lunedì, 22 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Def. Le preoccupazioni di Bankitalia e Abi
Pubblicato il 04-10-2018


abi

Le Banche italiane sono sul piede di guerra per il taglio alla deducibilità degli interessi passivi ipotizzato nella manovra: crea una disparità di trattamento in Europa e peserà sui costi del credito a imprese e famiglie. L’allarme, è stato lanciato a margine della giornata del risparmio, dal direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini che ha detto: “Non è un taglio su agevolazioni ma sulla deducibilità di un costo di produzione. Andrà certamente a incidere sul costo del credito. Inoltre è una misura che non ha riscontri nell’Ue e che creerebbe disparità contributive tra banche soggette alle stesse regole, si determinerebbe una asimmetria”. La penalizzazione più preoccupante è quella delle famiglie che hanno contratto un mutuo che si trova nella fase iniziale di ammortamento.

Il direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’Ivass, Salvatore Rossi, alla 50esima Giornata del Credito, ha detto: “L’Italia è ancora un grande Paese avanzato, anche se è minacciato dal declino. Oggi lo sviluppo non può non incentrarsi sulle imprese e sulla loro capacità di innovazione e di crescita. Sono le imprese a dover impegnare le risorse e i talenti del Paese per accrescere, attraverso il proprio successo, il benessere di tutti. Da oltre vent’anni lo sviluppo economico in Italia si è inceppato. Tra il 1997 e il 2007, quindi nel decennio precedente la crisi mondiale, il nostro prodotto interno lordo crebbe di meno di un punto l’anno in media, contro i 3 punti e mezzo del resto dell’area dell’euro. È poi arrivata la doppia recessione a cavallo dei due decenni, di origine prima mondiale poi europea, e il nostro paese ne è stato travolto, molto più degli altri paesi avanzati. Ancora nel secondo trimestre di quest’anno il Pil, pur dopo tre anni di ripresa, è stato del 5 per cento inferiore al livello massimo raggiunto nel 2007; nel resto dell’area è salito del 6 per cento. Le altre economie sono cresciute più della nostra perché hanno aumentato l’efficienza media delle loro imprese produttive, in particolare la componente dovuta alle tecnologie e all’organizzazione aziendale, quella componente che gli economisti chiamano produttività totale dei fattori. Dal 1997 a oggi quella componente è rimasta piatta in Italia: ha sospinto la crescita media annua dell’economia di mezzo punto percentuale in Germania e Francia, di 0,2 in Spagna. Il sistema produttivo italiano si è dimostrato nel complesso troppo fragile e frammentato per puntare sull’efficienza tecnologica e organizzativa e ha perso competitività nei confronti della concorrenza internazionale. Alcune imprese, prevalentemente medie, sono ora emerse dalla grande crisi con una rinnovata capacità di competere e stanno sostenendo le esportazioni italiane, ma le altre sono ancora deboli”.

Secondo l’economista Guido Tabellini, docente ed ex rettore dell’Università Bocconi: “L’Italia è sulla lama di un coltello”.  Con questa frase ha descritto il rischio legato alla prossima manovra finanziaria targata M5S-Lega. Nelle ultime ore il governo sembrerebbe disponibile a introdurre alcune correzioni: resta il deficit del 2,4% ma si fa avanti l’idea di una diminuzione dal 2020. Questa potrebbe non essere l’unica cessione del governo a Bruxelles e ai mercati: si studiano anche tagli alla spesa.

Il prof. Tabellini, in un’intervista, ha spiegato: “Serve una vera svolta fiscale, bisogna tornare sul sentiero tracciato dall’ex ministro Padoan. Occorre tenere i conti in ordine, invece la politica economica in preparazione è difficilmente compatibile con la sostenibilità del nostro debito pari al 130% del Pil. E’ un debito elevatissimo e il confronto con la Francia è improprio: il loro debito è il 100% del Pil, hanno un disavanzo tendenziale più basso e sono molto più credibili visto che non discutono sul futuro dell’euro. L’idea di aiutare chi è in difficoltà è giusta, ma è errato farlo con l’assistenzialismo. La lotta alla povertà va sostenuta senza attingere al disavanzo come ipotizza il vice premier Di Maio. Non ci sarebbe nulla di male a introdurre una maggiore imposizione sulla ricchezza anche patrimoniale, come avviene in altri paesi europei, e naturalmente occorre fare di più per ridurre la spesa. In questa situazione non bisogna fare la controriforma delle pensioni, serve invece aumentare l’Iva su alcune voci. Così come è, la manovra è in contrasto con la Costituzione, con i vincoli di pareggio del bilancio e con gli obiettivi di tutela del risparmio. E un ‘no’ potrebbe arrivare anche dall’Europa che boccerà l’attuale manovra che cela una certa sprovvedutezza e l’incapacità di alcuni al governo. Lo scenario fuori dalla moneta unica è inimmaginabile: l’Italia non sarebbe in grado di ripagare i debiti e verrebbe decretato il default sul debito pubblico in un Paese stremato. Attualmente l’Italia rischia più che nel 2011, perché siamo isolati: non siamo di fronte a una crisi sistemica, ma siamo vittime di una situazione creata da noi per cui nessuno verrà in nostro soccorso. Oltre al debito paghiamo la bassa crescita e la sfiducia verso la classe politica. Il governo gialloverde difficilmente può tornare indietro, perché perderebbe la faccia con i suoi elettori. Se ciò dovesse accadere probabilmente ci sarebbe una crisi politica e il ritorno alle urne”.

Salvatore Rondello

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