del contrasto tra la famiglia cd. “naturale” e tutte le altre, antagoniste di un modello di riferimento statico e ancestralmente considerato “giusto”.
Il testo della legge, nella versione attuale, prevede la possibilità dell’interruzione di gravidanza entro i primi tre mesi dal concepimento quando la prosecuzione comporterebbe “un serio pericolo per la salute fisica o psichica, in relazione o allo stato di salute, alle condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”. A determinate condizioni, è possibile sforare anche il termine dei tre mesi, quando sussiste il pericolo di vita per la donna o siano in corso gravi processi patologici che mettano in grave pericolo la salute fisica o psichica della donna.
Sarebbero previste pene severe nel disegno di legge per le donne e i medici che praticano l’aborto: dagli 8 ai 12 anni di carcere.
Da qui, lo scontro inevitabile tra due realtà di pensiero del tutto opposte. L’aborto è tema assoluto delle femministe, da sempre. Per queste donne è simbolo di quella liberazione sì fisica, ma soprattutto ideologica, dalla tenaglia mentale che le vorrebbe relegate a ruolo di mere incubatrici, con un solo scopo nella vita, di chi è destinato alla procreazione. L’altra faccia dello scontro culturale è rappresentata dal pensiero di chi, invece, il divieto dell’aborto lo vede come tutela del debole, di “chi non si può difendere”. “Una tutela assoluta che travalica e vince – come ha dichiarato Pietro Guerini, Presidente e fondatore del “Comitato no194” (ne fa parte anche il ministro Fontana) – persino di fronte alla gravidanza originata dallo stupro, allo scopo di difendere i deboli, ovvero chi rappresentanti non ne ha”. Ciò che i sostenitori del “Comitato no194” definiscono come diritto alla vita.
Risponde sul punto Francesca Chiavacci, Presidente A.r.c.i.: “Un Paese trascinato nel Medioevo dei diritti: questa è la deriva che si sta consumando in Italia, dove il governo attuale sembra lavorare per rifondare la società su un modello di patriarcato reazionario e conservatore. Solo per fare alcuni esempi, il DDL Pillon sulla tutela dei minori nella famiglia in caso di separazione dei coniugi, Verona insignita del titolo di “città a favore della vita”.
Sembrano fotografie dai colori sbiaditi i raduni di decenni or sono delle femministe che occupavano le piazze al grido di “Il corpo è mio e lo gestisco io!”. Donne che hanno dedicato anni e sforzi culturali per formarsi un dissenso, più che un consenso. Donne che rifiutano la sottomissione culturale ad una legge, ad una scelta etero-imposta, scelta dietro la quale probabilmente si erge un muro di dolore e difficoltà di difficile giudizio.
“Secondo me – dichiara Francesca Chiavacci – dietro la porta si nascondono, in maniera nemmeno tanto velata, le questioni delle diversità: i figli di coppie omosessuali, il diritto all’aborto, il divorzio, sono tutti temi che vanno in questa direzione”.
Sembrano più legate all’esperienza argentina le dichiarazioni del senatore del Carroccio Simone Pillon, il quale dichiara che per il momento non ci sarebbero i numeri per cambiare la legge sull’aborto, ma auspica che in Italia accada proprio quello che sta succedendo in Argentina, dove i movimenti pro-vita festeggiano per il “No” passato al Senato sulla legge per depenalizzale l’aborto. “Lasciare la donna da sola e fare pagare l’innocente, cioè il bambino – ha dichiarato il sen. Pillon a radio Radicale – è la soluzione sbagliata a un problema vero. Cominciamo ad abolire l’aborto per ragioni economiche, faremmo del bene al nostro Paese che è in una situazione di declino demografico pericolosissimo”.
Di tutta risposta Francesca Chiavacci difende la sua posizione: “Se ne facciano una ragione i vari “Pillon” che sono al Governo: accanto alla famiglia tradizionale, con pari dignità e diritti, esistono altri tipi di famiglie per la cui legittimità l’Arci si è battuta e continuerà a farlo. La battaglia inizia dal DDL Pillon, nella piazza del 10 novembre. Noi ci saremo”.
La battaglia per la tutela delle donne sembra ripartire da qui, dunque: se in passato le donne si sono dovute conquistare le libertà di scelta e dissenso, oggi sembra giunto il momento di proteggere con urgenza queste libertà. Con quel coraggio che solo le donne ci sanno mettere. Sempre. E senza clausole.

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento