domenica, 18 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

SENZA PACE
Pubblicato il 15-10-2018


Salvini-Di-Maio

Non c’è ancora un’intesa tra M5s e Lega sul decreto fiscale. Il condono o pace fiscale a dir si voglia, fa salire la tensione tra Lega e Cinque Stelle. Alle preoccupazioni del governo sui due miliardi di euro, nonostante il deficit al 2,4%, che ancora mancano alla manovra di bilancio, che dovrà essere presentata oggi al consiglio dei ministri in programma nel pomeriggio, ci sono diversi ostacoli che il governo deve ancora superare. Tra questi il decreto fiscale ancora avvolto nel buio. Nella mattina i due vicepremier avevano disertato il vertice, un chiaro segno della distanza dei due sulla questione. Nel pomeriggio in due hanno invece preso parte al vertice su dl fiscale e manovra con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il ministro dell’Economia Giovanni Tria, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, i due viceministri al Mef Laura Castelli e Massimo Garavaglia.

Ma a Palazzo Chigi è stato finora braccio di ferro. Fino a metà pomeriggio, il ministro del Lavoro e capo politico dei 5 Stelle si trovava infatti al lavoro nella sede del governo, senza tuttavia prendere parte alla riunione. Inoltre, con Salvini sarebbe sceso il gelo: fra contatti interrotti da ore, nella giornata di oggi i due vicepremier non si sarebbero mai sentiti fino alla partecipazione al vertice. Di Maio, spiegava chi gli è vicino, assicurava infatti che non avrebbe messo piede alla riunione finché non si fosse fatta chiarezza sul capitolo della cosiddetta ‘pax fiscale’.

I due restano divisi sulle basi del provvedimento: “Agli amici del M5S dico: saldo e stralcio delle cartelle di Equitalia, per chi ha fatto la dichiarazione dei redditi ma non è riuscito a pagare tutto, è nel contratto di governo. E per me quello vale”, ha detto il vicepremier. “Sono convinto – ha spiegato Salvini – che ci sia bisogno di un nuovo rapporto tra italiani e Equitalia. Gli evasori totali, quelli che non hanno mai compilato la dichiarazione dei redditi, per me devono marcire in galera fino alla fine dei loro giorni, ma l’artigiano, il piccolo imprenditore o il commerciante che è schiavo di una cartella da 40mila euro da una vita, deve poter tornare a vivere e quella cartella va stracciata. Ne sono straconvinto e questo c’è nel contratto di governo”.

Al centro del braccio di ferro tra Di Maio e Salvini, viene spiegato da autorevoli fonti 5S, c’è infatti il capitolo della pace fiscale con il vicepremier e ministro del Lavoro deciso a chiedere un ‘tetto’ come limite della possibilità, per ogni contribuente, di mettersi in regola. Oltre alla assicurazione che la pace fiscale venga circoscritta a tutti quei cittadini che non hanno pagato le tasse dovute, ma in ogni caso hanno segnalato in modo fedele il proprio debito al fisco, ovvero hanno effettuato correttamente tutte le dichiarazioni. Il ‘nero’, per il M5S, deve essere lasciato fuori. Anche perché – il timore che serpeggia nelle file grilline – quando si entra nel piano scivoloso del ‘non dichiarato’ può trovare spazio qualsiasi forma di condono, compreso lo scudo per chi detiene capitali all’estero.

Ma se il Movimento punta i piedi sul capitolo fisco, dichiarandosi “irremovibile” sulla questione, i leghisti avrebbero dato l’altolà a una norma imprescindibile per il Movimento, ovvero la cosiddetta misura Bramini (dal nome dell’imprenditore brianzolo fallito per un credito inevaso dallo Stato) per rendere impignorabile la prima casa. Oltre a fare muro su un pacchetto di misure per la ‘sburocratizzazione’ realizzato e voluto da Di Maio in persona per favorire le piccole imprese.

“Nel governo – afferma il segretario del Pd, Maurizio Martina – si stanno scannando tra Lega e Cinque Stelle ma la cosa incredibile è che alla fine stanno sostenendo gli evasori fiscali contro i contribuenti onesti e il lavoro nero contro il lavoro nelle regole”.

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